Home MusicaI Beatles e il ’68: la nascita del «White Album»

I Beatles e il ’68: la nascita del «White Album»

In occasione dell'uscita della discografia dei Baronetti in cd (con libretti tradotti in italiano) vi raccontiamo del loro capolavoro "bianco"

Foto: The Beatles

03 Luglio 2018 | 17:57 di Simone Sacco

Il prossimo 22 novembre compirà i suoi primi cinquant’anni, ma in realtà la sua vicenda è metaforicamente terminata il 5 dicembre 2015. All'insaputa un po' di tutti. Stiamo ovviamente parlando di «The Beatles», il nono album dei Fab Four uscito nell'autunno del 1968, anno cardine per la storia dell'intero Novecento. Il disco (doppio) passato alla storia per la sua iconica copertina, opera dell'artista Richard Hamilton, completamente bianca. Con in rilievo, in diagonale, solo il nome del gruppo.

Quello che troverete in edicola, allegato a Sorrisi, come quarta uscita del suo nuovo piano editoriale (il 17 luglio) dedicato agli stessi Beatles. Diciotto cd e tre dvd che ricoprono l'intero universo dei ragazzi di Liverpool. Con in più la particolarità di avere (prima volta in assoluto) i libretti interni tradotti in italiano.

Si parte quindi con «Abbey Road» e si arriva fino al dvd di «Yellow Submarine» passando attraverso il leggendario «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band» (in doppio cd e relativo libretto di sessanta pagine), «Revolver», «A Hard Day’s Night», i due album dal vivo (entrambi doppi) registrati negli studi della BBC, l'essenziale raccolta «Past Masters», il postumo «Love» realizzato ad hoc per lo spettacolo messo in scena dal Cirque du Soleil, «Help!», «Rubber Soul», «With The Beatles» e tutti gli altri. Un viaggio intenso, appagante e completo di ogni piacevolezza auditiva. Ma torniamo ora al bisticcio di date relativo al famoso Album Bianco

Il 5 dicembre di quasi tre anni fa, infatti, la vicenda storica del «White Album» giunse ad una sua simbolica conclusione perché proprio quel giorno l'elegante casa d’aste Julien’s Auction House di Los Angeles batté alla cifra record di 790mila dollari (circa 710 milioni di euro) la prima copia mai stampata - la famigerata matrice 0000001 - di «The Beatles». Il sacro Graal dei collezionisti discografici, se pensate che il cimelio più prezioso di Elvis Presley è arrivato a malapena sopra i 300mila dollari.

Il proprietario - che lo vendette per scopi benefici - fu un certo Ringo Starr, mentre il facoltoso compratore restò anonimo per ragioni di privacy. Starkey (il vero nome di Ringo) ne entrò in possesso nel 1980 e da allora decise di tenerlo chiuso (ed ottimamente conservato) in una cassetta di sicurezza. Lo fece come ultimo omaggio all'amico John Lennon che proprio quell'anno finì assassinato a New York, ma che per tutti gli anni '70 era andato avanti a ripetere: «Il "White Album"? L'ho sempre preferito a tutto ciò che abbiamo realizzato nella nostra carriera. Ok, il mito che circonda "Pepper" non finirà mai, ma la musica contenuta in quel disco resta di un altro livello. Decisamente superiore». Ipse dixit.

Lennon, comunque, aveva ragione. Quando cominciò a sponsorizzare smaccatamente il «White Album» (concepito ad inizio '68 e inciso durante l'estate più complicata mai vissuta dalla band inglese), gli anni '70 erano già entrati nel vivo e l'America (dove il Beatle si era trasferito con la compagna Yoko Ono) aveva già preso alla lettera le sue parole. Della prima tiratura fu necessario stamparne oltre tre milioni di copie per accontentare tutti i fan d'oltreoceano, con ben nove settimane al primo posto delle chart statunitensi e ben centocinquantacinque (155!) prima di uscire dalla Billboard 200. Altre cifre, altri tempi.

All'exploit strepitoso dell'opera contribuì decisamente la bontà della musica, ma anche la fosca vicenda di Charles Manson che nell'agosto del 1969 mistificò alcune canzoni dell'Album Bianco (tra cui «Piggies», «Sexy Sadie» e naturalmente la più ambigua del lotto: «Helter skelter») e si fece "ispirare" da esse per compiere l'atroce massacro californiano di Bel Air dove perse la vita anche Sharon Tate, la moglie incinta di Roman Polanski. Gli States e il «White Album», da allora, furono sempre morbosamente avvinghiati. Tant'è che oggi è proprio quello - con i suoi diciannove milioni abbondanti di copie - e non un altro, il disco più venduto dai Beatles sul territorio americano. La domanda inevitabile a questo punto è: come mai tutto questo crescente successo?

A cui ne segue subito un'altra. Perché una band che aveva raggiunto il non plus ultra (a livello di songwriting e tecniche avanguardistiche di registrazione) col precedente «Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band» , decise di tornare sulle scene con un lavoro di trenta brani del quale George Martin (il produttore del quartetto) non fu mai del tutto convinto? «Fosse stato per me – disse una volta il Quinto Beatle – lo avrei assemblato in un disco singolo di dodici, al massimo quattordici, canzoni. In pratica ne avrei fatto un buon riassunto».

Eppure Sir Martin si sbagliò. Non si accorse infatti che, nel frattempo, era cominciato il fatidico 1968 e gli stessi Beatles anticiparono tutto quel caos epocale inaugurando il loro anno in India, presso il ritiro di Rishikesh, a casa del guru Maharishi Mahesh Yogi. Un santone che, col tempo, deluse non poco la band al gran completo. Nessuno escluso.

