Home CinemaPaolo Sorrentino: «Porto a Cannes i miei giovani settantenni»

Paolo Sorrentino: «Porto a Cannes i miei giovani settantenni»

Al festival è il giorno del terzo film italiano in concorso: «Youth - La giovinezza». Intervista a un regista da premio Oscar

Foto: Youth - La giovinezza

20 Maggio 2015 | 00:24 di Paolo Fiorelli

A Cannes è la giornata di Paolo Sorrentino e del suo film «Youth - La giovinezza». Qui il regista napoletano torna per la sesta volta, ma questa è la prima che arriva dopo aver vinto l'Oscar (per «La grande bellezza»). Dunque le aspettative sono più alte che mai. Intervista a tutto tondo.

Il film che porta in gara si intitola «Youth - La giovinezza», ma ha per eroi due settantenni. Perché?
«Secondo me si è giovani finché si fanno progetti. E nel film Michael Caine e Harvey Keitel si interrogano proprio su questo: alla loro età, riescono ancora a pensare al futuro?».

Perché ha scelto loro?
«Ho scritto il film per Michael Caine. Avesse detto di no, l'avrei preso come un segno del destino che il film non si doveva fare. Di Keitel mi piace la vulnerabilità che mostra sotto l'apparente durezza».

La storia si svolge sulle montagne svizzere, nello stesso albergo dove era ambientata «La montagna incantata» di Mann? 
«È stato un caso. Cercavo un albergo fuori dal tempo, che conservasse la bellezza geometrica di un passato glorioso. L'ho trovato. La geometria è fondamentale per le mie scene». 

Dopo «La grande bellezza» con Toni Servillo, ecco un film in inglese con star internazionali. Cosa cambia sul set?
«Poco. La recitazione è un'arte universale e in quanto alle battute, l'importante è che abbiano due caratteristiche: devono essere credibili e, allo stesso tempo, musicali. In italiano, napoletano o in inglese». 

Cosa fa quando è al festival?
«Ne approfitto per vedere i film degli altri, una cosa per cui ho sempre poco tempo. Ma soprattutto assaporo l'aria di festa». 

Chi ha avuto l'idea di fare un foto e una dichiarazione insieme agli altri partecipanti italiani, Moretti e Garrone?
«Non lo dico, non sarebbe elegante. E poi conta il gesto: volevamo fare una dichiarazione di stima al cinema italiano, che molti bistrattano».

Quando ha capito che la sua vita era nel cinema?
«A 19 anni, quando ho visto che era l'unica ossessione che non tramontava come le altre, per esempio la chitarra, o gli scacchi».  

Il film a cui è più affezionato?
«?Le conseguenze dell'amore?: l'ho girato in un periodo molto felice, quando è nato mio figlio». 

La paragonano spesso a Fellini. Questo accostamento la lusinga o la irrita?
«Mi imbarazza».

Tra le sue fonti di ispirazione ha messo anche Maradona. E in questo ultimo film gli dedica addirittura una sequenza-omaggio dove compare un suo sosia. Perché? 
«A quel livello il calcio è arte».

Ora girerà una fiction televisiva con Jude Law, «The young pope».
«Sì. Cominciamo le riprese questa estate. Jude Law sarà papa Pio XIII, un uomo complesso e contraddittorio. Mi interessava analizzare come si può gestire il potere in uno stato, quello del Vaticano, che ha come dogma la rinuncia al potere e l'amore disinteressato verso il prossimo.Parlerò di come si cerca la fede, e di come la si perde. Di quanto può essere grande la santità. Così grande da risultare insopportabile». 

Non è la prima volta che fa tv. 
«Ero tra gli autori di ?La squadra?, una fiction ai tempi quasi sperimentale, soprattutto la prima serie. Un bel ricordo».

Come l'Oscar per «La grande bellezza».
«La più grande gratificazione della mia vita. Il bello è che sul momento non mi sono molto emozionato: ero troppo preso dalla necessità di raggiungere il palco senza cadere, e di dire qualcosa di sensato...».