Home LifestyleLibriFabio Frizzi: «Avevo un sogno: fare un disco con Fabrizio»

Fabio Frizzi: «Avevo un sogno: fare un disco con Fabrizio»

Autore di tante celebri colonne sonore, ha scritto un libro sul suo mestiere. E l’ha dedicato all’adorato fratello scomparso

Foto: Fabio e Fabrizio Frizzi (1958-2018): tra i due fratelli c’erano sei anni di differenza. Hanno lavorato insieme nella serie tv “Non lasciamoci più”

05 Novembre 2020 | 12:00 di Stefania Zizzari

«Pronto? Ciao Stefania». Un colpo al cuore. La voce, il modo di parlare sembrano quelli di Fabrizio Frizzi. Dall’altro lato del telefono c’è Fabio, il fratello maggiore di Fabrizio.

Fabio, che impressione...
«È vero (sorride), siamo simili. Io e “Fabri” abbiamo entrambi preso il modo di fare di nostro papà Fulvio (importante distributore cinematografico, ndr)».

Tu sei un noto musicista, autore di numerose colonne sonore di film cult. Hai appena pubblicato il libro “Backstage di un compositore”. Come mai?
«La musica è una cosa bella per tutti: per chi l’ascolta, per chi la suona, per condividere momenti, emozioni, ricordi. Volevo raccontare come è nato questo amore forte per la musica, svelando aspetti e curiosità legate alla mia professione».

Una professione che ti ha portato a collaborare con i grandi del cinema. Ma iniziata con le “Messe beat”...
«Avevo una band, anzi un “complesso”, che è una parola che oggi fa molto ridere. Eravamo quattro compagni di scuola all’Istituto San Giuseppe Calasanzio e lì un prete “moderno” ci chiese se avevamo voglia di fare un esperimento: accompagnare la Messa con la musica. Funzionò. Un anno, durante la Messa di Natale, a causa di un contatto il nostro amplificatore si sintonizzò per qualche secondo sulle frequenze di Radio Vaticana e in chiesa riecheggiarono le parole di papa Paolo VI nello stupore generale (ride)».

Il tuo primo lavoro importante fu la colonna sonora del film “Fantozzi”.
«Era il 1975, avevo 24 anni. Paolo Villaggio mi invitò nella sua casa ai Parioli. Entrò nello studio e si sedette dietro a una scrivania su una poltroncina. Mi disse: “Prego, accomodati”. Mi guardai intorno ma c’era solo il famoso puff... Io provai a sedermi cercando invano di rimanere dritto. Cascando un po’ di qua e un po’ di là, perché non c’era verso di rimanere in equilibrio… così rompemmo il ghiaccio. Anzi, credo di aver fatto delle espressioni alle quali lui poi si deve essere ispirato per il suo personaggio di Fracchia (ride)».

Poi, tra gli altri lavori, è arrivato Adriano Celentano con il film “Segni particolari: bellissimo”.
«Il periodo trascorso a lavorare nella casa di Adriano a Galbiate, immersa nella natura del lecchese, lo ricordo come un sogno. Lui conosceva bene mio papà, che era scomparso da poco, e con me fu affettuoso, quasi paterno. Adriano era una specie di gentiluomo di campagna: amava mangiare in cucina con i suoi amici più cari, con la vecchia governante, tutti intorno a un grande tavolo. Si mangiavano le verdure dell’orto, il pollo ruspante, le uova fresche... La semplicità della cucina contrastava con gli strumenti professionali sofisticati che erano a disposizione in casa: la sala di proiezione, la moviola professionale».

Anche Alberto Sordi frequentava casa Frizzi.
«Sì. Con papà sono nati “Il medico della mutua”, “Un borghese piccolo piccolo”. Di Albertone ho un ricordo particolare».

Ce lo racconti?
«A metà degli Anni 70 nascevano le prime radio private. Io e Fabrizio avevamo la camera in comune e la sera prima di dormire ascoltavamo sempre Ram 102. Mi chiesero di fare una trasmissione che si chiamava “Indovina chi viene dopo cena” e per tre anni dalle 21 a mezzanotte ho incontrato in quello spazio personaggi importanti del cinema. Ospitai Paolo Villaggio, Ettore Scola... desideravo avere in una puntata Albertone».

E venne?
«Accettò. Quella sera alle nove meno un quarto l’aspettavo davanti all’Hotel Hilton, dove avevamo la postazione. Ero emozionatissimo. Lui arrivò con una cartellina sotto il braccio. Gli chiesi: “Cosa c’è dentro?”. E lui: “Tutta la mia storia radiofonica” (lo imita bene, come lo imitava Fabrizio, ndr). E in quelle tre ore ci incantò con i suoi meravigliosi personaggi».

E Fabrizio da casa vi aveva seguito?
«Certo! Lui era il primo ascoltatore. E poi a 18 anni cominciò anche lui a lavorare lì. Era uno straordinario intrattenitore radiofonico».

La sera prima di dormire di che cosa parlavate?
«Avevamo sei anni di differenza. Facevamo anche a botte ogni tanto, come tutti i fratelli, ma la musica ci ha sempre unito. Fu lui, sempre attento alle cose nuove, a farmi conoscere i Genesis. All’inizio non li avevo capiti, ma lui insisteva, finché non mi sono imbattuto nell’album “Selling England by the pound”, un capolavoro. E quando vennero a Roma, andammo insieme al concerto. Era il 5 febbraio 1974, il giorno del 16º compleanno di Fabrizio».

Avete lavorato insieme poche volte.
«È vero. Ho curato le musiche della serie tv “Non lasciamoci più” dove Fabri era il protagonista. Pensavamo entrambi di aver lavorato troppo poco insieme. Lui aveva un’idea teatrale, voleva fare un “one man show” e me ne aveva parlato ma non siamo riusciti a concretizzare. E poi è rimasto il sogno di fare un album insieme: lui ha scritto pezzi meravigliosi e volevamo prenderci sei mesi per realizzarlo. Ne abbiamo riparlato anche quando non stava bene, nella speranza che questo sogno potesse dargli nuova linfa. Non ci siamo riusciti purtroppo, ma questo sogno c’è ancora. Per non disperarmi mi piace pensare che in qualche modo ci sia ancora la possibilità di chiedergli un parere, un consiglio».

C’è una “vostra” canzone?
«“Lugano addio” di Ivan Graziani. L’abbiamo fatta insieme mille volte».

Vi capitava di suonare insieme?
«Come no? Eravamo tutti appassionati di musica in famiglia e dopo il pranzo domenicale io prendevo la chitarra, Fabri si metteva al piano e cantavamo. Il “must” di casa Frizzi era “Io ho in mente te” dell’Equipe 84».

Se Fabrizio leggesse questo libro che cosa direbbe?
«Questo libro è dedicato a lui. Dentro c’è tanta della nostra vita. Credo che chiudendo l’ultima pagina avrebbe le lacrime agli occhi e mi stringerebbe in un abbraccio forte. Senza dire nulla».