Home LifestyleLibriPaolo Bonolis e la sua autobiografia “Perché parlavo da solo”: «Per voi sono un libro aperto!»

Paolo Bonolis e la sua autobiografia “Perché parlavo da solo”: «Per voi sono un libro aperto!»

Ne parla in anteprima solo con Sorrisi. «Volevo mettermi alla prova, dire tutto ciò che penso e lasciare queste pagine in eredità ai miei figli» ci confida il conduttore al suo debutto come scrittore

Foto: «Sono un cinico sognatore» scrive Paolo Bonolis nella prefazione. Chi acquista il suo libro contribuisce a sostenere la onlus Ce.R.S. adottaunangelo.it  - Credit: © Massimo Sestini

03 Ottobre 2019 | 08:30 di Giusy Cascio

«Ciao, signora» mi accoglie Paolo Bonolis. E già in questo saluto c’è tutto di lui: il garbo e la franchezza. Ma anche la voglia di «non cincischiare» e andare subito al sodo. La nostra intervista nasce da una grande novità: esce il suo primo libro: “Perché parlavo da solo” (Rizzoli).

Molto più di un’autobiografia, contiene una serie di riflessioni del conduttore sulla famiglia e la vita, tanti ricordi di infanzia e divertenti incursioni nelle sue passioni. Tutte cose che lui finora non aveva mai raccontato e che ora svela nel volume e commenta in anteprima con Sorrisi.

Bonolis, parliamo del suo libro. Come mai si è messo “a nudo” così tanto in queste pagine?
«Suo di chi? Me so’ messo a nudo, damose del tu».

D’accordo, Paolo. Quando parli romanesco fai molto ridere, però.
«Sono romano fino al midollo. Ho imparato il disincanto e l’ironia da mio padre Silvio e da questa città. A Roma ci vogliamo tutti bene. Ma se famo pure tutti l’affaracci nostri».

Tuo padre non era milanese?
«Sì, ma è venuto qui a Roma da piccolo. Con mamma Luciana, nata a Salerno, si sono conosciuti nei rifugi sotto il colonnato del Bernini in tempo di guerra, si riparavano lì, perché i nazisti risparmiavano San Pietro dai bombardamenti. Io sono figlio delle bombe».

Che lavoro facevano i tuoi genitori?
«Mamma la segretaria in un’impresa di costruzioni. Papà caricava il burro ai mercati generali. Era un animo profondamente romano. Solo ogni tanto al telefono con i parenti tradiva le sue origini milanesi: “Uè, alura, com’ l’è che la va?” Un idioma incomprensibile. Non capivo nulla, sembrava Linda Blair ne “L’esorcista”».

Da loro hai ereditato la tua idea di felicità?
«Sì, ho imparato che non esiste “la” felicità, ma di volta in volta c’è la dose giusta di soddisfazione. Bisogna farci caso. “Quando siete felici, fateci caso” dice lo scrittore Kurt Vonnegut».

E tu, modestamente...
«Lo nacqui? (ride). Ci provo. C’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto, chi mezzo pieno. A me, ormai, a 58 anni basta vedere il bicchiere. Magari poi arriva qualcuno che lo riempie, no?».

Cosa significa il titolo del libro?
«Mi sono cimentato in tante forme di comunicazione nella vita ma quella scritta mi mancava e volevo mettermi alla prova con un libro, giocare con le parole. E sintetizzare ciò che penso mi sembrava un bell’esercizio. Il titolo “Perché parlavo da solo” nasce dalla verità: io, mentre rifletto, parlo da solo. Mi sono detto: sarà una patologia? Scrivere poteva essere una terapia».

Ricorri spesso a metafore medico-farmacologiche: parli di “posologia” affettiva, di “pleurite dell’anima”, di “antibiotici dell’esistenza”.
«Sono piccole cose per alleggerire la lettura. Tanti prendono “pilloline” per affrontare la vita, io no. Ricordo di aver preso solo una medicina da bambino, una pomata nera per gli orecchioni. Puzzolentissima. Mia madre, poi, aveva un modo speciale per scacciare i malanni: mi dava da mangiare uno spicchio d’aglio tutti i giorni prima di andare a scuola».

Lo mangi ancora?
«Certo. Mia moglie Sonia è bionda anche per questo: per il mio alito. Credo che l’aglio faccia bene, ha un sapore che mi riporta a quando ero bambino. Le papille gustative hanno memoria».

Il gusto della tua infanzia?
«Gusti tanti, disgusto uno: una volta con la scuola ci portarono in gita a una fabbrica di cioccolato. L’odore dolciastro era così intenso che per anni non sono più riuscito a mangiarne».

Traumi infantili.
«Un trauma vero e proprio è stato quando stavo per soffocare con un caco. Papà mi salvò infilandomi un avambraccio in gola».

Che padre sei tu, oggi?
«Cerco di dare ai miei cinque figli tutto ciò che ho e tutto ciò che sono».

