La moda dei tatuaggi? È una lunga storia

Dall’antico Egitto a oggi, tutto sui tattoo amati dai personaggi dello spettacolo (e non solo)

3 Settembre 2022 alle 07:50

La parola tatuaggio viene dal polinesiano “tattaw”, che vuol dire “incidere, decorare”. Fu coniata dal capitano inglese James Cook che tra il 1768 e il 1771 si spinse a esplorare l’Oceano Pacifico e nel diario di bordo raccontò dettagliatamente l’usanza di decorarsi il corpo tipica degli abitanti di Tahiti. Al ritorno portò in patria un uomo completamente ricoperto di quegli strani segni e introdusse la parola “tattoo” mutuandola dal polinesiano “tattaw”, ispirato al ticchettio (“ta ta ta”) delle bacchette adoperate dagli indigeni per questo rito.

Fino a poco tempo fa il primo uomo tatuato di cui si aveva testimonianza era la mummia di Ötzi, ritrovata in Alto Adige e risalente al 3.300 a.C.: mostrava ben 61 tatuaggi ottenuti sfregando carbone polverizzato su incisioni verticali della cute, fatte, si suppone, a scopo terapeutico per lenire i dolori.

Più recentemente il British Museum di Londra ha rinvenuto tatuaggi antichissimi sul corpo di due mummie egizie risalenti a 5.000 anni fa. Appartengono a un ragazzo e a una donna che hanno delle macchie scure sul braccio e sulla spalla: in realtà raffigurano un toro, una pecora e dei motivi a forma di “s” probabilmente simboli di fertilità e virilità.

Nell’antica Roma i tatuaggi venivano evitati per non contaminare la purezza del corpo umano e usati invece per marchiare schiavi (con le iniziali del padrone), criminali e prigionieri. Più tardi i legionari romani furono influenzati dall’usanza dei guerrieri Celti che si tatuavano figure di animali come simbolo di coraggio e onore. Alcuni di loro cominciarono a imitarli segnandosi con il nome dell’imperatore e altri esempi di ferocia e fierezza.

Pare che anche i primi cristiani usassero marchiarsi con croci o segni religiosi per testimoniare la propria fede. Finché nel 325 d.C. l’imperatore Costantino, in seguito alla conversione al Cristianesimo, ne vietò l’uso rifacendosi ai versetti della Bibbia: “Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio” (Levitico 19:28).

Il tatuaggio venne definitivamente proibito da Papa Adriano I nel 787 durante il secondo Concilio di Nicea, e il divieto ribadito da ulteriori bolle papali, tanto che la pratica scomparve nel tempo. Tuttavia nel Medioevo alcuni pellegrini in visita ai santuari usavano tatuarsi simboli religiosi. In particolare a Loreto esistevano i così detti “frati marcatori”, che incidevano simboli cristiani sui polsi e sulle mani dei devoti. Stesso discorso per i crociati o i pellegrini al Santo Sepolcro di Gerusalemme: se fossero stati uccisi e depredati di tutto, portando addosso dei tatuaggi cristiani si garantivano la sepoltura in terra sacra.

In Europa si ricominciò a parlare di tatuaggi in seguito alle esplorazioni oceaniche del XVIII secolo. Nell’Ottocento anche le classi aristocratiche sembrarono apprezzare l’usanza: lo Zar Nicola II mostrava un dragone sul braccio destro (pare realizzato dopo un viaggio in Giappone), i re britannici Giorgio V e Edoardo VII avevano una Croce di Gerusalemme sul braccio e Sir Winston Churchill un’ancora sull’avambraccio (in ricordo dei tempi passati tra Cuba, India e Sudafrica).

I tatuaggi rimasero a lungo il marchio che identificava delle minoranze, tra cui marinai (chi aveva un un dragone aveva navigato in Cina, chi aveva varcato l’equatore mostrava una tartaruga), veterani di guerra e carcerati. Ma venne usato anche tra i circensi (agli inizi del Novecento i circhi americani vantavano oltre 300 persone tatuate da capo a piedi). Nel 1876 il criminologo italiano Cesare Lombroso ancora scriveva che il tatuaggio era segno di personalità delinquente e degenerazione morale e il pregiudizio restò immutato fino alla fine degli Anni 60.

Dagli Anni 70 il tatuaggio ha conosciuto una progressiva diffusione, prima fra le comunità hippy, i motociclisti, gli artisti più sperimentali, fino a diffondersi come vediamo ora. Secondo i dati riportati nel libro “Sulla nostra pelle. Geografia culturale del tatuaggio” di Paolo Macchia e Maria Elisa Nannizzi (Pisa University Press) nel 2019 il 12,8% degli italiani aveva un tatuaggio, in prevalenza tra i 18 e i 44 anni (in Europa la media era del 12%, negli Usa del 30%).

Non può mancare nel Guinness dei Primati il più tatuato al mondo: è l’artista di strada australiano Lucky Diamond Rich che si è sottoposto a oltre 1.000 ore di sedute per avere il corpo interamente coperto d’inchiostro.

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