Cinque passi per tornare sereni al lavoro

Per molti di noi la fine delle vacanze è uno shock. Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Paolo Crepet

1 Settembre 2022 alle 08:22

La chiamano “Sindrome da rientro”: secondo l’Istat colpisce circa il 35% della popolazione, con maggior incidenza tra i 25 e i 45 anni. È quel malessere che assale molte persone alla fine delle vacanze. I sintomi più comuni? Ansia, tristezza, sensazione di affaticamento, difficoltà di concentrazione, irritabilità, insonnia, fino a veri e propri disturbi psicosomatici come mal di testa o problemi di digestione.

Secondo gli esperti è una sorta di “elaborazione del lutto” con cui l’organismo e la mente reagiscono alla perdita di uno spazio di felicità: le vacanze. Ne abbiamo parlato con Paolo Crepet (che ha da poco dato alle stampe per Mondadori il suo nuovo libro “Lezioni di sogni”). E abbiamo scoperto che lo psichiatra e scrittore torinese ha una visione abbastanza originale del problema.

«La prima causa di questo disagio sta nel fatto che, inconsciamente, non amiamo più il lavoro. Lo consideriamo “una rottura”. E questo fa parte della tendenza moderna a vivere come eterni adolescenti. Il rientro al lavoro allora viene visto come il rientro a scuola: la fine della libertà. Invece il lavoro può essere una cosa bellissima! Può dare uno scopo alla vita, farti diventare qualcuno, vincere la noia».

E che dire a chi, fuori dalle vacanze, si sente stressato e affaticato? «Il vero problema sta in una vita che non ci soddisfa davvero» replica Crepet. «La sindrome del rientro nasce dall’impossibile sogno adolescenziale di rimandare senza fine i conti con la realtà. Se la nostra vita quotidiana non ci piace, non sarà allungando le vacanze di 15 giorni che risolveremo il problema. Invece, il piccolo shock del rientro può essere benefico. Perché la cosa peggiore dell’esistenza è la bonaccia. E settembre è un’ottima tempesta!».

Ecco i consigli su come affrontare il ritorno dalle ferie

  1. Il “punto nave”
    «Io non vado mai “in vacanza”, o almeno non uso questo termine» dice Crepet. «Perché guardare alle vacanze come a una fuga porta fatalmente a un atteggiamento maniaco-depressivo: durante le ferie cerco di divertirmi come un pazzo e poi al ritorno mi sento depresso... Meglio vedere le ferie come un riposo, un rallentamento. E rallentare può essere il modo migliore non solo per riprendere fiato, ma anche per guardare la propria vita da una prospettiva diversa». Ecco perché la fine delle vacanze può essere il momento giusto per fare un “punto nave” e vedere con più efficacia cosa va e non va nelle nostre giornate. Il che ci porta al prossimo consiglio...
  2. Cambiare e reinventarsi
    «Più che il rientro in sé, temiamo la noia della ripetitività. Ma la noia, paradossalmente, può essere una grande risorsa» dice Crepet. «A patto di non fermarci alla fase del lamento e di usarla invece per reinventarci. Per cambiare le abitudini usurate, e usuranti, della nostra vita». A volte può bastare poco: un cambio di look, un nuovo taglio di capelli, la scelta di fare un nuovo tragitto verso il lavoro o di impiegare diversamente la pausa pranzo. In altri casi servirà un cambiamento più profondo. Per esempio...
  3. Nuovi obiettivi
    «Un progetto a lungo termine è quello che ci vuole per non vivere il rientro come un rituffarsi in un “eterno ritorno” ma, al contrario, come un momento di ripartenza». Può essere un traguardo in ambito lavorativo oppure qualcosa di più personale, come la scelta di dedicarsi regolarmente a uno sport, un hobby o una passione.
  4. Riscoprire la socialità
    «Chi taglia ogni impegno e legame confonde la libertà con la solitudine. Invece, ritrovare colleghi e amici alleggerirà l’ansia. Riscopriamo il piacere di creare insieme. Sono pochissimi i lavori davvero solitari; per ottenere il meglio bisogna fare squadra».
  5. Arrivo: la serenità!
    «Questi sono i principi fondamentali» dice Crepet «poi certo, anche un approccio graduale al rientro può aiutare». Alcuni trucchi? Tornare dai luoghi di villeggiatura due giorni prima di riprendere il lavoro per creare una “zona cuscinetto” tra la vacanza vera e propria e l’ufficio. Organizzare una gita nel weekend successivo per vivere ancora uno “scampolo di vacanza”. In ufficio, poi, lasciare gli impegni gravosi per i giorni seguenti, aumentando il carico di lavoro con gradualità. Magari senza esagerare, o si finisce nella battuta che circola sui social a ogni fine agosto (e ci permette di concludere con un sorriso): «Il rientro dalle ferie dovrebbe essere come l’inserimento all’asilo nido. Oggi un’ora. Domani due. Poi tre. Poi piango e mi riportano a casa!».
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