Home CinemaRenato Pozzetto: «Festeggio 80 anni guardando il mio lago»

Renato Pozzetto: «Festeggio 80 anni guardando il mio lago»

Per il suo compleanno il comico ci ha accolto in un luogo speciale: la locanda che gestisce a Laveno. «La guerra, l’amore, il successo: qui ci sono io. E vi racconto perché!»

Foto: Renato Pozzetto a Laveno, sul lago Maggiore  - Credit: © Marco Piraccini / Mondadori Portfolio

16 Luglio 2020 | 8:05 di Paolo Fiorelli

«Non capisco tutto questo entusiasmo. Non è mica la prima volta che il 14 luglio compio gli anni!». La semplicità di Renato Pozzetto mi lascia spiazzato, come le battute surreali dei suoi film. «Ma scusi, come si festeggiano 80 anni?» gli chiedo. «Ho un progettino di film che mi piacerebbe portare avanti... di sicuro non ho mai pensato di riposarmi. Non sono il tipo da pensione». E in effetti, anche quando non recita Renato Pozzetto fa altro: per esempio il ristoratore. Lo incontriamo nella sua Locanda Pozzetto, dieci camere e un ristorante sul lago Maggiore, a Laveno.

La sua poetica un po’ provinciale, immortalata in film come “Il ragazzo di campagna” e “Oh, Serafina!”, nasce qui. Ma lei non era milanese?
«Sì, certo che sono milanese. Ma nel 1942 la nostra casa vicino al parco Solari venne bombardata e da un giorno all’altro partimmo per la campagna. I miei avevano dei parenti a Gemonio, qui vicino, e qui siamo venuti. E da allora ci sono sempre tornato. Prima in vacanza dalle suore, poi in treno a fare il bagno nel lago, poi ho comprato una casa con mio fratello Achille... Anche ai tempi del massimo successo ho sempre fatto il pendolare tra Cinecittà e il lago. Anche mia moglie era di qua e non si è mai voluta trasferire. E sì che avevo comprato una bellissima casa davanti al Colosseo!».

E alla fine qui ha aperto anche un albergo-ristorante. Come è nato?
«Mi sono innamorato di questa cascina diroccata, isolata su un colle. L’ho comprata, l’ho messa a nuovo, ora è la mia locanda. Adesso voglio godermi l’estate qui, per rigenerarmi. La quarantena è stata pesante, l’ho passata sigillato nella casa di Milano. Per fortuna che anche mia figlia vive lì: abbiamo due appartamenti con la porta comunicante. Per tre mesi è l’unica persona che ho visto, o quasi».

Anche Dario Fo era di qui.
«Era il figlio del capostazione di Porto Valtravaglia, qui vicino, ma la cosa buffa è che ci siamo incontrati facendo il cabaret a Milano! Poi ho scoperto che aveva fatto il ritratto di mia moglie quando era ancora bambina e non la conoscevo neppure. Ora quel ritratto ce l’ho io».

Il suo matrimonio è stato lunghissimo, fatto insolito nel mondo dello spettacolo...
«Eh no, c’era anche Paolo Villaggio. Brunella è mancata nel 2009 e ne soffro ancora tantissimo. Per fortuna ho due figli e cinque nipoti, più altri sette da parte di mio fratello Achille. Quando siamo tutti qua, è una festa».

Si ricorda la primissima volta su un palcoscenico?
«Recitavo già da bambino, all’oratorio di Gemonio. Se invece intende la prima esibizione col pubblico pagante, so la data: 1964. È facile, perché io e Cochi ci esibimmo in un cabaret appena nato, il Club 64 in via Molino delle Armi a Milano, che poi era una galleria d’arte che la sera ospitava delle esibizioni. Una cosa strana mai più vista. Vedevo più pittori e scultori che comici... Era un gruppo straordinario. Giorgio Gaber ci aveva preso in simpatia e ci offriva lezioni di chitarra gratis a casa sua. Cochi ne prese molte. Io ero negato e smisi quasi subito. E già che ci sono fatemi dire una cosa: non abbiamo mai litigato, va bene? Ci siamo visti anche una settimana fa. Passavamo pure le vacanze insieme, a Cesenatico!».

Già che lo cita, mi dice il primissimo ricordo di Cochi Ponzoni?
«Avrò avuto due anni, lui qualcosa meno. Siamo due figli della guerra. Era sfollato pure lui e i nostri genitori erano amici. Praticamente ci conosciamo da sempre».

