Home LifestyleMika, l’intervista integrale: «Se continuo così finirò dritto all’inferno»

Mika, l’intervista integrale: «Se continuo così finirò dritto all’inferno»

Il cantante di Grace Kelly e Celebrate racconta a Sorrisi i segreti del nuovo album «The Origin Of Love». E parla del suo lato più oscuro: «In queste canzoni esce la mia parte anarchica. Non avete idea di quanti dei miei testi nascondano questo mio aspetto».E aggiunge: «Ho infranto tutte le mie regole per scrivere le nuove canzoni»...

Foto: Mika

09 Settembre 2012 | 07:59 di Antonio Mustara

Michael Holbrook Penniman Jr., in arte Mika, è iperprotettivo nei confronti delle sue nuove canzoni. Quando lo incontriamo a Milano, in una calda mattina d’estate, il cantante di «Grace Kelly» e «Relax (Take It Easy)» si sta preparando a far ascoltare in anteprima, a un ristretto numero di fan, il suo terzo album, «The Origin of Love», in uscita il 25 settembre.

I file dei brani sono custoditi nel suo portatile e non ne possono uscire. Di questi tempi i pirati si annidano ovunque, deve aver pensato, e dunque sarà lui, poche ore dopo il nostro incontro, l’unico dj del cosiddetto «listening party». «Con questo album inizia la mia nuova fase artistica» ci dice prima della festa.

Nuova in che senso?
«È cambiato il mio modo di raccontare le storie. Il primo album era popolato di personaggi che avevo conosciuto negli anni del liceo e al college. Devo ammettere che per me era stato facile scrivere quelle canzoni, ispirate dalle persone che avevo intorno. Quando ho scritto il secondo album, invece, ero isolato ed è stato difficile. Ho dovuto usare nuovi personaggi che però non erano presenti nell’ambiente in cui vivevo. Così, per il terzo album, ho adottato un nuovo processo creativo. Ho infranto tutte le mie regole decidendo di raccontare le mie emozioni a cuore aperto piuttosto che veicolarle attraverso dei personaggi».

È sicuro che i suoi fan apprezzeranno questa svolta?

«Sì, perché le mie impronte musicali e poetiche non sono cambiate, e sono riconoscibili anche in queste canzoni, così diverse da quelle dei primi due album».

Perché ha scelto di avere accanto a sé così tanti collaboratori, da Pharrell Williams all’italiano Benny Benassi?
«Non volevo sentirmi isolato come ai tempi del secondo album. Ma vorrei precisare che in questo disco le collaborazioni sono vere».

Intende dire che tutte le altre sono false?
«No, ma in molti casi c’è dietro, quasi sempre, una trattativa economica che prevale sullo scambio artistico. Io non ho mai pagato per una canzone. E i produttori di grido che ho voluto in questo album si sono dovuti adeguare a me. Da loro volevo più che altro l’atmosfera giusta per realizzare ciò che avevo in mente. Non volevo il loro sound, che peraltro ho stravolto pur di ottenere l’album che volevo».

È vero che tutto l’album è stato realizzato a sue spese?
«Sì, ho fatto tutto da solo al motto di “Non chiedere mai il permesso, ma poi prega di essere perdonato”. Era l’unico modo per muovermi in totale autonomia e senza condizionamenti esterni. Ho viaggiato per un anno utilizzando le miglia gratuite accumulate nei tour. Ho soggiornato in normali stanze d’hotel. Alcune canzoni le ho incise in costosissimi studi di registrazione, altre nella mia vecchia cucina o in piccole sale di campagna. Viaggiavo con due sole valigie, in una c’erano i vestiti, nell’altra gli hard disk dove archiviavo le canzoni. È andata avanti così per un anno, e le canzoni non sono ancora finite, ci lavorerò fino all’ultimo giorno disponibile».

Quale delle canzoni dell’album rappresenta meglio il nuovo Mika?
«”The Origin of Love”, che dà il titolo al disco. L’ho scritta dopo un anno e mezzo di blocco creativo. È incredibilmente onesta, un manifesto in cui proclamo con coraggio: “Questo sono io, questa è la musica in cui credo”. Non è una canzone convenzionale, ma è comunque una canzone pop. Del resto da me non avrete mai altro che questo: non sono soul, dance, folk, funky o hip hop, sono pop».

Il testo è un po’ anticlericale…
«Già, è in canzoni come queste che esce il mio lato anarchico, quasi oscuro. È un mio marchio di fabbrica, e credo che finirò all’Inferno per questo. Intanto, però, nessuno se se accorge al punto che i miei album in Cina non vengono mai censurati. Non ha idea di quanti dei miei testi nascondano questo mio aspetto».

Per esempio?
«Il testo di “Toy Boy”, dal secondo album. In pochi hanno capito che parla di un ragazzo gay i cui genitori non accettano la sua omosessualità e cercano di cancellarla anche con violenze fisiche e psicologiche. Invece di raccontare la storia dal punto di vista del ragazzo, ho deciso di raccontarla dal punto di vista di un bambolotto. E così quasi tutti pensano che si tratti di una canzone allegra».

Però il testo della sua «Gang Bang», incisa da Madonna nell’ultimo album «MDNA», è evidentemente aggressivo e violento…
«E invece no. Nella mia prima stesura era solo una raccolta delle frasi che mio nonno, un siriano emigrato in America, amava ripetere. Madonna l’ha stravolta puntando sulle frasi più forti».

Chi sono i suoi miti?
«Cocteau, Federico Fellini, Anna Nicole Smith e Maurice Sandak (l’autore del libro illustrato “Nella terra delle creature selvagge”, ndr) che ho avuto la fortuna di incontrare pochi mesi prima della sua morte. Amava spettegolare come un’anziana casalinga, non si comportava come un grande artista. A differenza delle star di Hollywood, che recitano anche quando non sono sul set».

Ho capito bene? Tra i suoi miti c’è anche Anna Nicole Smith, l’ex coniglietta di Playboy morta a 29 anni?
«Sono ossessionato dalla storia di questa povera ragazza madre del Texas che cerca la fama a tutti i costi e quando la trova finisce per diventarne vittima. La sua tragedia è un monito contro gli eccessi e i pericoli di un sistema mediatico che sfrutta a suo piacimento la vita privata delle celebrità».

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