Home MusicaAddio Anita Pallenberg, musa dei Rolling Stones. La sua incredibile storia

Addio Anita Pallenberg, musa dei Rolling Stones. La sua incredibile storia

È scomparsa il 14 giugno 2017. La sua vita romanzesca è tutta racchiusa in un singolo, crudo riff di chitarra: quello di «Gimme Shelter»

Foto: Anita Pallenberg nel 1968  - Credit: © Getty

15 Giugno 2017 | 16:57 di Simone Sacco

73 anni. Aveva 73 primavere, la bella e impossibile Anita Pallenberg, deceduta ieri in Gran Bretagna prestando fede al suo incredibile vissuto intriso da un fitto alone di mistero. Ancora ignote, infatti, restano le cause del suo decesso. C’è chi dice sia morta a Chichester, sonnacchiosa cittadina del Sussex occidentale, e chi a Chiswick, un elegante quartiere di Londra dove Anita possedeva una casa. E dove pare che la stessa Pallenberg da tempo si dedicasse con estrema cura al giardinaggio e alla coltivazione delle fragole. Tra una riunione e l'altra degli Alcolisti Anonimi.

A darne notizia al mondo è stata l'amica Stella Schnabel, figlia del regista Julian, che sulla sua pagina Instagram ha postato una foto di loro due assieme e poche righe di commiato: «Non ho mai incontrato una donna come te, Anita». Carico di affetto pure il tweet di Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones e padre di due figli (Marlon ed Angela) della tanto celebrata modella: «Una delle donne più degne di nota. Per sempre nel mio cuore». Una relazione complicata, la loro, ma comunque eterna.

Chi era Anita Pallenberg

Anita Pallenberg, nata il 6 aprile 1944, aveva origini italiane: suo padre si chiamava Arnaldo, era mezzo tedesco/italiano e faceva l’agente del turismo a Roma prima che la Capitale subisse l'occupazione nazista. La madre – tale Paula Wiederhold – era invece una segretaria teutonica. La sua bellezza l'avrebbe portata a frequentare giovanissima i giri della ‘Dolce Vita’ capitolina così come le passerelle parigine e, in quel di New York, anche la nascente Factory di Andy Warhol. A ventun'anni, nel 1965, l'incontro che le avrebbe cambiato per sempre la vita facendola diventare un nome chiacchierato nella peccaminosa storia del Rock. I Rolling Stones, che a giugno di quell'anno avrebbero pubblicato la loro iconica (I Can't Get No) Satisfaction, suonano a Monaco di Baviera e lei, spavalda come sempre, si presenta in camerino offrendo loro dell'hashish. Qualche ora dopo se ne torna in albergo col chitarrista Brian Jones («L'ho scelto perché, tra tutti, era quello più accondiscendente da un punto di vista sessuale», ricorderà lei) e comincia ad intrattenere con lui un rapporto che sconfinerà spesso nel morboso.

Brian Jones e Keith Richards

Jones, irretito dalla sua musa, comincia a tingersi i capelli dello stesso biondo di Anita ("Blonde on Blonde" riassumerà un certo Bob Dylan) e ad abbigliarsi copiando il suo stile con gran sfarzo di sciarpe colorate, giacche androgine, cappelli flosci e altre chincaglierie della Swinging London. Esplode anche la violenza domestica di un sempre più ingestibile Brian tanto che lei nel 1967, dopo l'ennesima lite furibonda, lo molla di punto in bianco per mettersi con il suo compagno di band Keith Richards. La relazione è totalizzante: i due vivranno insieme circa dodici anni, metteranno al mondo tre figli (una, Tara, morirà ad appena due mesi dalla nascita avvenuta nel marzo 1976), si scambieranno diverse dipendenze. E lei metterà nei guai lui quando nel 1977 a Toronto, durante una delle tournée più sfrenate degli Stones, la polizia locale scoverà della droga (tanta) in uno dei suoi bagagli. Anita verrà arrestata per possesso di marijuana e se la caverà con poco. Keith, già recidivo, rischierà una lunga detenzione per via dell'eroina scovata nel corso della stessa retata.

