Home CinemaRichard Gere nel nuovo film «Franny»: l’intervista esclusiva per Sorrisi

Richard Gere nel nuovo film «Franny»: l’intervista esclusiva per Sorrisi

Esce oggi nelle sale il dramma psicologico con protagonista il divo. Che a Sorrisi racconta: «Ho anche io il mio lato oscuro... ma uso il mio fascino per salvare il mondo»

Foto: Richard Gere

23 Dicembre 2015 | 16:30 di Paolo Fiorelli

Dopo aver detto evasivamente a mia moglie che dovevo incontrare Lino Banfi, ho raggiunto Richard Gere in un lussuoso hotel milanese. Sì, sono geloso, perché lui ce le ha tutte. Star di Hollywood. Benefattore. Maestro di spiritualità. Filosofo. Ginnasta. Musicista (avete presente il suo assolo al piano in «Pretty woman»? L’ha composto lui). Abile pilota di moto Triumph che (già che c’è) colleziona… Ce n’è per sedurre qualunque donna e far morire d’invidia qualunque uomo. Eppure scoprirò che anche lui ha un lato oscuro (e vi accenna in questa intervista).
Benché sia appena arrivato dall’India dopo cinque ore di macchina e 15 di aereo, si presenta con un volto che irradia serenità, nella sua leggendaria aureola di capelli bianchi. Mi accoglie con un sorriso e subito dice: «Che c’è? Mi sembri sotto pressione...».

Signor Gere, in «Franny» interpreta un benefattore miliardario che nasconde però un lato oscuro.
«Certo. Non faccio cattivi o buoni, faccio esseri umani. Non ho mai interpretato una persona semplice».

Il suo lato oscuro qual è?
«Tutti abbiamo un lato oscuro. Ma questo non ci definisce come cattivi. Dobbiamo accettarlo e lavorarci su, per migliorarci. Le faccio un esempio. In India tutti mi amano ma, partendo da Bangalore, un facchino non mi ha riconosciuto e mi ha trattato a male parole. La mia prima reazione è stata di rabbia, di orgoglio ferito. Poi ho pensato che anche lui doveva aver avuto una pessima giornata, e ho dominato la mia rabbia».

Questo è il massimo di oscurità che riesce a raggiungere?
«Sì, nella vita sì!» ride. «Ma quando recito posso andare molto oltre».

Il film comincia come un dramma familiare ma poi si trasforma quasi in una storia di dipendenza da droghe. Ha fatto ricerche sul tema?
«Un po’. Del resto è una cosa in cui mi sono anche imbattuto, nella vita. Come tutti, via».

Ci si è imbattuto in che senso? Per esperienza personale?
«Be’, diciamo che se vivi in questo mondo di sicuro conosci persone che hanno avuto problemi con le droghe… Personalmente io oggi sono drogato dei miei maestri tibetani. E di mio figlio Homer: vorrei solo la sua felicità».

Il suo corpo, che milioni di donne hanno adorato in «American gigolò» e «Ufficiale e gentiluomo», nel film appare deturpato da diverse cicatrici. Sacrilegio?
«Ma no. Faceva parte del personaggio. Vorrei avere ancora il corpo di “Ufficiale e gentiluomo”, ma devo ricordarle che ho 66 anni...».

E una fidanzata di 32, però. Non vorrà negare di essere il simbolo stesso del rubacuori. Ho le prove: il mio vicedirettore è una donna ma ha rinunciato a questa intervista dicendomi «Non posso andare io, potrei svenire!».
(ride) «Oh mamma mia, allora meglio così. Avrei dovuto soccorrerla e non sono un bravo medico…».

E poi c’è sempre il ricordo di lei bellissimo in «Pretty Woman», e la rivista «People» che l’ha nominata «l’uomo più sexy del mondo». Come convive con questa cosa del «sex symbol»?
«Non ci convivo. Nel senso che la ignoro. Non ci penso. L’espressione “sex symbol” è stupida. Io mi sento un essere umano in mezzo ad altri esseri umani».

