Home MusicaConcertiBeaches Brew 2018: la provincia italiana più internazionale che esista

Beaches Brew 2018: la provincia italiana più internazionale che esista

Si è chiusa la settima edizione del festival che si svolge ogni anno a Marina di Ravenna. Il resoconto è entusiasmante

Foto: Beaches Brew 2018: il pubblico spesso si lascia andare al crowd surfing ("surf sulla folla")  - Credit: © Francesca Sara Cauli

11 Giugno 2018 | 14:18 di Valentina Cesarini

Musicisti di fama internazionale, mare e relax: tutto gratuito. È possibile? Al Beaches Brewospitato dall'Hana-Bi di Marina di Ravenna, sì. Grazie alla continua ricerca di Bronson Produzioni, associazione culturale che per l’occasione allarga il proprio team a Olanda e Stati Uniti (Belmont Bookings), quasi 15.000 persone provenienti da 14 paesi del mondo hanno partecipato alla settima edizione del festival che si compie tra le spiagge del litorale romagnolo.

Chris Angiolini, patron di Bronson Produzioni e dei locali Bronson, Hana-Bi e Fargo, è uno spirito libero che vaga tra il pubblico controllando di continuo che tutto stia funzionando nel modo giusto, ma sempre col sorriso sulle labbra e la voglia di raccontare l'esperienza. Si legge soprattutto la soddisfazione nei suoi occhi, mentre ci confrontiamo su alcuni ingredienti che ogni organizzazione di eventi dovrebbe considerare: la qualità dell'impianto audio e di cucina/bar, la felicità degli artisti che partecipano, la spensieratezza del pubblico eterogeneo. Ma non solo: Chris è anche uno dei direttori artistici intervistati da Noisey sul tema della presenza femminile nei cast. Il Beaches Brew infatti è l'unica realtà italiana che ha trovato quest'anno un equilibrio quasi perfetto tra artisti uomini e donne (con una proporzione 55/45): Chris ci tiene a specificare che, nel farlo, lo sforzo non è stato teso a fornire "quote rosa" - espressione che tende a discriminare le donne più del non tenerne affatto di conto -, ma a ricercare con un po' più di impegno quei nomi che rimangono spesso oscurati proprio a causa dell'evidente propensione a rendere i cartelloni esclusivamente maschili. E aggiunge: «Anche nel pubblico è importante avere una significativa componente femminile che renda il mood più raffinato, e che contribuisca a un'atmosfera più rilassata e meno esposta a situazioni di tensione».

Una delle peculiarità più evidenti del festival è proprio questa armonia: con una larga percentuale di stranieri e un pubblico misto (in termini di genere, età, provenienza geografica e gusti musicali) che può rilassarsi e ballare sulla spiaggia ma anche pogare e fare crowd surfing senza censure da parte della sicurezza, l'aria che si respira all'Hana-Bi è la stessa che si può ritrovare in un festival europeo marittimo (vedi il Primavera Sound) ma in scala ridotta, senza il caos, lo stress e la fatica di migliaia e migliaia di persone che si spostano in blocco.

Passiamo ai concerti: la line-up soddisfa gli appassionati di hardcore, psichedelia, folk, rock 'n roll e musica sperimentale (con una buona fetta di Africa e Medio Oriente). Tra i live a cui ho potuto assistere (quelli delle ultime due giornate) mi hanno conquistata Flohio, pseudonimo di Funmi Ohio, rapper nigeriana che ha trovato la sua dimensione a Londra, capace di un flow ipnotico e di una potenza sul palco da lasciare senza fiato; Khruangbin, trio texano sospeso tra psichedelia e surf-rock, che presenta uno show statico ma allo stesso tempo magnetico; Downtown Boys, quartetto punk/hardcore di Providence composto da giovani immigrati messicani di seconda generazione, che spingono al massimo l'energia del pubblico grazie soprattutto alla frontwoman Victoria Ruiz.

Il resoconto video day by day