Maurizio de Giovanni: «911 minuti per capire se potevo fare lo scrittore»

Il romanziere più amato dagli italiani (e dalla tv) ci racconta il curioso episodio che gli ha cambiato la vita

Maurizio de Giovanni
2 Agosto 2021 alle 09:00

Nei suoi romanzi, Maurizio de Giovanni ha creato personaggi straordinari come “Il commissario Ricciardi”, che sente le ultime parole di chi è stato ucciso; la stramba squadra di poliziotti di “I bastardi di Pizzofalcone”; “Mina Settembre”, assistente sociale ai Quartieri Spagnoli di Napoli, e infine “Sara”, ex agente dei servizi segreti che legge il linguaggio del corpo.

Tre di loro sono già arrivati in tv (ma toccherà anche a “Sara”: «La Palomar di Carlo Degli Esposti ha comprato i diritti di tutti i romanzi» ha detto de Giovanni). Questa volta però quello che ci interessa è la vita del loro “papà” e autore, a partire da come è diventato scrittore.

Maurizio, il suo è stato un amore tardivo per la scrittura. Cos’è successo quando aveva 47 anni?
«Sono sempre stato un lettore accanito. I miei colleghi, sapendo di questo hobby, videro la locandina di un concorso per aspiranti scrittori sponsorizzato da Porsche e mi iscrissero a mia insaputa. Quando mi arrivò la mail di convocazione, ridevano. Fu per non dare loro la soddisfazione di mettermi in difficoltà che partecipai. La sede del concorso era il Caffè Gambrinus di Napoli e avevo 911 minuti di tempo (come il modello di auto della casa tedesca) per scrivere questo raccontino: inventai il personaggio di Ricciardi. Fui il primo a consegnare. Ero convinto che neanche lo avrebbero letto, invece vinsi quella selezione e poi la finale a Firenze».

Quando ha capito che poteva lasciare il lavoro al Banco di Napoli e dedicarsi a tempo pieno ai romanzi?
«Ero vice direttore di sede, avevo uno stipendio buono. C’è voluto molto tempo per convincermi. Avevo paura di abbandonare il certo per l’incerto, ma nel 2013 la sproporzione tra i guadagni era eccessiva: con un racconto scritto in due giorni guadagnavo più che lavorando sei mesi in banca. Non aveva più senso. Ero tradotto in 30 Paesi. Così prima ho preso un’aspettativa, poi il part-time e infine ho ceduto all’evidenza».

Come viveva prima di diventare scrittore?
«Io sono essenzialmente un papà. Ero molto rivolto alla vita familiare. Ora i miei figli Giovanni, 32 anni, ingegnere, e Roberto, 29, medico, vivono da soli. Ma sono sempre molto apprensivo, devo sentirli almeno una volta al giorno. In questo mi sento vicino al brigadiere Maione, braccio destro di Ricciardi: sono una via di mezzo tra un papà e una mamma».

In quali altri personaggi troviamo pezzi di lei?
«Con Maione condivido anche l’attaccamento a Napoli, che significa amarla vedendone i difetti, ma sapendo che non la cambieresti mai. Con Mina condivido invece la rabbia verso le ingiustizie, le violenze e le prevaricazioni, oltre a una certa empatia».

Invece Ricciardi e la Signora, della quale scrive nel recente “Una sirena a settembre”, sono ispirati ai suoi genitori.
«Mio padre, avvocato, è mancato che avevo 23 anni, mia mamma, maestra elementare, lo scorso settembre. La perdita di papà, a soli 50 anni per un infarto, mi portò a rivedere le mie ambizioni e a preoccuparmi per il futuro. Sono il primo di tre figli e due giorni dopo il suo funerale ho scritto a tutte le banche per cercare un posto fisso, accantonando il sogno di diventare avvocato. Ma non mi è costato. Invece la perdita di mia mamma è un cratere in mezzo all’anima. Papà era riservato, aveva gli occhi verdi e la stessa attitudine di Ricciardi a una certa sensibilità silenziosa. Mamma raccontava tante storie, partecipava alla tue cose e faceva da mangiare, un modo di amare tipico delle donne: nutriva corpo e anima».

Lei che bambino era?
«Malinconicamente normale, obbediente, stavo buono, ero bravo a scuola, facevo sport. Non avevo grandi sogni, ma una forte attitudine all’ascolto e alla scrittura».

In Italiano andava bene?
«Avevo il massimo dei voti. Alla Maturità ho scritto sei temi: per me e per i miei compagni. Sognavo fumosamente di fare il giornalista».

Per i fan è difficile non idealizzarla. Proviamo a trovarle un difetto?
«Sono permaloso, in senso brutto. Non leggo le recensioni perché non sopporto le critiche. Mi fanno male. Poi ho una bassissima attenzione alla mia salute».

Invece una cosa che sa solo chi la conosce bene?
«Solo mio fratello e mia sorella sanno la qualità e quantità di sofferenza per la mancanza di nostra mamma».

Quando uscirà il suo prossimo romanzo?
«Prima scriverò una commedia teatrale su Maione e Bambinella. In autunno esce il mio nuovo romanzo: “Angeli per i Bastardi di Pizzofalcone”».

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