Kabir Bedi: «Io sarò per sempre l’invincibile Sandokan»

L'attore indiano pubblica la sua autobiografia e si confida con Sorrisi

Kabir Bedi
21 Ottobre 2021 alle 08:54

Collegato via computer da casa sua in India, Kabir Bedi è rilassato ed elegante negli abiti tradizionali. Lo intervistiamo per l’uscita della sua autobiografia: “Storie che vi devo raccontare - La mia avventura umana” (Mondadori, 19 euro), il racconto di 75 anni di vita e oltre 50 di carriera con più di 60 film tra Bollywood, la mecca del cinema indiano, e Hollywood, quattro matrimoni e tanta tv, a partire dal ruolo di Sandokan che, come ricorda lui sempre grato, «mi ha portato nel firmamento delle celebrità».

Partiamo dall’inizio, dall’indimenticabile scoop che ha dato il via alla sua carriera.
«Era il 7 luglio 1966: a 20 anni facevo il giornalista freelance a “All India Radio”, l’emittente di Stato che aveva il monopolio delle trasmissioni. Fui l’unico in tutto il Paese che riuscì a intervistare i Beatles, i miei idoli. Ebbi coraggio, dissi una piccola bugia al loro manager: che il governo aveva già annunciato questa intervista. E la spuntai».

Quelli della radio, però, poi la fecero arrabbiare.
«L’intervista dopo la messa in onda andò persa, perché ci registrarono sopra un’altra cosa: ai tempi non c’erano abbastanza soldi e si doveva risparmiare sui nastri. Da quella delusione, però, iniziò il mio viaggio da Delhi verso Mumbai e Bollywood».

Lei ha sempre avuto il fuoco sacro della recitazione. Cosa ha innescato la scintilla?
«A 6 anni, quando vivevo nella splendida regione del Kashmir, vidi il mio primo spettacolo teatrale. Il protagonista era Prithviraj Kapoor, un mostro sacro del cinema indiano. All’epoca però il teatro era povero. E alla fine dello spettacolo, nel foyer, questo grande interprete si mise a chiedere l’elemosina. Quell’immagine per me è indelebile: fa capire quanta fatica c’è nell’arte della recitazione».

Da bambino, come amichetti, aveva i figli di Indira Gandhi: Rajiv e Sanjay. A cosa giocavate?
«Con il trenino elettrico e le costruzioni del meccano, a casa loro. Chi avrebbe potuto immaginare che Rajiv sarebbe diventato primo ministro come suo nonno Nehru, e Sanjay uno degli uomini più potenti del Paese?».

E chi avrebbe potuto immaginare che una parte della sua fama si deve al suo... fondoschiena?
«Sì. All’inizio degli Anni 70 interpretai a teatro Tughlaq, un “re pazzo”, un sultano musulmano dell’India medievale. Quando il sipario si apriva, io davo le spalle al pubblico e sembravo completamente nudo: le luci dall’alto nascondevano il filo che reggeva il perizoma. La gente rimaneva a bocca aperta, all’epoca era uno scandalo! Con quello spettacolo divenni famoso».

Ma è stato il 1974 l’anno della vera svolta, quando girò “Sandokan”.
«Lì più che di fondoschiena, fu una questione di spalle. Il regista Sergio Sollima mi spiegò: “Sandokan non è un intellettuale, fa tutto col cuore... ma si muove con le spalle”. E su quel consiglio prezioso incentrai la mia recitazione. E a quel ruolo devo tutto, sarò Sandokan per sempre».

È stato il primo indiano protagonista in un film di 007: il cattivo Gobinda in “Octopussy”. Hollywood è sempre stata generosa o a volte si è rivelata avara con lei?
«Sono un ottimista, che vede sempre il lato positivo delle cose. L’ho fatto anche quando in Italia ero considerato un re e invece Hollywood mi dava solo “noccioline”. Il problema è che per molto tempo non ci sono stati ruoli per gli indiani. E io mi sono adattato: spesso ho interpretato personaggi arabi. E in “Beautiful” ero un principe marocchino, Omar, innamorato di Taylor (l’attrice Hunter Tylo, ndr)».

«L’Italia mi ha salvato» scrive nell’autobiografia, riferendosi all’esperienza a “L’isola dei famosi” che le diede un ritorno enorme di popolarità. Rifarebbe un reality?
«Uno “fisico” come “L’isola”, no. Ma non mi dispiacerebbe un’altra sfida, magari come coach in un talent».

Nel libro cita più volte il nostro giornale: come mai?
«Il vostro giornale mi ha sempre sostenuto e non lo dimenticherò mai. La vostra Rosanna Mani, colonna di Sorrisi, è mia grande amica: il libro è stato pubblicato in Italia da Mondadori grazie a lei, che mi ha presentato la mia brava editor, Gabriella Ungarelli».

Protima, Parveen, Ixchel, Nikki... Pagina dopo pagina racconta l’amore per le sue donne: spose, compagne, amiche. Può dirci un aggettivo per ciascuna di loro?
«Magari potessi (ride)! Ogni essere umano è un universo, per questo mi sono servite almeno 50 pagine a testa».

Sua madre è stata una monaca buddista e suo padre un filosofo, discendente del fondatore del sikhismo, Guru Baba Nanak (1469-1539). Ma lei in che cosa crede?
«Ho dedicato tutta la mia esistenza alla ricerca della Verità. Quello in cui credo oggi è una macedonia di molte religioni e filosofie. Soprattutto, credo nella gentilezza e nella compassione».

Prega?
«Non prego, ma medito tre volte alla settimana. E pratico il pranayama (un tipo di respirazione yoga, ndr)».

Sente ancora accanto a sé la presenza di suo figlio Siddhart, che si è tolto la vita nel 1997?
«All’inizio la sentivo, poi non più. Scriverne è stato come riaprire una ferita che si era rimarginata. Mio figlio era un genio della tecnologia, aveva il mondo davanti a sé ma gli è stata diagnosticata la schizofrenia, che gli è stata fatale. L’ho raccontato perché lo dovevo a tutte le famiglie che affrontano i tormenti della malattia mentale».

Ha altri due figli, Pooja e Adam, e due nipoti, Alaya e Omar. Che padre e che nonno è?
«Orgoglioso. I figli li incoraggio, i nipoti li vizio anche».

Nel libro dice di essere un esperto di uova. La sua ricetta segreta?
«Una semplice omelette con pomodoro, cipolle e prosciutto. Ne sono ghiotti anche i corvi che vengono a fare colazione sul mio balcone al mattino e me ne rubano un pezzetto».

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