Sanremo 2021

Smart working sì, ma fatto al meglio

Con la pandemia si è diffuso il lavoro da casa. Tre esperti ci danno i consigli più utili

28 Gennaio 2021 alle 08:58

Questa terribile pandemia, tra i tanti cambiamenti che ha portato con sé, ci ha insegnato anche un modo diverso di lavorare. C’è chi lo chiama “smart working”, dall’inglese “lavoro intelligente”, ma sarebbe più corretto definirlo lavoro da remoto, via computer, perché si rimane a casa per tutto il tempo in cui, “prima”, si stava in ufficio. Da qui si apre un mondo di problemi da affrontare per organizzarsi nel miglior modo possibile. E cavarsela in questa situazione di emergenza prolungata.

**COME**

Per trasformare una stanza di casa in un ufficio di fortuna servono pazienza e inventiva. Ecco i consigli di Simone Casella, architetto e cofondatore di Workitect (workitect.it) a Milano.

Come bisogna scegliere il tavolo su cui lavorare?
«Evitiamo le superfici fredde o riflettenti come il marmo o il vetro. Meglio il legno chiaro, che è più “caldo” e non dà fastidio alla vista. Che sia quello della cucina o del soggiorno, l’importante è che il tavolo scelto garantisca la postura corretta: schiena dritta, gomiti sul piano, avambracci che formano un angolo retto con le spalle. Altrimenti, proviamo a fare dei piccoli aggiustamenti: un cuscino sulla sedia, per esempio. I piedi non devono ciondolare, ma vanno sempre appoggiati sul pavimento o su una pedana. Per quanto riguarda la profondità del piano di lavoro, bastano 60 centimetri se si lavora con il portatile, 80 se il monitor è più ampio».

Come ci regoliamo con i vari tipi di computer?
«La cornice dello schermo deve essere all’altezza degli occhi, altrimenti capita di stare con il mento in giù per guardare in basso e questo fa venire mal di schiena e torcicollo. Con il computer fisso è più facile che sia già così. Quando si usano i tablet o i portatili, invece, bisogna sollevarli con una piccola pila di libri o un dizionario, e utilizzare poi tastiera e mouse esterni».

Com’è la luce migliore?
«Calda o fredda, non importa. Scegliamo quella più confortevole per noi. In genere nelle stanze di casa c’è la luce centrale dall’alto, ma se il lampadario si trova alle nostre spalle, può creare ombre fastidiose sul tavolo. È bene usare una lampada (meglio quelle con il braccio orientabile) collocata sul lato opposto rispetto alla mano dominante: chi è destrorso la metta alla propria sinistra, i mancini alla propria destra. Avere una finestra di fronte a sé durante le videochiamate può essere un vantaggio, perché il viso viene illuminato con la luce naturale. Ma lavorare controluce, alla lunga, stressa la vista per via del riverbero».

Come rendere l’ambiente meno stressante e più accogliente?
«Con un tocco di verde. Ficus e felci sono piante che rallegrano l’ambiente e purificano l’aria».

**QUANDO**

Una volta si lavorava otto ore al giorno, adesso si “sfora” spesso e ci sembra che il confine tra lavoro e vita privata si sia annullato. «Il Covid ha accelerato un processo già in corso: anche in ufficio spesso ricevevamo telefonate o messaggi dai familiari, è la tecnologia che sovrappone i piani» spiega Luca Brusamolino, esperto di smart working e cofondatore di Workitect.

Quando non c’è più dialogo “in presenza” che cosa succede?
«Il problema è che continuiamo a lavorare come prima: in “sincrono”, cioè tutti contemporaneamente. Quindi arrivano a raffica chiamate, notifiche, inviti a scambiarsi file. Invece bisognerebbe usare apposite piattaforme che permettono a tutti di lavorare in autonomia, “asincrono”, e di vedere cosa fanno gli altri, senza dover telefonare per chiedere: “A che punto sei?”».

Quando si va in riunione online?
«Solo quando è necessario. Nel dubbio, meglio una riunione in meno che una in più. Prima di collegarci, indossiamo le cuffie per escludere i rumori di fondo. Se invitati in “call” mentre stiamo finendo un altro lavoro, prima di dire di no e rischiare di essere ripresi, specifichiamo il compito che stiamo ultimando. Chi organizza le riunioni, poi, dovrebbe fissarle con un gruppo di persone il più omogeneo possibile, con un obiettivo preciso e per 45 minuti al massimo. Dopo questo tempo, quando si lavora, è necessario fare una pausa, altrimenti l’attenzione cala».

E quando gli impegni si accavallano l’uno con l’altro?
«Pianifichiamo meglio: dedichiamoci ai lavori che richiedono più concentrazione mentre siamo soli in casa e spostiamo quelli più semplici a quando condividiamo gli spazi con i figli o con il partner. È essenziale quindi concordare una scala di priorità e le scadenze. Chiediamoci sempre: è un’emergenza? Si fa subito. È urgente? Si fa entro domani o dopodomani. È importante? Sì, ma non è detto che vada fatto oggi. È routine? Vuol dire che è un lavoro ricorrente, che si può fare anche nei ritagli di tempo».

**PERCHÉ**

Dentro casa certe giornate sono così monotone che servirebbe proprio una terapia d’urto per ritrovare il buonumore e la voglia di lavorare. Ci aiuta Fabio Novelli, psicologo del lavoro (fabionovelli.it).

Perché ci assale la malinconia?
«Perché non abbiamo certezze e perché è la prima volta che ci troviamo a rivoluzionare un aspetto tanto importante della nostra vita. Impariamo a essere più indulgenti con noi stessi, a perdonarci i piccoli errori inevitabili e a premiarci per il lavoro fatto bene».

Perché ci viene l’ansia di “portarci avanti” con il lavoro anche il sabato e la domenica?
«Non è detto che sia sbagliato. Chi si sente più sicuro così, per non ritrovarsi poi “sommerso” il lunedì, sia libero di lavorare un po’ pure nel weekend. L’importante però è crearsi dei rituali piacevoli di inizio e fine giornata durante la settimana. Non una ferrea tabella di marcia, intendiamoci, ma qualcosa che ci dia gioia. Fare una passeggiata al mattino o una telefonata a un collega al pomeriggio per continuare, anche lontani, la tradizione della pausa-caffè. Se piacciono, aiutano a svagarsi anche i lavori manuali: il bricolage, l’uncinetto, impastare la pizza...».

Perché temiamo il confronto con gli altri (e con noi stessi)?
«Perché con il filtro dello schermo è più difficile entrare in empatia o si fraintendono certi segnali. Non è vero che nei “meeting” bisogna sorridere sempre per fare una buona impressione. Se una volta non siamo in forma, è giusto che la cosa passi: l’autenticità paga! C’è chi si sente a suo agio in tuta, chi con il rossetto, chi ha il cagnolino sulle ginocchia, chi il figlio in braccio. Va tutto bene. Se c’è una cosa che il Covid ci ha insegnato è a misurarci con le nostre esigenze e i bisogni profondi. In questo momento difficile, non osiamo fare bilanci o pensare a un cambiamento nella nostra vita professionale? Invece è importante interrogarsi proprio adesso su ciò che vogliamo davvero. Per scoprire, magari, che non è necessario cambiare lavoro per essere felici. Forse basterebbe iscriversi a quel corso di teatro o da sommelier, chiedere un part-time, studiare per la seconda laurea... Piccoli e grandi sogni a lungo coltivati e non ancora realizzati».

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