Marisa Laurito e la sua autobiografia “Una vita scapricciata”

Ha scritto un’autobiografia piena di aneddoti. E di grandi incontri in cui non riusciva a trattenersi

Marisa Laurito con Renzo Arbore nel 1987
22 Aprile 2021 alle 09:32

Quattrocentosedici pagine: ne ha raccontate di cose, Marisa Laurito, nella sua autobiografia! Ma forse l’ha aiutata il fatto che di vite ne ha vissute almeno altre tre, ed è convinta di ricordarle tutte: «Nel Settecento ero una ricca dama francese con due gemellini, nell’Ottocento ho assistito a un omicidio, e poi sono stata anche un “pemangku”, cioè un sacerdote di un tempio a Bali. Ma non vi preoccupate, il mio libro è tutto sulla vita che sto vivendo ora».

Una vita che non comincia a Bali o in Francia, ma a Napoli.
«E no. Abbia pazienza, ma a Napoli dire che sei di Napoli non basta. Poi arriva la domanda: “Di Napoli dove?”. Il Vomero, per dire, ai miei tempi era aperta campagna. E Posillipo era un esotico luogo di villeggiatura. Io invece sono di San Lorenzo, un quartiere centralissimo. Sono cresciuta nel vero cuore di Napoli, “l’ultimo baluardo dell’umanità”, come diceva sempre Luciano De Crescenzo, il mio amico più grande. Che poi è tutto merito del Vesuvio, ne sono convinta. Ci pensate, avere sotto i piedi un mare di magma incandescente, e sopra la testa un vulcano che può eruttare da un momento all’altro? È da quel fuoco liquido che viene il “sangue caliente” che ci fa vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. È nella natura dei napoletani sorridere, ironizzare e godere ogni momento che ci viene regalato. Ma in me c’era anche qualcosa di più specifico: una natura d’artista».

Quando l’ha scoperta?
«Da bambina, grazie a una tv, anzi una “televisiona”, come la chiamava la signora del piano di sopra, l’unica ad averla in tutto il palazzo. Noi potevamo guardarla perché era amica di mia nonna. Tutte le sere la signora copriva “a televisiona” con una coperta di pizzo e una volta mamma le chiese: “Ha paura della polvere?”. “No, è che quella è piena di gente, che ne so io se ci possono vedere!”. Poi “a televisiona” ce la siamo comprata anche noi e una volta mi sono guardata tutta “Filumena Marturano” nascosta dietro una tenda. Perché, capirà, parlava di una prostituta, per noi bambini era vietatissima. E lì mi sono innamorata di Eduardo De Filippo».

Con cui poi ha esordito. Come è andata?
«Oggi forse mi denuncerebbero per “stalking”. Tutti i giorni andavo al teatro San Ferdinando sperando di incontrarlo, finché ho ottenuto un provino. Per riuscirci ho usato uno stratagemma: tornando da scuola avevo sentito due donne chiacchierare su un autobus e dire che un suo attore, Antonio Casagrande, aveva un’amante che si chiamava Marisa. Il giorno dopo sono andata dal custode e l’ho pregato di dirgli che Marisa era di sotto e l’aspettava, e di fare presto perché era urgente! In effetti doveva essere vero, perché scese le scale di gran corsa. E non solo non si arrabbiò, ma si fece una gran risata e promise di procurarmi un provino con Eduardo. Poi ho fatto una cosa simile anche con Fellini: per conoscerlo ho finto di essere investita dalla sua macchina quando si fermava all’angolo della strada per svoltare... anche lì c’è scappato un provino, ma non il film».

Con Eduardo è andata meglio?
«Mi fece il primo contratto il giorno in cui compivo 21 anni, quando diventai maggiorenne, perché prima mio padre non avrebbe mai dato il permesso. Anche dopo il successo, lui non si lasciava mai sfuggire l’occasione di prendermi da parte per chiedermi: “Ma non ti sei ancora stancata di fare questa vita da zingara?”. Per lui recitare non era un lavoro serio. Comunista convinto, mi pagava gli studi, ma in cambio dovevo spiegare quello che avevo imparato agli operai analfabeti del suo circolo. Lì ho imparato a lottare».

E a lottare per cosa?
«Nel ’68 ero una femminista convinta. Una volta, dopo che avevano sciolto un’occupazione con la forza, portai a scuola un gateau di patate su cui c’era scritto “la lotta è dura e non mi fa paura”. Ho sempre aiutato chi ne aveva bisogno, anche solo con un piatto di spaghetti. A Roma io e Marina Confalone avevamo messo su una “comune” per tutti gli aspiranti attori come noi che passavano le giornate a fare provini su provini. Ci sono passati anche Roberto Benigni, Massimo Ranieri e Sergio Castellitto».

Ce ne racconta qualcuno, di questi provini?
«Un giorno, per il film “La mazzetta”, dovevo incontrare Nino Manfredi e non stavo in me per l’emozione. Arrivo a casa sua e vedo che dietro di lui c’è un’altra persona che sta guardando fuori dalla finestra. Si gira: un sorriso buono, due occhi bellissimi e intelligenti. Io credo nel destino: ho subito capito che sarebbe diventato una persona importante nella mia vita... e infatti. Era Luciano De Crescenzo. Scusami Nino, ma quella volta ti ha proprio rubato la scena».

