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Bobby Solo racconta i suoi primi 70 anni

Intervista al cantante che si è «regalato» un nuovo album (il 35esimo) che trovate in edicola con Sorrisi

Foto: Bobby Solo con il figlio Ryan e la moglie Tracy Quade  - Credit: © Rino Petrosino

17 Marzo 2015 | 18:10 di Andrea Di Quarto

«E dire che questo disco non lo volevo fare! È stato il mio manager a convincermi. Come potevo deludere un ragazzo di 38 anni che crede così tanto in me? E alla fine aveva ragione, è venuto fuori davvero un bel lavoro».

Bobby Solo festeggia i suoi 70 anni di vita (li compie il 18 marzo: auguri!) e i 51 di carriera con l’album «Meravigliosa vita»: quattro classici (tra cui «Se piango, se rido» e «Una lacrima sul viso») e nove inediti (tre firmati da Mogol). «Ci ho messo dentro le mie tante anime musicali, un po’ di funky, un bolero quasi cubano, sonorità alla Michael Bublé. In questi anni mi sono appassionato al jazz, al blues e al country. “Meravigliosa vita”, per esempio, l’ho scritta pensando a Johnny Cash. La gente mi vede ancora come l’Elvis italiano, ma io ascolto anche gruppi indipendenti come i Phosphorescent (band alternativa statunitense, ndr)».

Oddio che fa, mi ripudia Elvis?
«Questo mai! Io e Tony (Little Tony, ndr) siamo stati i suoi emuli italiani, anche se in realtà era più Tony a copiarne i costumi, i lustrini, i cinturoni. Io vestivo più come un dandy, mi ispiravo a Tony Curtis e a Marcello Mastroianni».

È vero che da esordiente suonava in duo con Franz di Cioccio della PFM?
«Sì. Ero appena arrivato a Milano per via del trasferimento di mio padre, dirigente dell’Alitalia. Conobbi questo batterista che chiamavano “l’Alain Delon della Bovisa” e per rimorchiare qualche ragazza suonavamo nei circoli del Partito socialista e dell’Unione donne italiane. Ci davano 500 lire a testa e facevamo rock and roll in un inglese molto approssimativo».

Poi lui entrò ne «I quelli», futura Premiata Forneria Marconi, mentre per lei arrivò il successo da solista.
«Ed è stato un grosso guaio. È accaduto tutto troppo presto, non ero preparato e ho pagato amaramente il prezzo dell’inesperienza. Tremavo. In pubblico avevo fatto solo due recite scolastiche e mi ritrovai a Sanremo. Quando vidi Paul Anka alla prove mi paralizzai: “Devo cantare dopo quel mostro?”. Per la paura persi la voce».

Già, ma anche se la fecero «scandalosamente» esibire in playback «Una lacrima sul viso» divenne un grande successo.
«Tutti mi volevano, ma io non avevo un repertorio. Solo “la lacrima” e il retro “Blue suede shoes”. I proprietari dei locali mi volevano strangolare...».

Il brano spopolò in tutto il mondo. Avrà guadagnato miliardi, lei.
«Magari fosse così! La Ricordi mi riconobbe il 2 % . Mi chiesero anche se volessi fare un disco e io ero così sprovveduto che pensavo di dover contribuire economicamente. Tanto che mi dissero: “Ma no, se il disco vende la paghiamo noi”».

Una storia complicata...
«Purtroppo quando capirono che il pezzo sarebbe stato un successo mi spiegarono che, in quanto minorenne, non potevo firmarlo, cosa non vera, e lo affidarono a un prestanome, il maestro Iller Pattacini. Lui incassava i diritti d’autore e si era impegnato a rigirarmeli in cambio di un 25% . Dopo sei mesi non vidi più una lira. L’accordo era una fideiussione e io non sapevo che andasse rinnovata ogni sei mesi. Ero ingenuo, mica giravo con l’avvocato come i cantanti di oggi. Ho perso qualcosa come due miliardi».

In compenso avrà avuto un sacco di donne...
«Ero belloccio e ne ho approfittato, certo, anche se non come Little Tony che era un “macinatore”. Io ero timido, lasciavo fare. Ebbi un flirt così intenso con la contessa Olghina di Robilant che scesi da 63 a 50 chili. Svenni in studio mentre incidevo “Cristina”. La casa discografica chiamò mia mamma per chiederle: “Ma lei sa cosa combina suo figlio?”».

Poi sono arrivati momenti bui.
«Che io ho accelerato con i miei errori riducendomi in povertà. Per tre anni e mezzo mi ha ospitato un amico a Milano. Poi un impresario di Roma mi diede uno stipendio e in uso una vecchia Opel con dentro tutti i manifesti di Michele Zarrillo e Leopoldo Mastelloni. Vivevo in un monolocale di 20 metri quadri».

Però nel 1980 con «Gelosia» è ritornato al successo.
«Pensi che la casa discografica non credeva in me e mi fece firmare il contratto sul treno che portava a Sanremo. Invece vendetti 260.000 copie e da lì la carriera ripartì. Il presentatore di una tv privata di Firenze sintetizzò il tutto con molto tatto: “Oh Bobby, cosa si prova ora che sei uscito dalla fogna?”».

E adesso?
«Vivo il presente e faccio la musica che mi piace. Non aspiro a entrare nel museo delle cere di Madame Tussauds...».