Home MusicaCanzoniOrietta Berti: «Vi racconto la mia vita canzone per canzone»

Orietta Berti: «Vi racconto la mia vita canzone per canzone»

Dopo l’avventura di "Ora o mai più" apre a Sorrisi il cassetto dei ricordi: «I miei successi? Li sceglieva un... referendum»

Foto: Orietta Berti canta “Io, tu e le rose” a Sanremo nel 1967: era la sua seconda volta al Festival (arriverà a 11)

15 Marzo 2019 | 15:23 di Paolo Fiorelli

Tutto merito degli operai di una grande fabbrica alla periferia di Milano. Orietta Berti lo ammette candidamente: «Ho quasi sempre lavorato per manager tedeschi e loro avevano un metodo rigoroso per scegliere le mie canzoni. Ogni volta ne dovevo incidere almeno quattro e poi le facevano ascoltare agli operai di questo stabilimento. C’era la votazione, e la canzone che vinceva veniva lanciata in pompa magna sul mercato. Un metodo infallibile. O meglio, quasi infallibile: una volta gli operai mi bocciarono “Grande grande grande” che poi divenne un successo di Mina. Ma insomma, un errore in più di 50 anni ci può stare».

Quando Orietta Berti si abbandona ai ricordi è una miniera di segreti e aneddoti divertenti. E questa è l’occasione giusta: dopo il successo della sua partecipazione al programma “Ora o mai più”, e mentre continua a fare l’acutissima opinionista da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, con Sorrisi esce “Orietta Berti Forever”, una raccolta di 32 successi dell’usignolo di Cavriago (ma lei è nota anche come la “capinera dell’Emilia”).  

Signora Berti, posso proporle un gioco? Io le dico i titoli delle sue canzoni e lei mi racconta come sono nate e tutti i segreti che nascondono...
«Va bene, basta che c’ha tempo perché di canzoni ne ho uno sbardello».

Come scusi?
«Uno sbardello, un sacco, tantissime. Si dice così dalle mie parti».

Allora siamo a posto. Possiamo cominciare dal suo primo grande successo del 1965? “Tu sei quello”.
«Quanto mi piace quella canzone! Pensi che l’autore, Alberto Anelli, non me la voleva dare perché l’aveva scritta pensando a una donna. Infatti si intitolava “Tu sei quella”. Allora ne abbiamo fatte due versioni, una lui e una io, e abbiamo lasciato scegliere alla Rai. Indovini un po’ quale hanno scelto?».

Ma non mi dica.
«Ci ho vinto il “Disco per l’estate” e ne ho venduto più di un milione di copie. Mi piace così tanto che ai concerti la dedico sempre a mio marito Osvaldo. Per me è lui il “quello” della canzone. Siamo insieme da 52 anni, sa?».

Certo che lo so, complimenti! Passiamo a ”Io ti darò di più”.
«Anche qui ho avuto un po’ da discutere. Con Ornella Vanoni. Dovevamo cantarla insieme a Sanremo ma lei all’inizio voleva interpretarla con un uomo, diceva che il contrasto avrebbe funzionato di più. Allora le ho detto: “Ornella non ti preoccupare. Tu hai questa voce calda e sensuale, io la faccio un’ottava più su, vedrai che effetto”. Infatti... E pensare che oggi siamo come due sorelle, le voglio un bene dell’anima».

E la rivalità, scusi?
«Ma quella ve la siete inventata voi giornalisti, noi ci siamo limitate a fare un po’ di teatro. Con l’ironia che abbiamo entrambe».

Passiamo a “Tipitipitì”.
«Grazie, così chiariamo un equivoco che dura da 49 anni. Tutti si fermano al titolo buffo e non si accorgono che è una canzone amara, perché parla di un addio. Dice: “C’era l’uomo dell’organino/che ci dava un biglietto blu/c’era scritto ti vuole bene/ma non era la verità/Tipitipitipitì come mai / lui questa sera non c’è”».

Straziante. Ho bisogno di qualcosa di allegro, ora: “Finché la barca va”.
«La mia canzone portafortuna. Un altro regalo di Pace e Panzeri, due autori così ironici... Ho detto sì leggendo solo il testo perché quel giorno l’autore della musica era rimasto bloccato in un ingorgo. “Guarda che tra poco arriva Pilade con la chitarra” mi dicevano. “Non importa, la voglio comunque. Quando la facciamo sentire agli operai?”. Poi uno stampatore di Varese mi disse che era stata il suo incubo, perché vendeva così tanto che per stampare tutte le copie richieste hanno dovuto fare i turni di notte per un mese».

