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Gabrio Gentilini a teatro in Dirty Dancing, l’intervista

A tu per tu con il protagonista della versione teatrale del mitico film con Patrick Swayze

Foto: Gabrio Gentilini  - Credit: © Giacomo Ligi

09 Luglio 2015 | 17:09 di Antonio Mustara

A Gabrio Gentilini piacciono le sfide impossibili. Due anni dopo aver convinto pubblico e critica nel musical tratto da «La febbre del sabato sera», nel 2014 si è presentato ai provini di «Dirty Dancing»: «Non mi volevano neanche vedere» rivela il 26enne attore romagnolo «perché avevano ancora in mente il mio Tony Manero e secondo loro non ero adatto per il ruolo di Johnny Castle. Ma io avevo deciso diversamente, per cui mi sono presentato lo stesso, vestito da Johnny, e li ho convinti».

Lo spettacolo tratto dal film del 1987 è tornato al Teatro Nazionale di Milano con tante novità, a partire dalla scenografia, molto più realistica rispetto alla precedente, che faceva ricorso a proiezioni su pannelli.

Gabrio, che cosa cambia per te e gli altri attori in questo allestimento?
«Le nuove scenografie ci complicano un po’ la vita perché sono imponenti, difficili da maneggiare per i tecnici. Anche noi dobbiamo stare attenti a dove mettiamo i piedi. Però allo stesso tempo ci danno un vantaggio: prima dovevamo immaginare l’ambiente che ci circondava, adesso invece lo abbiamo davanti agli occhi, ed è molto simile a quello del film, per cui è più facile creare l’atmosfera».

Eleanor Bergstein, l’autrice americana della sceneggiatura, ha approvato questi cambiamenti?
«Non solo, quest’anno ci ha seguito molto più da vicino, in tutti i dettagli. È stata con noi una decina di giorni e grazie a lei abbiamo migliorato tante cose».

La nuova versione è molto più sensuale della precedente…
«Decisamente. Forse la prima era più spettacolare a livello di coreografie ma il fatto che fossimo tutti molto impegnati in prese acrobatiche e che fossimo sparpagliati sull’enorme palco senza scenografie, riduceva l’effetto “dirty” delle scene di ballo».

Lo stesso discorso vale per le scene d’amore…
«Ora sono più sensuali e autentiche. L’anno scorso io e Sara (Santostasi, l’attrice che interpreta Baby, ndr) eravamo più “costretti”, ogni minimo movimento delle scene d’amore era coreografato. Adesso invece siamo più liberi. Per esempio, ogni sera all’interno della struttura di ogni scena siamo liberi di rallentare alcuni movimenti o di velocizzarli, proprio come succede a ogni coppia nella vita reale».

E poi c’è la scena in cui, voltando le spalle al pubblico, ti mostri senza veli. La reazione del pubblico femminile è molto rumorosa. Quanto ti imbarazza ogni sera?
«Le prime volte è stato molto imbarazzante. Addirittura una sera i commenti erano così tanti da impedirmi di continuare. Provavo ad andare avanti, ma il pubblico faceva ancora più rumore. Sara, che in quei momenti dà le spalle al pubblico, se la rideva come una pazza davanti a me, mentre io non potevo. A un certo punto una signora ha detto: “Poverino, gli viene da ridere”, e poi ha urlato “Bis!”».

Come te lo spieghi?
«Ho sempre pensato che per le donne questo spettacolo fosse liberatorio, un po’ come la partita di calcio allo stadio per gli uomini, e questi commenti lo dimostrano. Ma è anche vero che questa reazione dà più significato a quello che Johnny dice in quel momento e quindi mi aiuta a recitare meglio quell’ammissione di vulnerabilità in cui Johnny cerca di far capire a Baby di non essere nient'altro che un oggetto, un toy boy per le ospiti del villaggio vacanze».

Che effetto fa portare ogni sera tra il pubblico la scena del ballo finale?
«Facilita molto il mio lavoro anche se saltare dal palco in platea indossando gli stivaletti col tacco richiede molta attenzione. Ma portare quelle emozioni direttamente tra il pubblico, sentire l’energia degli spettatori è una cosa stupenda. È una sensazione condivisa da Sara e da tutti i ballerini. Prima eramo vincolati dal palco, adesso risulta tutto più leggero e coinvolgente».

La presa dell’angelo è forse il momento più emozionante. Capita che non riesca al primo tentativo?
«Può capitare che non venga bene la prima volta, ma il bello è che al pubblico non importa, l’emozione che provoca quel momento è così forte che gli spettatori sono ancora più contenti di assistere al secondo tentativo. Sono contenti e pieni di calore nel sostenerci».

Immagino che sia la scena che provate di più…
«La proviamo tutti i giorni ma non è la scena che mi preoccupa di più. Il mio principale obiettivo è rimanere concentrato e recitare ogni scena come se fosse la prima volta. Mi preoccupo di restare nel qui e nell’ora in ogni momento dello spettacolo».

Da dove nasce la passione per questo lavoro?
«In me è nata da ragazzino, con i video musicali delle popstar americane su Mtv. Non mi perdevo una classifica o una puntata di “Trl” e “Hitlist Italia”. Quando guardavo Justin Timberlake o Christina Aguilera o Britney Spears, pensavo “Voglio farlo anch’io”».

Quando hai deciso che questa passione sarebbe diventata il tuo lavoro?
«Già a 14 anni e questa consapevolezza mi ha fatto sentire un ragazzo fortunato. I miei compagni di classe non sapevano che cosa avrebbero fatto da grandi, io invece ne avevo la certezza. Nell’ultimo anno di scuola superiore ho fatto il provino alla MTS di Milano e ho vinto la borsa di studio. Da lì è iniziato il percorso che mi ha portato, nel 2012, a ottenere il ruolo da protagonista ne “La febbre del sabato sera”».

