Home LifestyleRoberta Villa: «La situazione Covid-19 va meglio, ma ricordate queste regole!»

Roberta Villa: «La situazione Covid-19 va meglio, ma ricordate queste regole!»

È una divulgatrice scientifica che vediamo spesso in tv a parlare del coronavirus. Qui ci spiega come proteggerci

Foto: Roberta Villa

04 Giugno 2020 | 16:35 di Giusy Cascio

Ormai la conosciamo bene perché l’abbiamo vista ospite in tante puntate dedicate al coronavirus, in diversi talk show, da “#cartabianca” su Raitre a “L’aria che tira” su La7. Ma Roberta Villa, giornalista scientifica bergamasca, laureata in Medicina, è molto popolare anche in radio e sui social, dove è bravissima a fare divulgazione su temi che riguardano la nostra salute, a cui ha dedicato vari libri, come “Vaccini - Il diritto di (non) avere paura” (Il pensiero scientifico editore, 14 euro).

Ha un approccio informale e molto concreto anche perché è mamma di sei figli. «Tutti grandi, la più piccola ha 16 anni» dice. «Ma capisco cosa vuol dire avere i bambini a casa in questo periodo così complicato».

Roberta Villa, la situazione sembra normalizzarsi. L’emergenza Covid-19 è finita?
«Non lo sappiamo: è possibile una seconda ondata. Però non sarà grave come la prima, perché ci siamo attrezzati e si stanno sperimentando delle terapie».

Quella con il plasma dei guariti funziona?
«(Sospira). La cura sul plasma può funzionare in alcuni casi, tra i più gravi, ma non è la soluzione».

Ci vorrebbe il vaccino. Ma potrebbe non arrivare mai?
«Esatto, non è detto che si trovi. Dobbiamo imparare a convivere con il virus. Non ci sono prove che sia mutato, che sia “più buono”. Bisogna continuare a tenere alta la guardia».

Come?
«Una cosa sola non è in discussione: il contagio è meno probabile all’aperto che nei luoghi chiusi. Insomma, se vogliamo vedere gli amici, meglio al parco e al caldo che in casa. E distanziati».

Distanziati quanto?
«All’aperto un metro, un metro e mezzo è una distanza sensata. Ma le probabilità di contagio variano in base a diversi fattori: se c’è vento, se si parla a voce alta, quanto tempo si sta vicini a una persona infetta».

Quindi serve la mascherina.
«La mascherina aiuta se è indossata correttamente, coprendo bocca e naso. Certo, se si incontra un conoscente per strada, non bisogna abbassarsela quando si parla!».

Che tipo di mascherina consiglia?
«Tra persone sane, nella vita di tutti i giorni, quelle chirurgiche vanno benissimo. Ricordiamoci però che sono monouso, quindi si indossano una volta e poi si buttano. E, se si bagnano, vanno sostituite. Per ridurre l’impatto ambientale, io uso quelle di stoffa che lavo in lavatrice a 60 gradi».

E i guanti?
«Non ci si contagia attraverso la pelle. Il virus passa con le famose “droplet”, le goccioline che produciamo respirando. Per contagiarci, bisogna che qualcuno prima starnutisca o tossisca su una superficie. Poi noi dovremmo toccare questa superficie subito dopo, mentre il virus è ancora “attivo”, e portarci le mani alla bocca, al naso o agli occhi. Quindi, ha senso tenere i guanti al supermercato, giusto il tempo di fare la spesa. Poi li togliamo, igienizziamo le mani con un gel apposito e infine, a casa, le laviamo. Portarli all’aperto non serve, anzi dà l’illusione di proteggerci. Piuttosto laviamoci le mani spesso».

Dobbiamo igienizzare spesso anche i cellulari, gli occhiali, le chiavi, i sacchetti della spesa?
«Io non lo faccio. Non lasciamoci prendere dal panico…».

Togliersi le scarpe e tenerle fuori dalla porta di casa è utile?
«È una corretta norma igienica, da rispettare soprattutto se si hanno bambini che gattonano in casa».

Si può tornare in ufficio o dal parrucchiere in totale sicurezza? Possiamo soggiornare in hotel? O dobbiamo aver paura dei posti chiusi con l’aria condizionata?
«Le precauzioni chieste dal governo ad aziende, negozianti e albergatori sull’aria condizionata sono valide. Se ci fidiamo del nostro datore di lavoro, del parrucchiere e dell’albergatore, non c’è problema. Però occorre arieggiare i locali, aprire le finestre. Là dove non si può fare il rischio è maggiore. Ma non esiste rischio zero, in nessuna circostanza della vita».

Al mare e in piscina possiamo stare tranquilli?
«Sì, al mare l’acqua è troppo salata e il virus non resiste. E nell’acqua della piscina c’è il cloro che disinfetta».

Lei i suoi figli li manderebbe in vacanza nei centri estivi?
«Sì. I bambini hanno bisogno di normalità. Si ammalano meno di Covid e secondo alcuni studi non sono neanche tra i principali vettori di contagio. Ma proteggiamo gli anziani: al centro estivo i bimbi andrebbero accuditi da ragazzi un po’ più grandi di loro. E, potendo, è bene che ce li accompagnino non i nonni ma babysitter giovani».

Chi finora ha rimandato altre cure in ospedale può tornarci?
«Deve! In ospedale e in pronto soccorso se fosse necessario. Allo stesso modo, chi ha posticipato i vaccini dei bambini, deve ricominciare a farli».

Tutti i dubbi sui test sierologici

Ministero della Salute e Istat hanno avviato un’indagine su un campione di 150 mila persone in 2.000 Comuni per capire quante persone nel nostro Paese abbiano sviluppato gli anticorpi al Coronavirus. Ma pochi tra gli interpellati (che ricevono una telefonata dal numero della Croce rossa 06.55.10) stanno accettando di sottoporsi al test sierologico. Altri, al contrario, vorrebbero farlo a pagamento nei laboratori privati.

Chi deve farlo?
«Chi viene chiamato dalla Croce rossa, è importante che aderisca» dice Roberta Villa. «L’indagine è utilissima ai fini epidemiologici per capire come si è comportato il virus nel nostro Paese».

Quanti tipi di test ci sono?
«Essenzialmente due gruppi: quelli rapidi, fatti solo con una goccia di sangue, e quelli “quantitativi”, eseguiti attraverso un prelievo in laboratorio».

Sono attendibili?
«Quelli rapidi lo sono pochissimo, e anche quelli quantitativi hanno limiti di attendibilità. Eseguiti dai singoli, hanno un margine di errore che non viene corretto dal grande campione (come per l’indagine del Ministero). Fare il test di propria iniziativa quindi è sconsigliabile».

Dopo serve anche il tampone?
«I test sierologici dicono se un soggetto è positivo per anticorpi IgM o IgG. I primi si formano nelle prime fasi dell’infezione. Chi ha IgM positive ha un’alta probabilità di essere ancora contagioso e deve fare il tampone. Le IgG indicano che l’infezione dovrebbe essere superata. Ma si riscontrano persone con IgG positive che risultano ancora infette alla prova del tampone».

E se lo chiede il datore di lavoro?
«Facciamolo pure. Basta sapere che il verdetto non è definitivo: non sappiamo ancora quanto tempo duri l’immunità».