Nel libro ti definisci spesso cinico e noti che i tuoi figli in questo ti somigliano. Ne sei orgoglioso?
«Cinismo è una parola trattata male, vista solo come negativa. Ma il cinismo è come il colesterolo, ce n’è uno buono e uno cattivo. Quello cattivo è aggressivo, inutilmente. Quello buono è difensivo, aiuta a sopravvivere alle delusioni. Io spero che i miei figli coltivino il cinismo buono, ma non vorrei mai che coltivassero la cattiveria fine a se stessa, mai».

Un’altra qualità che sembri apprezzare è la velocità mentale.
«E chi non la apprezza? Mia moglie è velocissima mentalmente. Persino Laurenti lo è, anche se non si direbbe. La nostra sintonia è fulminea, da sempre».

C’è un aneddoto molto divertente che vi lega. Lo descrivi a pagina 44.
«Sì, a Formentera in vacanza a casa mia. A un certo punto Luca apre una scatoletta di tonno e mangia. Era tonno “Miao”, se stava a magnà il cibo der gatto! Ma Luca è fatto così, vive in un mondo suo, un mondo a parte».

A proposito di gatti, hai una famiglia “pelosa”?
«Oltre al gatto, che si chiama Farinelli per ragioni anatomiche che spiego nei dettagli nel libro, ora abbiamo due chihuahua, Stitch e Nami. I nomi li ha scelti la piccola di casa, mia figlia Adele, che parlando di velocità mentale è una bambina con uno sprint unico. Avevamo pure un porcellino d’India e un pappagallo, ma sono morti. Per cause naturali, ci tengo a precisarlo».

Altri incontri ravvicinati con gli animali?
«Due. Il primo, poetico, alle Galápagos, quando ho nuotato accanto ai leoni marini. Un altro, in cui me la stavo facendo davvero sotto, dentro una gabbia con le tigri durante il programma “Natale al circo” su Canale 5. Mi sono spaventato così tanto che l’autore, per farmi riprendere, mi diede un bicchiere di whisky. Ma io di mio non bevo, figuriamoci i superalcolici! Quindi mi ubriacai come una cucuzza. Dicono che fu divertente, però io non ricordo nulla».

Saltiamo di palo in frasca, andiamo a pagina 58.
«Oddìo, che ho scritto a pagina 58?».

Che sei romantico. Anzi, testualmente: «Sì, sono romantico, sì». Quindi è proprio vero, O no?
«Sì, lo sono. Avere una visione romantica della vita rende le cose più saporite, più colorate».

Le tue prime cotte?
«Una ragazza scandinava di nome Serpa, incontrata in Inghilterra. E poi Carol, Carol Stringer, una ragazza di Hong Kong conosciuta alle Seychelles a 18 anni durante un viaggio con i miei. Come tutti, anch’io da adolescente ho avuto i miei sussulti ormonali».

Inghilterra, Seychelles, Hong Kong. Per questioni di cuore da ragazzo dovevi avere 10 in geografia.
«Non capisco perché oggi la geografia non si studi più. Lo trovo grave, è come se di casa tua, la Terra, non sapessi dire dov’è il tinello o dov’è il soggiorno».

Negli sport te la cavi?
«Da ragazzo sognavo di fare il calciatore, ma poi mi ruppi un ginocchio e la carriera finì prima di incominciare. Oggi, invece, da tifoso mi do il massimo dei voti. Impazzisco per l’Inter e le Olimpiadi. Quanto al fisico, arrivo alla sufficienza scarsa. Come determinazione e spirito di sacrificio, però, mi colloco ancora tra l’8 e il 10: me la cavo bene nel calcio, nel tennis, a beach volley».

Nel libro dici che il calcio è lo sport che ti somiglia di più, ma qualche riga dopo aggiungi che il calcio è un gioco di finzione, figlio della menzogna. Quindi menti sapendo di mentire?
«Chiunque quando mente sa di mentire, a dire il vero».

In televisione menti o sei te stesso?
«Il presentatore Bonolis che vedete in televisione, quello “caciarone”, è una maschera. Ma è l’unica che ho e che mi corrisponde, profondamente, alla perfezione. Se non lavorassi in tv, non sarei in grado di esprimere questo lato gioioso e burlone del mio carattere».

E quando ti guardi allo specchio ti piace quello che vedi?
«Mi piace perché tocca farselo piacere (ride). Si prende quel che c’è, insomma. Ma non sono vanitoso, non do peso al look, alla moda. Mia moglie non si capacita. Lei non mi dice: “Ma come ti sei vestito?”. Lei va oltre. Sonia mi chiede: “Da che cosa ti sei vestito?”».

Crudelissima.
«Ha l’intelligenza, la precisione di un cecchino. Sa dove colpire, prende la mira e preme il grilletto. Ciao, amore! (Sonia Bruganelli, la moglie di Bonolis, è appena entrata in stanza e sorride perché è chiamata in causa, ndr)».

Ho ancora un paio di curiosità. Verso la fine del libro citi il serpente che si morde la coda. Perché?
«L’uroboros, sì: è un simbolo antichissimo che indica la natura ciclica delle cose».

Ma te lo tatueresti questo uroboros?
«No, i tatuaggi sono trucchi, imbellettature dell’anima. Non mi piacciono. E poi ho una certa età, su!».

