La caldissima estate dei Negramaro negli stadi

A tu per tu con il gruppo salentino alla vigilia del tour che si annuncia ricco di sorprese: «Ed entro fine anno uscirà il nuovo album»

I Negramaro si rilassano nella bellissima spiaggia Bonavista vicino a Porto Cesareo (LE)  Credit: © Alessandro Zambianchi
13 Giugno 2024 alle 08:05

Lo dico subito. Questa intervista è di parte. I Negramaro, che il 15 giugno a Napoli iniziano il tour negli stadi e in autunno pubblicheranno il nuovo album, sono il mio gruppo italiano preferito. Immaginate quindi l’emozione di vedere arrivare nella spiaggia Bonavista di Porto Cesareo (LE) Giuliano Sangiorgi, che qui è di casa (e ha davvero una casa dove si ritrova col gruppo per provare). Arriva “accompagnato” dal suo profumo che mi si appiccica addosso dopo un lungo abbraccio, camicia semiaperta, collana di perline, pantaloni larghi colorati, sorriso ed energia contagiosi. Poco dopo arriva il resto della band: Lele Spedicato (chitarra), Andrea Mariano (pianoforte e sintetizzatori), Ermanno Carlà (basso), Danilo Tasco (batteria) e Andrea “Pupillo” De Rocco (campionatore). Ci accomodiamo attorno a due tavolini vista mare, mentre una brezza sempre più insistente ci farà compagnia per tutta la chiacchierata, interrotta giocoforza dopo più di un’ora perché “i tempi stringono” e i ragazzi devono prepararsi per scattare il servizio di copertina. È la prima che Sorrisi dedica al gruppo salentino, se si esclude quella per i Mondiali di calcio del 2014 con Giuliano e l’allenatore Cesare Prandelli (“Un amore così grande” era l’inno) e quella dell’ultimo Sanremo dove c’erano però tutti gli artisti in gara: «Eravamo così felici che abbiamo comprato decine di copie lasciandone soltanto una per edicola!» mi confessa Andrea.

Giuliano, voi siete nati ufficialmente nel 2003 quando avete pubblicato il primo album, “Negramaro”. Ma come siete diventati un gruppo?
«Ci siamo conosciuti all’Università di Lecce, studiavamo in facoltà diverse ma frequentavamo lo stesso circuito musicale. Nel 2000 abbiamo iniziato a lavorare insieme, a scrivere le prime canzoni, senza avere neppure un nome. Decisiva è stata l’estate del 2001. Il 9 settembre vinciamo il Tim Tour. Ci chiama una major americana, ci vogliono in scuderia. Ci danno appuntamento per l’11 settembre. Stiamo per partire, ma si ferma tutto: quel giorno c’è stato l’attentato alle Torri gemelle di New York. In due giorni passiamo dalle stelle alle stalle».

Quindi alla fine il nome come lo avete scelto?
«Avevo proposto “Caron Dimonio” citando Dante. Ma gli altri mi hanno quasi picchiato (ride). Meno male che Ermanno ha avuto l’idea di chiamarci come il vitigno “Negro amaro”, dato che nella sua cantina, dove suonavamo, c’erano queste botti di vino che all’epoca non era così famoso. Ho fatto la crasi tra le due parole, ed è stata una illuminazione. Abbiamo il copyright sul nome ma non lo facciamo valere perché l’abbiamo scelto proprio per lanciare la nostra terra».

Il 2005 è un po’ l’anno della svolta, prima con Sanremo e poi grazie al regista Alessandro D’Alatri che vi affida la colonna sonora del film “La febbre”. Com’è andata?
«Alessandro aveva scelto il brano “Come sempre”, tratto dal nostro primo disco, per uno spot sui 50 anni della Rai. Così poi mi chiese di andare sul set del film. Muniti di chitarra, io ed Ermanno abbiamo cantato le bozze delle canzoni che lui ha voluto tenere così. Una scelta coraggiosa e vincente, infatti poi abbiamo ricevuto diversi premi».

Della colonna sonora faceva parte “Mentre tutto scorre”, che avevate portato a Sanremo come Nuove proposte. Che ricordo avete di quella prima volta all’Ariston?
«Il nostro sogno era passare, vincere il Premio della critica ed essere eliminati come Vasco. E ci siamo riusciti! Franco Califano per consolarci ci disse: “Ma cosa ve ne frega, è già un successo!”. In effetti il polverone che si alzò attorno a noi fece bene alla comunicazione. Tre anni dopo ci esibivamo allo stadio San Siro di Milano».

Quest’anno è andata meglio?
«Sono contento dell’esperienza e ce la siamo goduta, pensavo non saremmo mai più tornati se non come ospiti. Quando Amadeus ci ha chiesto di partecipare, ho pensato che era l’occasione per salire su un palco ancora più grande della prima volta, che facesse da megafono alle nostre emozioni. Dovevamo prescindere dalla hit tormentone estivo. “Luna piena”, che ora è uno dei brani più trasmessi dalle radio, ce l’avevamo già pronto, ma non sarei mai andato con un pezzo così. Invece abbiamo portato “Ricominciamo tutto” perché rappresenta una nuova visione ed è la nostra sintesi musicale. Non vedo l’ora di cantarlo negli stadi!».

