Home MusicaCanzoniLuca Carboni: la mia estate è «Happy» (e vi spiego perché)

Luca Carboni: la mia estate è «Happy» (e vi spiego perché)

Il suo singolo è stato rilanciato dagli Europei di calcio, il cantante si racconta a Sorrisi

Foto: Luca Carboni

09 Agosto 2016 | 15:16 di Andrea Di Quarto

Solo i portoghesi (forse) si stanno godendo il ricordo dei recenti Campionati Europei di calcio più di lui. Loro li hanno vinti, ma Luca Carboni, a modo suo, non è stato da meno. La sua «Happy» (in inglese significa felice, ndr), canzone scelta da Sky come sigla delle telecronache, ha avuto un successo strepitoso e sia l’album «Pop-up», da cui la canzone è tratta, sia Carboni, impegnato quest’estate nel tour che di quel cd ha preso il nome, ne hanno beneficiato.

Luca, se l’aspettava?
«Sinceramente no. Il brano non era neppure stato pensato come un singolo. Sono stati quelli di Sky che, leggendo il testo, hanno ritenuto che la canzone fosse adatta. Volevano un brano che comunicasse serenità e voglia di vivere in un momento che, specialmente a Parigi, era di grande tensione e preoccupazione».

Ed è così?
«Sì, il brano sintetizza la mia visione della vita. Prendere le cose con semplicità senza lasciarsi fuorviare, condizionare dal lusso o da falsi miti. La vita è piena di cose profonde che sono a portata di mano tutti i giorni».   

Questo suo approccio è stato talvolta definito «minimal». Si riconosce?
«Lo chiamino come vogliono. Diciamo che sono sempre stato un po’ fuori da certi cliché. Sono uno regolare, non ho mai amato gli eccessi, ho fatto dischi solo quando avevo delle cose da dire. In fondo sono in giro da più di 30 anni».

E dire che a 21 aveva già debuttato con un disco importante con la Rca: «...intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film». Una grande partenza.
«Accadde tutto in fretta, grazie agli Stadio che mi chiesero di scrivere dei pezzi. Io a quel tempo non pensavo di fare il cantante. Dopo aver sognato di essere prima un calciatore e poi un cestista, avevo deciso che sarei stato un chitarrista. Suonavo con un gruppo, i Teobaldi Rock, ma loro a un certo punto smisero di crederci e la band si sciolse. Ci ho sofferto molto. Ho chiamato un mio album “Le band si sciolgono”».

Anche se dallo scioglimento è nato un solista di successo.  
«Ok, ma io mi sono sempre sentito un tipo da band. Non mi piace fare le cose da solo. Anche per questo nella mia carriera ho fatto un sacco di collaborazioni con altri artisti».

Con uno di questi, Jovanotti, è nato un grande sodalizio.
«Un amore a prima vista. Io avevo sentito il suo disco “Lorenzo 1992” e lui il mio “Carboni”. Lui faceva rap e io pop melodico, ma nei nostri dischi affrontavamo temi simili. Ci conoscemmo a Milano e organizzammo un tour insieme, anche se i discografici ci osteggiarono in tutti i modi perché eravamo di etichette diverse. Da allora siamo grandi amici, ci troviamo a meraviglia e abbiamo spesso parlato di fare un disco insieme. Prima o poi lo faremo».

Che rapporto ha con le canzoni che ha scritto per altri?   
«Ottimo. Non ho gelosie, né voglia di riaverle indietro. Mi piace l’effetto che fa essere ascoltatore, sentire una mia cosa cantata da un altro artista».

Nessuna eccezione?
«In verità una che vorrei incidere c’è: “Io e Maria” che scrissi per Paola Turci. Mi ritrovo spesso a canticchiarla, ma il problema è che è scritta da un punto di vista femminile».

Chiudiamo col suo Bologna: a pochi tifosi capita di avere scritto l’inno della propria squadra.
«E io mi emoziono ogni volta che sento “Le tue ali Bologna”, scritta e cantata con Andrea Mingardi, Gianni Morandi e Lucio Dalla. La scrivemmo per il Bologna di Gigi Maifredi e del mitico Villa (giocatore simbolo di quegli anni, ndr), che tornava in Serie A dopo tanto tempo. Una stagione irripetibile!».