E Mick Jagger?

La coppia scoppia nel 1980 e Richards racconterà: «Ok, la amerò per sempre, ma non potevo e non posso vivere assieme a lei». Pietra dello scandalo fu una amarezza di fondo - ottimamente raccontata in «Life», la monumentale autobiografia pubblicata da Keith nel 2010 - nata già a fine anni ’60 quando pare ci fu un flirt, mai del tutto appurato, tra lei e Mick Jagger sul set del film «Sadismo» diretto da Donald Cammell e Nicolas Roeg. Per placare l'ansia di saperla tra la braccia del carnale Mick, Keith si sfoga con la sua chitarra componendo il riff epocale di «Gimme Shelter», vale a dire la canzone definitiva dei Rolling Stones assieme a «Brown Sugar» e soprattutto «Sympathy For The Devil» alla quale la Pallenberg partecipa come corista a suon di “Uh! Uh!” sulfurei. «Era una che di musica ne capiva parecchio – spiegherà Jagger – e su suo consiglio ho remixato molte tracce del disco «Beggar’s Banquet» perché, in un primo momento, quelle canzoni non suonavano granché bene». Non credo ci sia da aggiungere altro.

Dagli anni '80 a oggi

Separata dall'amore della sua vita, anche il mito di Anita pian piano si affievolisce. Negli anni ’80 è ancora giovane, ma mentre gli Stones si perdono dietro concerti negli stadi sempre più alienanti e nostalgici, lei si annoia e sa che qualcosa (il sogno Sixties, quello post-’68) è finito da un pezzo. Studia e si laurea da stilista, ma combina poco nonostante l'immenso buon gusto: «Il mondo della moda è così duro, autoreferenziale e capriccioso», dirà un po’ scocciata. Intanto gli editori di mezzo mondo la inseguono per farle scrivere le sue memorie e chiarire una volta per tutte la sua liaison erotica con Jagger…, ma Anita li manda volentieri al diavolo: «Tutti pubblicano autobiografie al giorno d’oggi. Se pure Posh Spice (Victoria Beckham, Ndr) può permettersi di scrivere la sua, state pur certi che io non lo farò mai». Diciamo che è stata di parola.

Nel terzo millennio si eclissa con classe e accetta i complimenti via stampa dell'altra musa stonesiana per antonomasia, ovvero Marianne Faithfull: «La band era una cosa – dirà la voce di «As Tears Go By» – mentre Anita ed io, come sensibilità, eravamo ad anni luce di distanza da quei ragazzacci». E poi la Pallenberg elargisce consigli preziosi alla sublime Kate Moss, senza ombra di dubbio la sua erede naturale. La regina anni ’90 del Britpop che porge tributo alla signora delle lunghe notti Swingin’: pura poesia tra icone del fascino. Più sprezzante, d'altro canto, il suo rapporto con l'americana Courtney Love. Una volta la vedova di Kurt Cobain ha l'ardire di chiederle perché non abbia mai pensato alla chirurgia plastica e Anita la inchioda: «Courtney, sono stata eletta ‘donna più bella del mondo’ in ben diciassette nazioni! Gli uomini fanno follie per me. Potrò anche permettermi alla mia età di essere brutta, no?». Chapeaux.

Malinconici, fin troppo anche per una come lei, gli ultimi mesi di esistenza. Nell'agosto del 2016 svelò ad Alain Elkann, il padre di John e Lapo: «Sai, ora sono davvero pronta a morire visto che ho fatto così tanto su questa Terra. In fondo sono sopra la settantina mentre, da giovane, non avrei mai creduto di arrivare a quaranta...». E giù una risata roca delle sue, beffarda. Con quei denti ancora bianchissimi, il biondo di un tempo e quel viso semplicemente perfetto per cui qualcuno sarebbe arrivato perfino a morire. Magari in piscina, dopo una notte di bagordi e cuori infranti. Ciao Anita, non ti dimenticheremo mai.