Tra «La febbre» e «Dirty Dancing» che cosa hai fatto?
«Ho vissuto un periodo critico. Avevo riposto in un angolo Tony Manero, però non sapevo come continuare la mia carriera. Sono rimasto con le mani in mano, poi sono andato a Roma per vedere se ci fossero opportunità nel cinema, ma senza risultati. In questo lungo periodo di fermo ho dovuto ridimensionare la mia vita, e in questo la famiglia mi ha aiutato molto senza dirmi o chiedermi nulla. In seguito ho fatto un cameo in uno spettacolo delle Sorelle Marinetti e poi è arrivato “Dirty Dancing”».

Perché hai deciso di partecipare come concorrente a «Forte forte forte»?
«Me ne parlò Loretta Grace (star dei musical “Sister Act”, “Ghost” e dell’imminente “The Blues Legend”, ndr), sapeva che cercavano professionisti del teatro. Me lo immaginavo completamente diverso, meno legato a meccanismi già visti e rivisti. Mi attirava e allo stesso tempo mi spaventava, perché sapevo di entrare in un mondo difficile e poi perché per uno timido e riservato come me non è facile raccontarsi in pubblico. Però avevo voglia di mettermi in gioco, per non essere solo Tony Manero o Johnny Castle».

Qual è stata la tua prima impressione del talent?
«Inizialmente la disorganizzazione mi ha fatto chiudere a riccio. Ero abituato a lavorare otto ore al giorno in un ambiente in cui c’è sempre qualcuno che ti dà indicazioni sul da fare. Lì invece eravamo un po’ tutti allo sbaraglio, e allora sono andato in tilt. Questa cosa, il fatto che mi ero indisposto, avrà fatto dire a qualcuno: “Ah, questo qui viene dal teatro…”. Poi hanno capito com’ero veramente e mi sono fatto apprezzare. È stata un'esperienza che mi ha arricchito molto, mi ha strutturato».

Il mondo del musical italiano come ha reagito alla tua partecipazione?
«Il fatto che tra i 14 finalisti io fossi l’unico proveniente dai musical ha sollevato contro di me una parte dell’ambiente. Su Facebook ho letto tante cose offensive in questo senso, scritte da colleghi che già in passato mi avevano dato del raccomandato perché avevo fatto da protagonista due cose così importanti come “La febbre del sabato sera” e “Dirty Dancing”. Del resto quello del musical in Italia è un mondo piccolo in cui c’è poco lavoro, per altro sottopagato, ed è naturale che nascano le invidie e il malcontento».

Di solito come rispondi a questi attacchi?
«Prima mi avvelenavano, adesso non mi incattiviscono più. Prima lasciavo che queste brutte energie mi invadessero e mi immobilizzassero, ora non più. Che dicano quello che vogliono».

Tornando a «Forte forte forte», che ricordo hai del momento in cui avete dovuto cantare «Ce la farò» mentre Raffaella Carrà eliminava, toccandoli, i non ammessi alla fase finale?
«È stato un quarto d’ora tremendo. Io mi sono rifiutato di guardare in faccia la Carrà anche solo per un secondo. Mi son detto: canto pure questa roba ma non guardo in faccia nessuno. Alcuni hanno vissuto quel momento col terrore, io ero più sereno, o la va o la spacca. L’importante era finire quella fase. Io comunque, se fossi stato uno degli autori, non l’avrei mai fatta una cosa del genere».

Tra gli eliminati c’era anche Marco Stabile, che in «Dirty Dancing» è Billy.
«Secondo me avrebbe dovuto vincere lui perché è bravissimo e ha anche grandi doti di conduttore».

Dopo Milano, «Dirty Dancing» andrà a Cattolica, nella tua Romagna, e a Verona. Che cosa ti aspetti da questi due appuntamenti?
«Esibirmi all’Arena di Verona è un altro sogno che si realizza. Proprio un anno fa avevo ottenuto una parte come mimo in un’opera, ma poi altre opportunità mi convinsero a rinunciare. Adesso ci andrò da protagonista. Quanto a Cattolica, non vedo l'ora di esibirmi nella mia terra».

Canto, ballo, recitazione: in quale di questi campi senti di dovere ancora migliorare?
«Voglio lavorare di più sulla recitazione: mi piace raccontare storie, far venire fuori parti diverse di me attraverso le vicende di altri, emozionare la gente. Sono consapevole che anche nel canto posso migliorare tanto, ma mi interessa di più migliorare come attore».

Quando sei nato, il telefilm «Saranno famosi» era terminato da un anno, ma la lezione della signorina Grant («Voi fate sogni ambiziosi ed è qui che si comincia a pagare, col sudore») vale anche per te. Quanto ti è costato finora inseguire i tuoi sogni di gloria?
«Se parliamo di sudore, tantissimo, e in scena si vede molto bene, sudo come tre persone (ride). In realtà non ho ancora mai vissuto grosse sofferenze. Mi pesa aver dovuto rinunciare a tanti momenti che avrei potuto vivere con le persone care, soprattutto nelle festività. Mi manca anche la semplicità della quotidianità, ma in fondo sono piccoli sacrifici. Quello che faccio mi piace e so di vivere in una posizione di privilegio».

Dirty Dancing, dove vederlo

Milano, Teatro Nazionale, fino al 27 luglio

Forte dei Marmi, Villa Bertelli, 6 agosto

Cattolica, Arena della Regina, 8 agosto

Verona, Arena, 10 agosto