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«Solo»: l’intervista a Ron Howard

Il regista racconta i retroscena del film e parla dei prossimi progetti, compreso il documentario su Pavarotti

Foto: Ron Howard

26 Maggio 2018 | 11:00 di Paolo Fiorelli

«Era ora!» racconta Ron Howard, il regista di «Solo», che abbiamo incontrato al festival di Cannes. «Han Solo non ha mai avuto un film da protagonista! Bisognava colmare questa lacuna».

Quindi era un film indispensabile?
«No. Nello showbiz non esiste questo termine. Forse che un altro film su Spider-Man è "indispensabile”, o anche solo “necessario”? Io userei un'altra parola. "Interessante”. Scoprire finalmente la vita di Han solo, per me, è tremendamente interessante. E divertente».

Lei ha seguito la nascita del progetto?
«Sono molto amico di George Lucas e so che aveva già raccontato molte cose su Solo nelle serie animate, ma da anni voleva fare un vero film. Perché sul suo passato c'erano molto indizi, ma non una storia organica e ben raccontata. Ora c'è. E un'altra cosa bella è che è un film che puoi vedere senza conoscere gli altri. Ammesso che ci sia ancora qualcuno al mondo che non ha visto nessun film di Star Wars... questo sarebbe ottimo per cominciare».

Lei però ha preso il timone del film all'ultimo momento, sostituendo i registi dimissionari Phil Lord e Christopher Miller. È stato un problema?
«No. Se non avessi apprezzato il loro lavoro, avrei semplicemente rifiutato l'offerta. Si trattava solo di aggiungere qualche pezzo al puzzle. Ho rigirato alcune scene, ne ho girato di nuove... e poi ho rigirato pure le mie! Ho avuto 10 giorni per prepararmi e ho chiesto due settimane extra di riprese. Con così poco tempo ho dovuto affidarmi all'istinto, ho scoperto un nuovo modo, per me, di lavorare... È stata un'avventura creativa pazzesca».

La dose di humour del film è superiore alla media. Sembra si sia molto divertito a girarlo, specie nelle tante sequenze di inseguimenti tra le stelle...
«Solo è pur sempre "il più grande pilota della galassia”, no?. Trovo che assomigli molto a James Hunt, l'asso della Formula 1 che era al centro del mio film "Speed”. La velocità, semplicemente, lo riempie di gioia».

Vedremo anche la prima comparsa del «Millennium Falcon».
«Per me l'astronave guidata da Han e Chewbecca non è un oggetto, ma parte del cast. Ha persino una sua personalità. Le ho dato più spazio che potevo».

Nel ricostruire la vita di un personaggio «sacro» non ha paura di incorrere nelle critiche dei puristi?
«Ma qui sta metà del divertimento! Una cosa bella di Star Wars sono i dibattiti inesauribili tra i fan su questo o quel capitolo, questo o quel personaggio... È come con i tifosi sportivi. Era così già ai tempi di "Una nuova speranza”, il primo film della serie... Pardon, il quarto film della serie, ma il primo a essere girato. Ecco, già adesso i fan si saranno infuriati (ride)».

Ci sarà un seguito? Avremo una saga tutta per Han Solo?
Sentiamo prima le reazioni del pubblico... poi si vedrà!».

Una curiosità: lei ha anche impersonato se stesso nella serie «This is us».
«Purtroppo si! (ride). Dico “purtroppo” perché quell'esperienza è nata come un favore personale a Dan Fogelman. Un giorno mi disse “Avresti mica due orette libere? Ho bisogno di girare qualche scena con un vero regista come personaggio...”. E poi ha continuato a chiamarmi: “Ci sarebbe ancora una scena... ancora una... ancora un'altra...”. Però devo dire che questo personaggio di "Ron Howard il regista" mi sta molto simpatico... E presto comparirò con mia figlia Bryce in un'altra serie, “Arrested Development”. In effetti, ci sarà tutta la mia famiglia!».

Altri progetti in corso?
«Sto lavorando a un documentario su Luciano Pavarotti».

Non sapevo che fosse un esperto di opera...
«Infatti non lo sono! Conosco l'opera quanto l'ingegneria aerospaziale. Ma per quel poco che capisco, c'è un aspetto che mi affascina della vita di Pavarotti: sembra anche lui il personaggio di un'opera! È quello che cercherò di sottolineare nel film».

Per concludere... Donald Glover/Childish Gambino ci ha detto che lei ha un bel ricordo di Michael Jackson, ma che avremmo dovuto chiederlo direttamente a lei...
«Oh sì. Il fatto è che Michael si era appassionato ai giocattoli Trasformers e voleva assolutamente che lo dirigessi in un video in cui lui sarebbe diventato un Transformer. In pratica ha anticipato quella che sarebbe diventata la saga cinematografica. Ma io sapevo che quel “piccolo video” mi avrebbe preso un anno o più e avevo i miei film da fare e dissi di no. Allora mi telefonò dicendo: “Almeno dimmi chi è che faceva il fischio nella sigla dell'“Andy Griffith Show” (un programma televisivo a cui Ron Howard aveva partecipato da bambino, Ndr)”. Voleva proprio quel "fischiatore” in un suo pezzo. Michael era così, un eccentrico perfezionista».