Giuliano Sangiorgi: «Ci prepariamo al tour… dormendo poco»

I Negramaro stanno per partire con i loro concerti in Italia e in Europa

8 Settembre 2022 alle 07:53

Come si prepara un tour? Ma soprattutto: come ci si appresta a un tour nei teatri quando per 15 anni hai riempito palazzetti, arene e stadi? Lo chiediamo a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro in una pausa delle prove del loro “Unplugged european tour 2022”, un ciclo di concerti che dal 28 settembre fino al 7 dicembre porterà la band in giro per l’Italia e l’Europa.

Giuliano, come si fa?
«Beh, non è facile. Per noi sarà come mettere una bella riga rossa sul passato. Abbiamo cancellato tutto quello che pensavamo di sapere: ci siamo ritrovati a ripartire quasi da zero, con un atteggiamento che non avevamo mai avuto prima».

Che atteggiamento?
«Quello di chi canta canzoni che non sono più sue. Le abbiamo trattate come se fossero cover, davvero. In fondo ormai quelle canzoni sono del pubblico. Abbiamo riflettuto sul fatto che se dopo 20 anni le cantano e le ascoltano ancora, è più grazie a loro che a noi».

Durante la preparazione a che ora ci si sveglia?
«Prestissimo, teoricamente prima ci si sveglia meglio è. I ritmi non li decide il sonno ma la gola, le mie corde vocali. Per poter cantare al meglio, bisogna che la mia voce possa essere attiva più ore possibili, in modo da poterla allenare per i tanti concerti. Il riposo, dormire troppo, non aiuta...».

E quindi a che ora si va a dormire?
«Non ci sono orari quando si suona. L’orologio nemmeno lo guardiamo».

Fate vita “monastica”?
«Tecnicamente sì, ma nei giorni scorsi le mie prove sono coincise con l’arrivo nella nostra masseria, il luogo dove spesso viviamo, abitiamo e suoniamo tutti insieme, dell’amico regista Giovanni Veronesi. Ormai lui i suoi compleanni li festeggia abitualmente con noi e io gli voglio un bene dell’anima. Pensi che senza di lui la nostra cover di “Meraviglioso” di Domenico Modugno non sarebbe mai esistita».

Davvero?
«Assolutamente mai. Era nata per il suo film “Italians”, fu un nostro atto di fiducia nella sua visione. Aveva così tanta ragione che pochi giorni fa, dopo oltre 13 anni, ho ricevuto un importante premio che porta il nome di Modugno e le chiavi della sua città, Polignano a Mare».

Dai social sembra che anche le vostre prove siano molto festose!
«Lo sono, senza dubbio, ma in realtà tutto parte sempre come se fosse un ritiro spirituale. Ci siamo chiusi da giugno in uno studio immerso nelle campagne salentine, qui c’è un silenzio irreale. Il modo migliore per fare rumore, per noi, è partire dal silenzio».

E che cosa mangiate?
«Quando siamo in periodo di tour di solito iniziamo ad avere un’alimentazione molto attenta... sempre in teoria. La società di catering che ci prepara da mangiare è istruita per pollo, insalata, pasta, le solite cose. Poi però arrivo io, che sono amante della buona cucina, quindi può succedere di tutto. Siamo pur sempre tra le meraviglie del Salento, no? Mi ricordo quando, qualche anno fa, preparai per lo staff del tour una pasta con la cernia, pistacchi e pomodorini di una bontà incredibile».

Fa anche attività fisica?
«Certo! Io di solito non sono uno che fa molto sport, ma quando si parte per un tour divento un atleta. Dopo la sveglia faccio una lunga corsetta che aiuta a risvegliare il corpo nel modo migliore possibile e poi faccio anche pilates. Lo conosce? È una ginnastica di allungamento muscolare che aiuta molto a migliorare la fluidità dei movimenti, mi piace molto».

Quando si è immersi nel lavoro insieme con la band, come si fa a conciliare la vicinanza con la famiglia?
«Penso di parlare per tutti i Negramaro se dico che non abbiamo mai fatto musica per conquistare popolarità, farci fermare per strada e nemmeno per riempire i posti dove suoniamo. Io penso di averlo sempre fatto soprattutto per poter condividere la gioia di quello che creo con le persone che amo. Ovvero la mia famiglia. E non è sempre stato facile».

Come mai, se posso?
«Nel 2013 è morto papà. Ecco, è come se quel processo di condivisione della mia gioia, quella linea che rendeva tutto perfetto, si fosse spezzata. È una cosa un po’ strana, ma se io non avessi una famiglia vicino, forse non riuscirei più a scrivere canzoni, forse non me ne fregherebbe più molto di fare musica. Alla fine canto la mia vita e la mia vita ha senso perché ho loro vicino».

Quella linea spezzata l’ha poi riaggiustata?
«Sì, e devo molto di questa ritrovata serenità a mia figlia Stella. Ha quasi 4 anni e pochi giorni fa per la prima volta ha cantato di fronte a tante persone. Ha intonato “Tanti auguri” in varie lingue ed è stata bravissima. È un po’ come me, ha voglia di stare in mezzo alle persone, di divertirsi e divertire, ama condividere. Se non è vicina, le faccio una videochiamata prima di qualsiasi esibizione, è ormai un rito. Consideri che tra le prime parole che ha imparato da piccolina c’era... una parolaccia. Ma è quella che si dice in modo scaramantico prima di iniziare i concerti. E quindi... è toccato dirla anche a lei!».

Ora la porterà in tour?
«Sì. Lei è nata più o meno un anno prima che cominciasse la pandemia, quindi credo che abbia più ricordi delle persone con la mascherina che senza. Così ho deciso che me la porto a Parigi, a Londra, voglio che sia con me un po’ in giro per l’Europa per vedere un pezzetto del mondo che ancora non ha avuto modo di scoprire».

Sarà un periodo magico.
«Sì, non vedo e non vediamo l’ora di viverlo».

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