Non molti esseri umani hanno bisogno di guardie del corpo per tenere a bada le ammiratrici...
«Qualcuna perde un po’ la testa, è vero. Mi inseguono, mi tendono piccoli agguati. E allora? Chi di noi non ha a che fare con tipi un po’ pazzi?».

Continua a paragonarsi a una persona qualunque?
«Certo, perché lo sono. Mi ascolti: la gente ha questa folle convinzione che la notorietà ti trasforma in qualcosa di diverso. Non è vero. Le passioni, i desideri, i problemi sono gli stessi. Le differenze che abbagliano i media sono piccole increspature sulla superficie delle nostre vite. Ne ho avuto conferma girando “Gli invisibili”, il mio prossimo film. È stato scioccante. Ero nella “mia” New York ma nessuno mi ha riconosciuto, perché ero vestito da senzatetto. Semplicemente, non mi guardavano in faccia. Vede il potere dell’apparenza?».

Già... Cosa ci faceva in India?
«Sono andato ad ascoltare i miei Maestri di meditazione».

Cosa la affascina tanto di quel mondo orientale?
«Dovrebbe vederlo e capirebbe. Ho incontrato centinaia di monaci che vivono nell’amore per gli altri, cercando di migliorarsi giorno dopo giorno, di crescere insieme come comunità. Noi viviamo in un mondo di egocentrici, convinti che tutti debbano piegarsi ai nostri bisogni e desideri personali».

Nel film a un certo punto Dakota Fanning le intima di «crescere». Noi occidentali dobbiamo ancora crescere, in senso spirituale?
«Dobbiamo crescere, ma anche restare bambini».

Si può essere religiosi e odiare? Perché i terroristi si professano credenti?
«Io credo che solo amando gli altri possiamo salvarci. Ce lo insegnano grandi uomini come il Dalai Lama e papa Francesco. Vorrei che si incontrassero spesso, per guidarci sulla via della pace».

Lei è come un «papa laico», ambasciatore del buddismo nel mondo. Prima medita per cinque ore con i monaci e poi vola su set miliardari. Cosa c’entra? Un film può essere un’esperienza spirituale?
«Perché no? La spiritualità è ovunque. Anche in questa nostra intervista. È dentro di noi. Dobbiamo solo imparare a tirarla fuori. Come la felicità. Anche per questo medito ogni giorno da 40 anni».

(E va bene. Tento le ultime frecciate per farlo arrabbiare). Lei ha accettato tre ruoli rifiutati da John Travolta. Cos’era, una specie di riserva?
«Ma è stato un caso, i candidati per un film sono sempre così tanti, cambiano continuamente. Io e John siamo buoni amici, abbiamo pure fatto entrambi “Grease”: io a teatro e lui al cinema».

Non ha mai vinto un Oscar. Le sembra giusto?
«Oh, grazie per avermelo ricordato... Mi guardi. Ho 66 anni. Le assicuro che ho altre cose per la testa. Certo, se arriva un riconoscimento, è carino. Se no va bene così».
Inutile insistere. Anche con i suoi lati oscuri, Richard Gere più che un attore è un santo. Diventerà il protettore di Hollywood, e se lo merita.

LA SCHEDA DEL FILM

Titolo: FRANNY
Con: Richard Gere, Dakota Fanning, Theo James
Genere: drammatico
Durata: 90'
Regia: Andrew Renzi
Trama: Benefattore e miliardario, Franny è inchiodato dai sensi di colpa per un incidente in cui ha coinvolto i suoi migliori amici e la loro figlia, tanto da precipitare nella dipendenza da farmaci. Quando, dopo anni, la ragazza si rifà viva per chiedergli di dare una mano al marito in difficoltà, la sua smania di aiutarli si trasforma presto in sgradevole invadenza. Sembra quasi che Franny voglia comprarsi la famiglia che non ha mai avuto....