Ci sarà mai una terza volta?
«Per me, no. Non so gli altri...». E qui partono una serie di battute sul fatto che potrebbero contemporaneamente condurlo, fare gli ospiti, suonare nell’orchestra e dirigerla pure...

Giuliano, mi togli una curiosità? Il famigerato “verde coniglio dalle mille facce buffe” di “Mentre tutto scorre” ha un significato?
«Morirò non dicendolo (e Giuliano si accascia platealmente sulla sedia, ndr). Non l’ho mai svelato, ma è una immagine così forte che tanti ragazzi se lo sono tatuato».

Anche tu?
«No, io non ho tatuaggi. Se dovessi farne uno, sarebbe una frase che mi disse Pino Daniele. Mi chiese di scrivergli una canzone ma non me la sentivo e lui mi incoraggiò: “Tu tieni l’anima dello stesso colore mio”. La canzone l’ho scritta, ma non l’ho mai pubblicata perché Pino è morto pochi mesi dopo».

Galeotto per il vostro successo fu l’incontro con un altro regista, Giovanni Veronesi, nel 2009.
«Per il film “Italians” mi propose di fare una nostra versione di “Meraviglioso” ma io non volevo perché per me Modugno era intoccabile. E poi era una musica lontana da me. Giovanni, invece, se la immaginava e insisteva, così provai una sera mentre lavoravo a un’altra colonna sonora e arrivò la tonalità perfetta. Anche Veronesi volle usare il demo come fece D’Alatri».

Giuliano, tu sei famoso per il falsetto. Ci hai lavorato o è un dono?
«Mi è sempre venuto naturale. È un bellissimo limite grazie al quale mi riconoscono. È un inno al me stesso ragazzo che diceva: “Devo raggiungere quelle note”».

Non hai studiato canto?
«Non ho studiato niente, gli unici “studiosi” tra noi sono Andrea, che ha studiato pianoforte, e Danilo, la batteria. Nemmeno Lele ha studiato. Io nasco chitarrista ma ero bravo a fare le doppie voci. E così un giorno Andrea mi sentì e mi propose di cantare in un pianobar per la festa della donna. Eravamo solo voce, piano e chitarra».

In famiglia erano contenti dalla tua passione per la musica, o sognavano per te un lavoro diverso?
«A casa mia hanno studiato al liceo classico e sono tutti avvocati. Io avevo fatto Giurisprudenza come hobby pensando che se fosse andata male con la musica avrei sempre potuto lavorare nello studio legale dei miei fratelli, che invece ora sono diventati i miei legali. I nostri genitori ci hanno sempre assecondato, erano i nostri primi fan».

Alla fine del 2017 la doccia fredda, si diceva che vi foste sciolti. È vero?
«Non ci siamo mai separati. Io sono andato a vivere per un po’ di tempo a New York, sentivo la necessità di allontanarmi e prendere una pausa, ma non abbiamo mai pensato che sarebbe stata la fine. Siamo una famiglia».

Torniamo a oggi: dal 15 giugno a Napoli inizia il tour negli stadi.
«Stiamo lavorando a varie idee, ci saranno degli ospiti perché è inevitabile che la musica diventi condivisione. Porteremo poi alcuni inediti tratti dal disco nuovo che uscirà entro l’anno. Sarà bello vedere la reazione del pubblico quando li sentirà per la prima volta. La scaletta cambierà a ogni tappa e ci saranno ospiti diversi (Aiello e Niccolò Fabi a Napoli, Elisa a Milano, ndr). Il palco avrà un’impronta internazionale e ci sarà una presenza fisica “impattante”».

Avete dei rituali prima di salire sul palco?
«Oltre ad abbracciarci a cerchio, intoniamo la prima nota della prima canzone che suoneremo. Ma prima io mi isolo e ascolto tre volte di fila la canzone “Dust and water” di Antony (oggi Anohni, ndr) and the Johnsons con la foto di mio padre accanto (scomparso 11 anni fa, ndr). Se qualcosa mi impedisce di farlo, non iniziamo».

Dopo ogni concerto, come fate defluire l’adrenalina?
«Io vado a dormire, soprattutto se devo cantare anche il giorno dopo. Ma spesso i camerini diventano dei club con gli amici in fila che vengono a salutarci. A seconda di dove siamo accade di tutto. Capita che per due ore facciamo un’altra performance».

Siete mai stati “vittime” di qualche fan troppo insistente?

A questa domanda scoppiano tutti a ridere. Giuliano ne approfitta per scappare al trucco. Lele giura di no, ma poi ammette: «Ci sono sempre state, e ci sono ancora...».

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