Home MusicaConcertiGianni Morandi, ricordi e retroscena di una vita di canzoni

Gianni Morandi, ricordi e retroscena di una vita di canzoni

Farà 16 concerti a teatro nella sua amata Bologna: «Ho girato il mondo, ma ora sento il bisogno di tracciare un bilancio e ho il desiderio di farlo nel posto in cui tutto è cominciato: nella mia città, in un teatro che ha 200 anni di vita, in compagnia di amici»

Foto: Gianni Morandi a passeggio sotto i portici di Bologna

03 Maggio 2019 | 09:15 di Giusy Cascio

«Ho girato il mondo, ma ora sento il bisogno di tracciare un bilancio e ho il desiderio di farlo nel posto in cui tutto è cominciato: nella mia città, in un teatro che ha 200 anni di vita, in compagnia di amici». Così Gianni Morandi spiega come nasce il suo ultimo progetto “Stasera gioco in casa - Una vita di canzoni”: 16 serate al via dal 1° novembre al Teatro Duse di Bologna, un palco da cui sono passati i più grandi artisti italiani, da Anna Magnani a Vittorio Gassman, da Eduardo a Totò, da Maria Callas a Giorgio Gaber.

Dodici date si terranno prima di Natale, le ultime quattro nel 2020. I concerti saranno molto intimi, come gli ultimi show acustici di Bruce Springsteen a Broadway. «Mi esibirò con la chitarra e poco altro, due o tre musicisti al massimo» dice Morandi. «E tra un brano e l’altro racconterò qualche aneddoto della mia vita».

Ne racconta qualcuno anche a noi? C’era un ragazzo, che come lei...
«Aveva 13 anni compiuti da poco e non aveva grandi sogni o grandi speranze. Quel ragazzo ero io a febbraio del 1958, nei miei giovedì a lezione dalla maestra di canto Alda Scaglioni, in via Lama 61 a Bologna. La prima volta ci andai in moto col barbiere di Monghidoro, il mio paese. Dopo mi abituai a prendere la corriera».

Cosa cantava durante il tragitto?
«Nel tragitto stavo in silenzio, cantavo a casa della maestra. In genere cose di Modugno: “Lazzarella”, “Pasqualino Marajà”... Tornavo a casa il lunedì, dopo la gavetta nelle balere del fine settimana. Mio padre, che era ciabattino, me lo permetteva perché arrivavo con 500 lire in tasca».

E la sua prima chitarra?
«Fu proprio un regalo della maestra. Mi diceva che dovevo imparare a suonare uno strumento, a me che avevo la quinta elementare. Sapeva guardare avanti, mi faceva ascoltare i dischi stranieri. Rimasi stupito da “Diana” di Paul Anka: un successo mondiale di un ragazzo diventato incredibilmente famoso a 16 anni!».

Un po’ come lei all’epoca di “Andavo a cento all’ora”.
«Beh sì, il primo 45 giri è come il primo amore: non si scorda mai. Era il 1962 e io avevo fatto un provino alla Rca mesi prima, ma non era andato bene. Poi un giorno mi telefona Franco Migliacci, autore di splendide canzoni tra cui “Nel blu dipinto di blu”. Pensava che quella canzone, mandata da un minatore in Belgio, fosse perfetta per me. La aggiustarono un po’ e così fu il primo di tanti pezzi miei arrangiati da Ennio Morricone».

Così quell’estate ha ascoltato la sua voce uscire dai jukebox...
«Bellissimo sentire la mia voce da quel coso. Ero a Bellaria (Rimini, ndr) in spiaggia, i primi di luglio. Ci andavo con gli amici perché Raffaella Carrà faceva la villeggiatura lì. Era bellissima, già diva, ma noi ragazzi non osavamo avvicinarla».

Roba da mettersi “In ginocchio da te”, insomma.
«Il mio più grande successo. E pensare che ci fu un duro scontro in quel periodo fra Migliacci e il discografico Ennio Melis. Franco voleva che io passassi a un repertorio più maturo, Melis non era d’accordo. Quando arrivò Bruno Zambrini con il tema di “In ginocchio da te”, però, Franco scrisse il testo. Alla Rca pensavano che sarebbe stato un buco nell’acqua e invece vendette 1 milione e 700 mila copie».

