Home MusicaCanzoniEdoardo Vianello: «Negli Anni 60 ho fatto ballare tutti gli italiani»

Edoardo Vianello: «Negli Anni 60 ho fatto ballare tutti gli italiani»

Il cantante romano racconta come sono nati i suoi grandi successi, da "Guarda come dondolo" ad "Abbronzatissima"

Foto: A sinistra, Edoardo Vianello sul palco negli Anni 60. È tra gli artisti italiani che hanno venduto più dischi. A sinistra, oggi a 81 anni. Si esibisce tuttora in circa 35 concerti dal vivo all’anno

26 Agosto 2019 | 15:14 di Andrea Di Quarto

Dice che la musica non gli è mai piaciuta, eppure è uno dei cantanti italiani che ha venduto più dischi. Dichiara di non stravedere né per il mare né per l’estate, ma le sue canzoni simboleggiano sole e vacanze tanto quanto le creme abbronzanti e gli ombrelloni. Sostiene di odiare il ballo, ma ha fatto danzare intere generazioni. Edoardo Vianello, 81 anni magnificamente portati, è un uomo pieno di sorprese. Riuscire a “beccarlo” (d’estate è richiestissimo) non è facile, ma si viene ripagati da una serie inesauribile di storie e aneddoti.

Quali sono stati i suoi riferimenti musicali?
«Partiamo dall’idea che a me la musica non piace. Non è la cosa che mi ha attratto di più nella vita: mi annoiava. Però mi piaceva molto Modugno. Avevo perso la testa per il suo modo di cantare ed è stato un punto di riferimento costante per la mia carriera. Mi ha fatto capire che non è indispensabile avere la bella voce, ma dire delle cose ed essere trascinanti. Per il resto a me sono sempre piaciute le grandi orchestre jazz: Count Basie, Duke Ellington, Ray Conniff».

Il suo destino, però, sembrava quello di autore.
«Sì, anche perché Teddy Reno, il mio talent scout, mi aveva detto che con la mia voce non avevo chance».

Non molto lungimirante...
«No, aveva ragione. In realtà non sapevo cantare, non avevo trovato il modo di utilizzare il mio timbro per farlo diventare accettabile per l’ascoltatore».

Poi che cosa è successo?
«Che nel 1959 mi ha presentato il paroliere Carlo Rossi. Abbiamo immediatamente legato come gusto e modo di scrivere. I suoi testi però, che io trovo straordinari, erano pericolosamente a rischio di essere considerati delle “baggianate”. Allora ho capito che scandire bene le parole era indispensabile per fare arrivare il concetto di ironia. Se le avessi buttate lì velocemente sarebbero apparse solo delle frasi sciocche. Ho scoperto anche che scandendo si riesce a dare un ritmo diverso, perché anche su una consonante si riesce a mettere una nota».

Ritmo e anche successo.
«Sì, quello arrivò nel ’61 con “Il capello”, che presentai a “Studio Uno”, ma soprattutto l’anno dopo con “Pinne fucile ed occhiali”, che andò forte nei jukebox. Parlava di un argomento che non si era mai trattato nelle canzoni e però riguardava uno sport che era molto di moda in quel momento».

Come nascevano queste canzoni?
«Rossi aveva sempre una cartellina con una serie di foglietti che più che altro erano degli spunti, degli slogan. Io sfogliavo questi testi e su ognuno improvvisavo una musica. Se usciva qualcosa di interessante si cominciava a lavorarci sopra. “Pinne…” è rimasta parecchio dentro la cartellina perché ogni volta la facevo troppo veloce. E dicevo: è una scemata. Quando mi è venuta l’idea di scandirla è diventata forte, una specie di cha cha cha lentissimo. La canzone è composta di otto versi e 16 battute, la più risicata che abbia mai scritto. Eppure è piena di personalità».

Perfino meglio andò il lato B.
«Eh caspita, era “Guarda come dondolo”! E pensare che era stata messa all’ultimo momento, scritta in dieci minuti. Dissi: “Facciamo un twist, i ragazzi lo ballano”. L’abbiamo azzeccato. Eravamo a Viareggio dove avevamo partecipato al “Burlamacco d’oro” (un festival che si svolgeva a Viareggio, ndr) e io avevo cantato “Il cicerone” che non era stato un successo. Siccome mi piaceva l’ho rifatta suonando le note al contrario ed è diventata “Dondolo”».