Bè, aveva anche il vantaggio essere napoletano come lei...
«Per anni, tutte le domeniche, siamo andati insieme al San Paolo a guardare Maradona. Ma non creda, su certe cose eravamo proprio “agli antilopi”... Io per esempio ho un debole per maghi, indovini e sensitivi. Credo nel destino e nel soprannaturale. E se cercavo di convincerlo lui si arrabbiava: “Marisa, lascia perdere, sono un ingegnere, non ci credo a queste favolette... Sei una complice!”».

Fu grazie a lui che conobbe Renzo Arbore, vero?
«Sì, e fu grazie ad Arbore che conobbi Pietro, l’uomo della mia vita. Quella sera io non volevo assolutamente uscire, ma Renzo mi costrinse. E dopo ho scoperto che era stato lo stesso per Pietro. Poi come faccio a non credere nel destino?».

Con Arbore arrivò il grande successo.
«“Quelli della notte” ci rese una specie di eroi nazionali. Fummo anche invitati a pranzo da Gianni Agnelli. Io non sapendo che dire mi lamentai che la mia 500 si era rotta, e Renzo mi lanciava certe occhiate di fuoco... Lui mi ha insegnato la meravigliosa arte dell’improvvisazione. C’è una Marisa Laurito prima di Arbore e una dopo: quella prima si limitava a studiare il copione. Quella dopo se lo inventa».

Poco dopo vinse anche il Telegatto come Personaggio dell’anno.
«Ma lo sa che l’anno scorso me l’hanno rubato? Vorrei mandare un appello ai ladri: ridatemelo! Dico io, ma che ci fate? Guardate che non è d’oro vero... o sì? Lei che è di Sorrisi che dice?».

No, no. Però in effetti è una vergogna, dovrebbero ridarglielo. Tra l’altro lo vinse anche perché era reduce, nel 1987, da un “Fantastico” rimasto nella storia: quello con Celentano.
«Lo invidiavo perché faceva sempre e solo quello che aveva in testa lui, come dovrebbe fare ogni vero artista. Adriano era di gomma: qualunque cosa accadesse, se ne fregava e manteneva la calma. Però mi ha anche fatto spaventare. Un giorno, dopo una discussione su un copione, mi portò in camera da letto e disse: «Siediti. Devo parlare». «Dimmi Adriano». «Non con te». Uscì e mi lasciò chiusa a chiave in camera per due ore. Poi tornò e disse: «Ho parlato con Gesù e mi ha detto di dirti che andrà tutto bene!». Lui è davvero convinto di parlare con Gesù. Allora scappai via decisa a lasciare il programma, e lui che mi inseguiva gridando: “Uè, ma non capisco! Che c’è da piangere se Gesù ha detto che tutto andrà bene?”. In effetti... poi andò tutto bene e quello fu il “Fantastico” più visto di sempre».

E a ruota nell’89 arrivò Sanremo.
«Ah, che bella esperienza. Dietro le quinte dell’Ariston sono sempre tutti tesi come coltelli. Io invece non sono una vera cantante, quindi mi sentivo come in gita. Mi godevo l’avventura. Anche perché va bene tutto, ma non è che potessi vincere con una canzone intitolata “Il babà è una cosa seria”! Quindi mi sono buttata. A me piace buttarmi: come quella volta che volevo darmi al volo... Lì devo ringraziare Carlo (Pedersoli, cioè Bud Spencer, ndr), probabilmente mi ha salvato la vita».

E come avrebbe fatto?
«Mi ero messa in testa di imparare ad andare in deltaplano e avevo già fissato la prima lezione con un maestro di volo all’aeroporto dell’Urbe. Quando arrivo all’ingresso incontro Carlo, che lì teneva i suoi elicotteri. “Mari’, che ci fai qui?”. Gli raccontai che volevo imparare a volare. E lui: “Sì, vabbè... prima vieni a mangiare con me”. “Carlo, ma l’istruttore mi aspetta!”. “Tranquilla, lo avviso io che arrivi in ritardo, è un amico”. Per tutto il pranzo raccontò con dovizia di particolari come mi sarei potuta sfracellare su una montagna, o come avrei potuto perdere i sensi in volo e precipitare su di un albero, con i rami aguzzi conficcati nella mia carne... Alla fine gli dissi che ci avevo ripensato e che dovevo avvisare l’istruttore che non avrei più preso lezioni. E lui: “Non ti preoccupare, gliel’ho già detto io”. Per questo penso che forse mi ha salvato la vita. Ma mi ci vedete su un deltaplano?».

Be’, in fondo di vite ne ha già vissute tante... A proposito, nella prossima chi le piacerebbe essere?
«Sono indecisa però, coi tempi che corrono, direi un grande medico. In fondo mi è sempre rimasto il rimpianto di non aver concluso gli studi di Medicina e Psicologia. Volevo fare l’attrice e mi iscrissi solo per far contento mio padre. Appena diventata maggiorenne, ciao! Però adesso mi piacerebbe mettere a frutto quelle conoscenze. Una che scopre un vaccino e salva milioni di persone... ma ci pensate?».

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