C’è un titolo che metterà sicuramente in scaletta ogni sera al Duse?
«Mi piacerebbe un inedito che descriva il momento che stiamo vivendo. Da qui a novembre verrà».

Il classico immancabile?
«Tutti vogliono sempre “Fatti mandare dalla mamma...”. In 4.217 concerti in Italia e 426 all’estero, l’avrò cantata 5.000 volte! A un certo punto mi ero anche stufato, ma la gente la ascolta e si diverte. L’arrangiamento è del grande Luis Bacalov e nel testo ci sono due parole chiave: la mamma e il latte. La madre la canta alla figlia, che poi la canta alla sua bambina e così via. È una ninna nanna allegra della vita, per questo funziona».

Lei ha un ricordo personale legato alla mamma e al latte?
«Alla mamma di mio padre, nonna Maria. Aveva una mucca nella stalla e per tutta la sua vita, fino a novant’anni, ha bevuto caffellatte mattina e sera».

La canzone che le somiglia di più?
«“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, perché è la prima che ho deciso di interpretare io, con la mia testa. Non era stata pensata per me, l’aveva scritta in inglese maccheronico un ragazzo toscano, Mauro Lusini. Io l’ho voluta con tutte le mie forze».

Il pezzo della svolta?
«Direi “Canzoni stonate”, perché è stato il mio ritorno alla musica dopo un periodo di crisi. Un pezzo nato dal mio incontro con Mogol, che voleva fare una squadra di calcio ma poi disse: “Visto che non canti più, facciamo una canzone”. E così si mise a strimpellare “Canto solamente insieme a pochi amici...”».

Amici sinceri come Lucio Dalla.
«Con Lucio abbiamo fatto insieme oltre 130 spettacoli. Lucio è Bologna, è patrimonio della città. Gli renderò omaggio cantando i pezzi che lui ha scritto per me, come “Occhi di ragazza” e “Bella signora”, ma anche pezzi suoi: “Cara”,“Futura”, “Caruso” e “Piazza Grande”. Ogni tanto litigavamo e quando mi raccontava balle io mi arrabbiavo un sacco. Così tanto che a un certo punto mi chiamò “Psyco”».

È vero che farà anche un omaggio a Celentano?
«Guardi, l’idea è questa: ogni sera vorrei dedicare 15 minuti alle richieste del pubblico. Vogliono “Azzurro”? E io la faccio!».

Nel suo repertorio c’è un brano di cui non ricorda le parole?
«Tanti. Ho inciso 603 canzoni, non possono essere tutte scolpite nella mente. Alcune non le ho cantate a lungo ma varrebbe la pena di riscoprirle, come “Da qui all’eternità”. Altre invece mi piace proprio interpretarle sempre in modo diverso, penso per esempio a “Varietà”».

Quale delle sue canzoni consiglierebbe a un innamorato per una serenata?
«“L’amore ci cambia la vita”. L’obiettivo è quello, no? Che l’amore cambi tutto».

Qual è la canzone preferita di sua moglie Anna?
«“Io sono un treno”, dove mi rivolgo a lei dicendo: “Anna, io sono un treno, ho passato una vita a viaggiare senza freno”».

Ma oggi la sua vita com’è?
«Lo dice perfettamente Tommaso Paradiso nel brano che ha scritto per me, “Una vita che ti sogno”: “Non se ne va questo spirito libero/Questo ragazzo che porto dentro”. Io ho sempre “la voglia di rivivere tutto da capo e ogni momento”».

A proposito di ragazzi... A quando un duetto con suo figlio Pietro, che fa musica trap?
«Pietro (in arte Tredici Pietro, ndr) non ci pensa proprio! È più facile sentire me cantare trap» (ride).

Per un Pietro che non ci sta, c’è un Pietro che ritorna.
«Sì, dal 6 maggio fino a settembre sarò impegnato in Sardegna con le riprese della terza stagione de “L’isola di Pietro” a Carloforte e io sarò di nuovo Pietro Sereni».

E la storia d’amore con Isabella?
«Anche con Lorella Cuccarini stiamo preparando tantissime sorprese».