Alan Sorrenti: «Penso che ogni uomo sia figlio delle stelle»

Mentre lavora al nuovo album, il cantautore racconta a Sorrisi una vita di grandi successi, cadute e rinascite

Alan Sorrenti è tra gli ospiti di “Arena ‘60 ‘70’ 80”, show condotto da Amadeus. La foto è tratta dalla registrazione dell’evento
23 Settembre 2021 alle 08:45

Chissà che effetto deve aver fatto ad Alan Sorrenti rimettere piede all’Arena di Verona per registrare la sua partecipazione ad “Arena ‘60 ‘70 ‘80”, il programma di Amadeus in cui i protagonisti di quei decenni cantano i loro successi. Alan, dopo il grande successo di “Figli delle stelle”, diventato un classico, nel 1979 proprio all’Arena aveva vinto il Festivalbar con “Tu sei l’unica donna per me”. Era una star, viveva a Los Angeles, aveva il mondo ai suoi piedi. Poi un momento difficile, la dura ripartenza, il cambiamento. Oggi Sorrenti è un musicista pieno di progetti e vitalità, di voglia di raccontare e raccontarsi.

Che effetto fa essere nell’Arena di Amadeus?
«Con Amadeus ho un bel rapporto, lo stimo e lui ha nel cuore “Figli delle stelle”. Gli ho sentito dire spesso che la suonava quando faceva il dj. Siamo sempre molto felici di rivederci e io sono contento che lui stia lavorando così bene. Ha le capacità per farlo. Credo che lui, da esperto e da ex dj, non potesse non invitarmi. Senza presunzione, ma se si parla di Anni 70 io non posso mancare».

Ma lei continua a fare musica anche oggi. A che punto è il nuovo album?
«Ci siamo. Ho registrato 11 tracce, il primo singolo è pronto e uscirà a ottobre. Volevo dei suoni contemporanei e ho coinvolto un produttore giovane, Stefano Ceri (già con Frah Quintale, Franco126 e Coez, ndr) per veicolare le mie idee. Perché quest’album è un po’ particolare: sono sempre io, però ho dato molto peso ai contenuti, è un disco nato da un’esigenza precisa. Ho sentito proprio il bisogno di trasmettere ai giovani. Di dire la mia. Volevo di nuovo inserirmi con la mia musica, volevo che fosse un veicolo di pensiero, anche di stimolo».

Un successo come “Figli delle stelle” può diventare un fardello?
«Qualche volta lo è. E da qui nasce la voglia di fare il nuovo, di continuare a scrivere, che non mi ha mai abbandonato. Riconosco, però, che quello è un pezzo che ha una dimensione un po’ planetaria, fuori dalle regole. Anche perché noi siamo così, abbiamo questa materia stellare, questo potere illimitato di cambiare.
Peccato che lo usiamo poco. Probabilmente è un pezzo che irrazionalmente, inconsciamente, ci appartiene».

Lei ha studiato al Dams, che famiglia era la sua?
«Papà, napoletano, faceva il tranviere, ma era molto creativo. Cantava anche lui, ma la guerra aveva interrotto i suoi sogni. Diceva che la sua voce incantava gli inglesi durante la prigionia. Mia madre, invece, era gallese e lavorava alla base Nato di Bagnoli. C’erano questi due mondi che si incontravano. Lei mi portava spesso in Inghilterra, così io potevo vedere anche “l’altra sponda”, non solo Napoli, città stupenda, ma a volte opprimente nel suo essere legata alla tradizione. Con Napoli per un po’ ho avuto un rapporto di amore-odio. Che ho placato quando ho inciso “Dicitencello vuje”».

Fu la prima vera rottura di Sorrenti, che ai tempi faceva progressive rock. I puristi si arrabbiarono…
«Uh, sì! Era un sacrilegio! Ricordo che Nino Taranto la prese malissimo. Me ne disse di tutti i colori, voleva togliermi la napoletanità. Oggi lo capisco. Ma io allora ero concentrato solo sulla mia espressione, sulla mia creatività, su quello che volevo fare. L’escamotage fu usare un classico, ma farlo a modo mio».

Inoltre all’epoca, nel 1974, il pop in napoletano non esisteva. Pino Daniele avrebbe debuttato nel 1977…
«Credo che sia stato di grande ispirazione per Pino, tanto che poi lui lo ha proseguito con risultati straordinari, come solo lui poteva fare. Perché io, in fondo, ero napoletano fino a un certo punto. Pino veniva a casa mia perché suonava con mia sorella (Jenny Sorrenti, cantautrice e membro dei Saint Just, ndr). Io stavo già abbastanza avanti, avevo fatto tre album, lui cominciava. Di Pino ho un ricordo molto bello: poco prima di morire fece un grande spettacolo al Palapartenope di Napoli e m’invitò a cantare. Una cosa che ancora mi tocca: non ci vedevamo da tantissimo tempo, fu come un saluto finale».

Agli uomini capita di cadere e di farsi male. È successo anche a lei. Poi il rientro, dopo cinque anni, a Sanremo 1988. Da allora ha continuato a essere amato dal pubblico, ma non dai discografici. Che cosa non ha più funzionato?
«La discografia non si è più curata di me anche perché io non ho dato più input, non l’ho nutrita. Ero risalito abbracciando il buddismo, l’album “Bonno soku bodai” del 1987 parlava di questo. Da lì è iniziato un altro processo. Volevo riappropriarmi della mia umanità e ho cominciato a esplorarla cercando di migliorarmi, di capire che cosa di me non andava. Nel frattempo anche il mondo della musica cambiava, ma di quello mi curavo poco, perché cominciavo a essere veramente felice. Artista, ma anche uomo. Quello che trovo spesso negli artisti è che spesso l’uomo è così così. Tutto questo ha alimentato di nuovo la mia voglia di viaggiare e di esplorare».

E a questo punto del “viaggio” qual è il suo bilancio?
«Ho voluto vivere la mia vita liberamente come la volevo. Pagando gli sbagli e gioendo dei successi. Però quando mi volto indietro e mi perdo con la mente nelle varie situazioni belle o anche drammatiche che ho vissuto, mi dico: io da questo vengo, questo sono, e se ora sono abbastanza forte è proprio in virtù di tutto questo».

Seguici