Quelle due canzoni finirono ne “Il sorpasso”, il capolavoro di Dino Risi.
«Io non lo sapevo, lo scoprii al cinema e ne fui sorpreso. Ebbi modo poi di incontrare Dino Risi e lo ringraziai. Mi disse che aveva scelto quelle canzoni perché rappresentavano l’estate del 1962».

L’estate successiva invece uscì “Abbronzatissima”, una delle canzoni simbolo degli Anni 60.
«In un discorso che facevamo con un tizio questo usò la parola “abbronzatissima”. Io e Carlo Rossi ci guardammo e lui mi disse: “Abbronzatissima sotto i raggi del sole”. Sono andato subito a casa e ho cominciato a lavorarci, solo che io ricordavo “sotto i raggi della luna” e non funzionava. Con la parola giusta si accorciò di una sillaba e la canzone cambiò faccia. Il giorno dopo in un viaggio Roma-Milano in auto me la sono cantata e ricantata tutto il tempo, ma non funzionava l’attacco. A Casalpusterlengo, ormai alle porte di Milano, mi venne questo “A-a” iniziale e la cosa era fatta. Ennio Morricone, che ne curò l’arrangiamento, aggiunse il colpo di genio, un salto d’ottava, ovvero quel “pa-pam” iniziale».

Oggi vi chiamerebbero “hitmaker”.
«Sì, ma non erano successi creati a tavolino. Si faceva ancora per divertimento, per il gusto di giocare. Mi piaceva molto essere in netto contrasto con i cantautori del momento che erano tutti abbastanza cupi. Avevamo trovato quest’aggancio ai balli di moda. Bisognava essere furbi a intercettarli in anticipo. Twist, surf, l’Hully Gully, che addirittura feci “inventare” ai Watussi».

“I Watussi”, il successo dell’estate del 1964.
«Altra idea di Rossi che voleva celebrare questo popolo che aveva visto nel film “Le miniere di re Salomone”: “Dobbiamo fare una canzone su questi per far capire la prospettiva di una persona altissima rispetto a quelle normali”. Io non ero convinto, ma lui insisteva. Allora gli dissi che c’era un ballo, l’Hully Gully, ma non c’era una canzone che lo rappresentasse. Facciamoglielo inventare ai Watussi».

Ma il successo non è eterno...
«È stato molto forte fino al 1966. Poi il clima è cambiato e mi sono quasi ritirato perché trovavo ostilità da parte del pubblico. Non l’ho vissuta male però, perché non ero un personaggio. Non avevo le fan dietro la porta prima e non ce le avevo dopo. Però volevo ancora fare qualcosa e col mio amico Franco Califano, la notte dello sbarco sulla Luna, creammo la Apollo Records. Portammo al successo i Ricchi e Poveri con “Che sarà” e “La prima cosa bella”, mentre Amedeo Minghi e Renato Zero erano troppo avanti per l’epoca».

Negli Anni 70 cambio totale: un duo romanesco con la moglie di allora Wilma Goich, i Vianella.
«Era l’unica possibilità di staccarmi dal mio cliché. Wilma era in un buon momento e poteva funzionare. È stato così fin quando siamo stati innamorati. Ci siamo separati per contrasti nel lavoro. Fu Wilma a rompere per tornare solista».

Doppia batosta, personale e professionale.
«Sì, ma per fortuna negli Anni 80, grazie al disco di Ivan Cattaneo “Duemila60 Italian Graffiati” e al film “Sapore di mare”, tornarono di moda gli Anni 60. Io mi feci trovare pronto. Nella colonna sonora di quel film, a cui ho collaborato, c’erano sette mie canzoni».

I tormentoni estivi spariscono, le sue canzoni restano. Perché?
«Non è che devo fare i complimenti a me stesso… però sono geniali, le mie canzoni. Me ne sono accorto dopo. Non sono facili, sono molto elaborate, tant’è vero che gli altri non le sanno fare. Detesto quando mi fanno un omaggio e qualcun altro canta le mie canzoni. Mi addolora. Vanno fatte come le ho fatte io».