Se le dico “Io, tu e le rose”?
«Mi fa tornare triste. Perché è legata alla memoria della morte di Luigi Tenco. Io tra l’altro sono convinta che non lo scrisse lui, quel bigliettino che dissero di aver trovato vicino al suo corpo dopo il suicidio (nel biglietto il gesto estremo era definito dallo stesso Tenco un “atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale”, ndr). Non aveva senso, noi ci conoscevamo e rispettavamo. Ma tant’è... dopo quell’episodio ho sofferto molto, per Luigi e per le cose terribili che scrissero su di me. Amo ancora quel pezzo, ma non riesco più a separarlo da quel brutto ricordo».  

Parliamo di “Via dei Ciclamini”.
«Un altro pezzo allegro solo in apparenza. Parla di una prostituta ingannata da un cliente che le aveva promesso di portarla via con sé. Pace e Panzeri l’avevano scritta per la chiusura delle case di tolleranza, avevano questa capacità di raccontare con leggerezza anche gli argomenti di attualità più scabrosi».

Ma scusi, la legge Merlin è del 1956 e la canzone uscì nel 1971.
«Perché c’era la censura e per 15 anni nessuna casa discografica ha avuto il coraggio di pubblicarla. Ci sono voluti il ’68 e la rivoluzione sessuale».

Lei comunque non è mai stata molto “barricadera”, ha sempre cantato l’amore tradizionale.
«Massì, non ho mai capito questa smania di vivere mille avventure, questi uomini che devono annusare tutti i fiori per poi scoprire che il profumo più buono ce l’ha il fiore che hanno a casa loro, non so se mi spiego... Anzi, ci sono pezzi come “L’altalena” in cui li prendevo anche un po’ in giro: “Ma se un bel giorno tu mi lascerai/per un capriccio che ti prenderai/può darsi che incontrandoci in stazione/ci metteremo a ridere perché/a questo mondo tutto va su e giù/e nell’amore me lo insegni tu!”».

E non parliamo di “Finché la barca va”: «Mi sembra di vedere mia sorella/che aveva un fidanzato di Cantù/Voleva averne uno anche in Cina/e il fidanzato adesso non l’ha più».
«Esatto! Dico io, ma tieniti stretto chi già ti ama, no?».

Facciamo un salto a tempi più recenti: “Rumba di tango”.
«Ah, quello è un regalo che mi ha fatto Giorgio Faletti. Pensi che ogni volta che viaggiava tra Roma e Milano prendeva la macchina e si fermava a Montecchio Emilia per andare in qualche osteria assieme a noi. Con lui era come essere sempre sul palco di uno spettacolo: una battuta via l’altra. Tra un piatto e l’altro mi fa: “Ma tu ci verresti a Sanremo in coppia con me?”. Io pensavo che scherzasse, invece poi ha tirato fuori questa canzone... Pensi che la volta dopo l’ho rivisto per puro caso a New York. Io ero lì per fare concerti, lui girava le stazioni di polizia per raccogliere materiale per i suoi romanzi gialli. Che tipo. Mi manca molto».

Quello fu il suo ultimo Sanremo: era il 1992.
«Sì, ma poi mica mi sono fermata lì. Ho detto ciao ai manager tedeschi e ho cominciato a produrre da sola la mia musica. E poi sono arrivati Fabio Fazio e le trasmissioni in televisione, dove mi diverto proprio tanto. Perché vede, in questo mestiere si ricomincia ogni giorno. L’ho detto anche a Barbara Cola, la mia allieva a “Ora o mai più”, che ha una voce tanto bella».

Orietta, ma alla fine ha tenuto il conto di quanti dischi ha venduto in tutti questi anni?
«No, il numero preciso non lo so. Ma di sicuro sono uno sbardello».

Due cd, 32 hit

Tutti i brani di cui si parla in questa  intervista sono nel doppio album “Orietta Berti Forever”, in edicola con Sorrisi a 11,90 euro in più: una lunga carrellata di 32 grandi successi.