L'intenzione primaria nella quiete di Rishikesh sarebbe stata quella di rigenerarsi e meditare, ma Lennon e McCartney si portarono dietro le loro chitarre acustiche (non esisteva elettricità nella comune) e cominciarono a sfornare una mole impressionante di materiale. La cosa irritò non poco il sempre più trascendentale George Harrison («Ragazzi, saremmo qui per ritrovare noi stessi e non per allestire un dannato studio di registrazione...») mentre Ringo Starr, di suo, se ne venne via dopo poche settimane di "pseudo-purificazione", infastidito dal cibo e sopraffatto dalla nostalgia della sua famiglia.

Lo scricchiolio nei rapporti umani ci fu eccome, ma i quattro si ritroveranno tutti assieme, qualche mese dopo, nel Surrey presso la residenza di campagna di George, Bisognava dare un senso compiuto al «White Album» e qui, effettivamente, non si capisce se i Fab Four organizzarono il più grande spettacolo "unplugged" della storia suonando in chiave acustica i provini del disco (i famigerati Kinfauns Demo dal nome del cottage di Harrison) oppure se si limitarono ad assemblare, con un registratore a quattro piste, ciò che avevavo già eseguito in precedenza.

Oggi come oggi sarebbe romantico pensare alla prima ipotesi (la grande jam collettiva) anche se, valutando la seconda, verrebbe in superficie il più grande paradosso del '68. Ovvero che in un anno dove il mondo giovanile si compattava e protestava contro l'establishment, il loro gruppo preferito - i mitici Beatles - si separava violentemente per abbattere la propria aurea di leggenda.

Tale tensione, però, produsse il capolavoro inaspettato. I quattro - lo si è capito ormai - erano ai ferri corti e l'unica maniera sana di litigare fu quella di scrivere canzoni migliori di colui che sedeva sullo sgabello accanto. Detto, fatto. McCartney si rifugiò nel rock 'n' roll dei Fifties («Back in the USSR» e «Birthday») e lo mischiò a melodie talmente raffinate («Martha my dear») che, nel prosieguo della sua vicenda artistica, diventeranno perfino pretenziose. E non fu mai contento del risultato ottenuto, memore in questo delle paranoie del suo grande idolo Brian Wilson dei Beach Boys.

Per la già citata «Helter skelter» prima si lanciò in una infuocata performance di mezz'ora (purtroppo mai venuta alla luce in tutta la sua lunghezza) e poi fece venire le vesciche sulle mani a Ringo Starr, costringendolo a picchiare sui tamburi per ben diciotto versioni dello stesso, terremotante brano. Ovviamente Sir Paul terrà come buona per la stampa solamente l'ultima. Per un reggae semplice semplice come «Ob-la-di Ob-la-da» impiegò cinque notti spese interamente ad Abbey Road, accompagnato da un John completamente fuori di testa. Insomma, Paul era bello nervoso.

Lennon, d’altro canto, fu più spontaneo: registrò di getto diverse gemme melodiche («Dear prudence», «Glass onion» e la già più complessa «Happiness is a warm gun») e abbinò a esse esperimenti in orbita Yoko Ono (un titolo su tutti: «Revolution 9», piece elettronica ante litteram) che appesantirono, ma resero eterna, la sua porzione di lavoro. Harrison, invece, compì il sacrilegio supremo. Visto che il buon John fece partecipare l'amata Yoko alle privatissime session del gruppo (la si sente ululare in «The continuing story of Bungalow Bill»), il non tanto "Quiet One" invitò l'amico Eric Clapton a suonare l'assolo nella stupenda «While my guitar gently weeps» composta dallo stesso George.

Il risultato fu, ed è tuttora, sensazionale, ma pose un precedente storico: Clapton, infatti, fu il primo essere umano esterno a intrufolarsi in un disco di "quei quattro". Infine Ringo, giusto per mettere la ciliegina sulla «Wild honey pie» della situazione, mollò temporaneamente i Fab Four per dedicarsi alle sue vacanze sarde, non prima però di aver completato una delle composizioni più scanzonate del doppio vinile: «Don't pass me by», unica canzona firmata Starkey di tutto il progetto. Una marcetta elettrica senza tante pretese. Che però, tanto per cambiare, spicca ancora a cinquant'anni di distanza.

Riassumendo. Il 1968 non fu un anno assolutamente facile e pacifico per i Beatles, ma loro lo addomesticarono a proprio vantaggio con un capolavoro destinato, Manson o non Manson, a lasciare il segno sui posteri. U2 compresi che non hanno mai fatto mistero di amare sia «Helter skelter» che «Happiness is a warm gun» (coverizzate entrambe).

L'atmosfera, a detta di molti, fu "altamente velenosa" dalle parti di Abbey Road, in India, a Kinfauns e per gran parte di quei dodici mesi irripetibili. Tempo neanche un anno e mezzo (aprile 1970) e i Baronetti non esisteranno più. Mai più. Eppure tutto quel tumulto, quel fastidio, quell'avventura, quell'anarchia e quella creatività sono ancora qui, a portata di giradischi. La gioia di vivere il presente e l'odio di scontare il passato racchiusi in quattro sole facciate. Un Bianco intenso e accecante che, decenni dopo, fece confessare a Paul McCartney: «Credo che alla fine sia venuto alla luce un ottimo disco ma, credetemi, non è stato piacevole da realizzare». Salvo poi aggiungere, sibilino: «Meglio così: il "White Album" è la dimostrazione che i tempi difficili fanno bene all'arte». Ipse dixit numero due.