Gianfelice Facchetti: «Ecco i grandi Capitani, simboli di fedeltà»

Il figlio del grande Giacinto racconta le storie dei calciatori con la fascia al braccio

21 Giugno 2024 alle 08:11

In un momento in cui il calcio sembra avere intrapreso una corsa verso la cancellazione di tutti i propri archetipi, dal colore della maglia ai giocatori “incedibili”, dalla contemporaneità delle gare alla demolizione di stadi gloriosi, Gianfelice Facchetti (attore, narratore, scrittore e figlio di un’icona del calcio come il difensore dell’Inter e della Nazionale Giacinto Facchetti) dedica il suo ultimo libro, “Capitani”, a quei calciatori un tempo definiti “bandiere”, simboli di fedeltà al club d’appartenenza.

Una scelta controcorrente in un momento in cui, probabilmente, anche il più sfegatato degli appassionati di calcio farebbe fatica a citare cinque capitani dell’attuale Serie A. «Mi attiravano i simboli che si celano dentro questa figura» ci spiega l’autore. «Dopo avere scritto un libro sullo stadio di San Siro, tre anni fa, ho pensato che i capitani potessero essere un altro simbolo da provare un po’ a sviscerare. Anche alla luce del fatto che negli ultimi 15-20 anni, tra tutti i cambiamenti e le trasformazioni, il calcio è diventato molto “liquido”. Volevo provare a vedere se la fascia ha ancora qualche valore».

Un viaggio che, inevitabilmente, ha portato Facchetti a ritroso nel tempo. «Non è stato semplice. Ho fatto una scelta iniziale di quei nomi che non potevano mancare ma, a un certo punto, sono arrivato alla consapevolezza che inevitabilmente qualcuno sarebbe restato fuori. Ho cercato il più possibile di raccontarli con una chiave originale, e se non trovavo qualcosa di curioso invece di fare un capitolo biografico generico lasciavo stare».

Ecco allora inseguirsi le storie di campioni dimenticati e di altri indimenticabili: dal papà di Gianfelice, Giacinto Facchetti, ad Armando Picchi, dai Maldini, Cesare e Paolo, padre e figlio, a Calì, primo capitano azzurro, dai Mazzola, Valentino e Sandro, al capitano silenzioso Gaetano Scirea. Ma anche capitani che, ufficialmente, capitani non sono mai stati, come Gigi Riva, il lombardo che si è fatto sardo e che è rimasto fedele alla maglia del Cagliari rinunciando ai milioni dei grandi club.

Storie che diventano metaforica rappresentazione del presente: «Il tema del capitano per me è trasversale, perché racconta la crisi della rappresentatività. La mancanza, l’assenza di figure capaci di rappresentare. E che cosa poi? Il calcio è cambiato e quindi il capitano è ambasciatore di quale idea? Di quale appartenenza? Di quali messaggi, di quali valori? Un tema che va oltre il campo».

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