Hai paura di invecchiare o non ti importa?
«Vorrei invecchiare come gli anzianotti del bar Pallotta a Ponte Milvio dove faccio colazione la mattina (vedi sotto, ndr). Ci prendiamo in giro a vicenda. Io saluto uno: “Ancora qua stai? Non sei morto?”. E quello risponde: “Ma che c’avrai di bello che ti chiedono gli autografi perché ti vedono in tv? Con ’sto nasone che ti ritrovi?”».

Un tour d’autore nei teatri

Foto: La copertina del libro di Paolo Bonolis, “Perché parlavo da solo”

Sopra, la copertina del nuovo libro di Paolo Bonolis: “Perché parlavo da solo” (Rizzoli, 19 euro). Il conduttore lo presenterà nei teatri italiani.

Ecco le prime date del tour: 7 ottobre a MILANO (Teatro Manzoni, ore 20.30); 25 ottobre a BARI (Teatro AncheCinema, ore 18.30); 29 ottobre
a ROMA (Teatro Eliseo, ore 20); 4 novembre a NAPOLI (Teatro Diana, ore 20.30) e 16 novembre a CUNEO (Teatro Civico Toselli, ore 14.30).

«Al bar pensa solo all’Inter»

Foto: I clienti abituali del bar di Ponte Milvio, a Roma, dove Bonolis va a fare colazione

Allo storico Bar Pallotta di Ponte Milvio, a Roma, c’è fermento. Tutti aspettano di leggere il libro di Bonolis, che qui fa colazione ogni mattina e ha tanti amici. Sia tra gli avventori (nella foto, da sinistra, i signori Luca, Alberto, Armando e Dario) sia tra i titolari del locale. Abbiamo intervistato Daniele, il barista.

Cosa beve al mattino Bonolis?
«Un caffè macchiato freddo senza zucchero. E, quando ne ha bisogno perché è in “KO tecnico” e gli serve energia, pure una spremuta d’arancia».

E quando ha una giornata “no”?
«Lo capisco da come cammina. Anche Paolo ha i suoi “rodimenti”: pensieri, preoccupazioni, problemi».

In cima alla lista?
«La sua Inter, quando perde. Paolo è un amico, giochiamo spesso le schedine insieme».

Smentiamo un’ignobile diceria: Bonolis è tirchio?
«Io l’ho sempre visto offrire a tutti. Più generoso di lui non c’è nessuno. Ma forse so da dove nasce la diceria. Dal fatto che per scaramanzia, anche se ne ha tre pacchetti, la prima sigaretta della giornata Paolo la “scrocca” a mia zia Lola. Lui la adora e va matto per la sua marmellata al peperoncino».

Così racconta gli incontri con i grandi dello spettacolo

Nel libro Paolo Bonolis ripercorre tante tappe della sua carriera e alcuni episodi vissuti con i suoi “miti”.

CORRADO «All’inizio “Tira & Molla” lo scriveva lui. Io gli dissi che bisognava pensare a una presentazione meno ortodossa per un “cavolo” di giochino come quello. Fui troppo brutale, ne seguì una discussione accesa. Ma poi lui mi disse di fare come mi pareva, per vedere chi avesse ragione. Il programma diventò un cult. E quando Corrado mi diede ragione fu un momento importante».

RAIMONDO VIANELLO «Trattandosi di lui, il nostro incontro non poteva che avvenire in un posto e in un modo poco ortodossi: la toilette. Eravamo al Teatro Nazionale di Milano e dovevo ritirare il primo Telegatto che vinsi con “Bim bum bam”. E lui disse: “Ah, Bonolis, la prima volta che ci si incontra! Vabbe’, non sarà il caso di stringersi la mano, vero?”».

MIKE BONGIORNO «Da Mike andai ospite in una puntata speciale de “La ruota della fortuna”. Fin dall’inizio, Mike sbagliò il mio cognome: continuava a chiamarmi “Bonomi”. Gli feci presente l’errore: “No Mike, Bonolis”. E lui: “Eh no, eh! Io qui c’ho scritto Bonomi!”. E io: “Sì, ma lo saprò come mi chiamo!”. Ovviamente, risero tutti».

PIPPO BAUDO «La prima volta lo incontrai durante una puntata di “Scommettiamo che…?”. Dovevo fare una prova con lui. Pippo sedeva al pianoforte e io dovevo mettermi una cuffia in testa, in modo da non sentire suoni, e poi, solo osservando le sue mani, indovinare il brano che eseguiva. Con un sorriso beffardo, pensando di raggirarmi, mi tolse la cuffia e mi chiese: “Che ho suonato?”. Io tirai a indovinare: “Donna Rosa?”. Gli cadde la mascella. “Ma come lo hai capito?”. E io: “A Pippo, ma sai solo questa te!”. Ripensandoci non fui troppo carino con lui...».

FREDDIE MERCURY «Lo incontrai a 25 anni a una cena a Londra. Iniziammo a chiacchierare. Dopo un po’ capii che avrebbe voluto che andassimo da qualche altra parte… Io misi subito le cose in chiaro: “Freddie, adoro la sua musica, la trovo fantastico. Ma davvero: non è robba pe’ me”».