Il primissimo ricordo della televisione?
«Grazie a Enzo Jannacci ci invitarono a cantare una canzone a “Quelli della domenica”, nel 1968. Era la prima puntata. Andò bene. Le canzoni diventarono otto, poi 24. Alla fine dell’anno eravamo famosissimi».

E invece il primissimo ricordo del cinema?
«Col successo cominciarono a offrirci cose, a me e a Cochi, ma erano troppo tradizionali e non ci piacevano. Tipo un prete e un politico, praticamente una fotocopia di “Don Camillo”. Poi Flavio Mogherini mi fece leggere il copione di “Per amare Ofelia” e cominciai a lavorarci in gran segreto, perché negli stessi giorni ero impegnato in tv con “Canzonissima”. A un certo punto mi feci coraggio e chiesi a Cochi il permesso di “separarmi”. Lui lo accordò. Fu un successone. Vinsi anche il Nastro d’argento e il David».

Sul lago va anche in barca?
«Andavo. Le barche sono una delle mie passioni. Ne avevo una che si chiamava “Poppeaprua”, l’ultima si chiama “Perestrojka”, ma ormai ci vado poco, è troppo faticoso. E poi non posso rischiare di fare come quella volta che ho attraversato il lago in barca a vela e poi non sono riuscito a tornare indietro! Ho dovuto fare il giro in autostop, senza soldi e in mutandoni».

Altre passioni?
«I motori. Da bambino riconoscevo tutte le auto di Laveno dal rumore, senza neanche guardarle: quella dell’ortolano, quella del formaggiaio, le moto Guzzi... Poi coi soldi mi sono tolto qualche sfizio. Ho una collezione di Ape Piaggio, il più bello ha otto posti, due davanti e sei dietro, non so neanche se può ancora circolare, ma io lo tengo».

Ha fatto anche il pilota, vero?
«Tre Parigi-Dakar. Due volte sono arrivato, la terza ci si è fuso il motore in mezzo al Sahara. Abbiamo dovuto montare la tenda e restare lì due giorni, prima che passassero a prenderci con un camion. Ero anche pilota di motoscafo. Credo di detenere ancora il record sulla Venezia-Montecarlo, in cinque tappe, a 140 chilometri orari di media. Me la propose Renato Della Valle, un vero campione. Una volta ho corso anche con Stefano Casiraghi e Alberto di Monaco».

E lo dice così? Che cosa facevate insieme?
«Beh il Principe faceva il Principe! Mica mi stava a raccontare i fatti suoi. Riservato. Però come pilota era bravo».

Quanti film ha girato?
«Tra 60 e 70. Ho perso il conto».

Spesso campioni di incasso.
«Ma anche fatti in economia. Contava di più l’invenzione del momento. Ricordo però che per “Luna di miele in tre” eravamo andati fino in Giamaica per fare una scena con una palma, e non l’abbiamo trovata. Abbiamo dovuto farla arrivare da Cinecittà!».

Il partner migliore?
«Tutti bravi».

Certo ma... magari Adriano Celentano in “Ecco noi per esempio...” e “Lui è peggio di me”?
«Non so, messi insieme funzionavamo ma eravamo molto diversi. Entrambi lombardi, però io venivo dal cabaret, lui dal rock. Lui era sempre sicuro di sé, grazie anche alla fede fortissima che ha, io molto meno... Un po’ lo invidiavo per questo».

Su set di “La patata bollente” è stato avvinto a Edwige Fenech in una vasca piena di schiuma. Non molti possono vantarsene.
«E a un certo punto si sono rotte le luci, siamo rimasti lì ad aspettare un po’, la schiuma è andata via, poi lei è uscita, l’acqua si è abbassata e... tutti hanno visto che, insomma, non ero rimasto indifferente. Oh, era bellissima, lo è ancora oggi».

È stato anche regista.
«Appena un film andava bene ne approfittavo per chiedere ai produttori di girarne uno tutto mio. “E fatemene fare uno!”. Così potevo girare nei posti che amavo, in Lombardia, perché il cinema è “romacentrico”. E metterci qualche tocco surreale in più».

Visto che siamo Tv Sorrisi e Canzoni, ci rivela finalmente il segreto per scrivere una “Canzone intelligente”?
«Ma non lo so! Quel pezzo prendeva in giro proprio la pretesa di essere “impegnati” e “intelligenti” a tutti i costi. Io invece ho sempre cercato solo di essere sincero. E di divertirmi».