Home MusicaConcertiNiente paura adesso torna Vasco! Con sei concerti allo stadio San Siro di Milano

Niente paura adesso torna Vasco! Con sei concerti allo stadio San Siro di Milano

Il re degli stadi è pronto per una nuova impresa da record. «Dai miei concerti ti porti a casa una grande voglia di lottare. E scopri che gli altri hanno i tuoi stessi probemi» dice il Komandante

Foto: Vasco Rossi: «Per questi concerti mi alleno due ore al giorno ogni mattina»  - Credit: © Pigi Cipelli

25 Aprile 2019 | 08:50 di Francesco Chignola

A due chilometri dal centro di Bologna c’è un edificio che da fuori sembra uguale a tutti gli altri. Ma basta guardare i campanelli per capire che non è così, anche se il nome “Rossi” sul citofono inizialmente non desta grandi sospetti. Ma è qui che Vasco ha stabilito il quartier generale. Al piano terra, due sale d’attesa piene di poster, cartonati, oggetti curiosi, una torta gigante dedicata al suo concerto da record di Modena e l’ufficio del suo storico manager Floriano Fini.

I muri sono ricoperti di ricordi, foto di tour, Dischi d’oro e di platino. Ai piani superiori ci sono soprattutto uffici, lo spettacolo è nel seminterrato: lo studio di registrazione. È qui che nascono le canzoni di Vasco. Ed è qui che il suo chitarrista e braccio destro Vince Pastano ha lavorato agli arrangiamenti per i nuovi concerti. «Quest’anno saranno in stile “punk”» ci anticipa Vasco.

Gli appuntamenti dal vivo del 2019 segnano un nuovo record: sei concerti allo stadio San Siro di Milano. Mai nessuno prima di lui ci era riuscito. Non a caso ha appena ricevuto la targa di “Re degli stadi” degli Onstage Awards. Un titolo che Vasco trova irresistibile: «Sono il re degli stadi, scrivilo!» ripete più volte, ridendo, mentre scattiamo le foto.

Vasco, perché proprio sei concerti?
«In realtà io pensavo di farne quattro, non immaginavo che avremmo venduto quasi tutti i biglietti in un paio di giorni. Potevamo farne sette o otto. In giro c’è ancora voglia di vedere i miei concerti, si vede che ho seminato bene negli anni. Fare belle canzoni non basta più, devi saper fare spettacoli che portino gioia ed emozioni».

Hai scelto il brano “Qui si fa la storia” per aprire i concerti. Perché?
«A ottobre, quando ho iniziato a pensare alla scaletta, ho visto intorno a me che “la disperazione è già qui”, come dice la canzone. Voglio dire le cose come stanno. La situazione non è bella, lo sento quando torno dall’America, c’è un clima pesante e teso, tutti sono arrabbiati con tutti. Non si vede una luce».

E vorresti portarla tu, la luce?
«Noi siamo musicisti, non cambiamo il mondo. Al massimo lo raccontiamo. Sono le persone che devono cambiare, a partire da se stesse. In Italia c’è una mentalità un po’ vittimista per cui aspetti che qualcuno arrivi e risolva il problema. E invece no, bisogna tirarsi su le maniche, arrangiarsi, fare le cose.
E soprattutto farle bene».

Cosa pensi che si possa portare a casa la gente da un tuo concerto?
«Una grande carica che ti dà la voglia di reagire e di lottare. E la soddisfazione di sapere che non sei solo, di vedere intorno a te altre 60 mila persone che provano la tua stessa frustrazione».

La scaletta dei concerti sarà diversa da quella del 2018?
«Molto. Ci tenevo che ci fosse “Mi si escludeva”, che ho scritto nel 1995 e che oggi è ancora più attuale, se pensi al problema dell’integrazione. E poi rivisiterò “Ti taglio la gola” e “Portatemi Dio” dei primi Anni 80. Alla fine sono 40 anni che faccio rock, quelli che sono arrivati dopo hanno trovato una strada spianata, ai nostri tempi si prendevano un sacco di insulti. Venivo etichettato come quello pericoloso e drogato, ma le mie canzoni mica le ascoltavano».

Tornerà in tour il bassista Claudio Golinelli, che l’anno scorso era stato male e aveva rinunciato?
«Il Gallo mi ha detto che non ce la fa a fare tre ore di concerto, ma ci sarà di sicuro come “guest star”, si alternerà con Andrea Torresani. Il Gallo non è uno a cui puoi dire “stai calmo”. È un po’ come me».

In questi giorni stai festeggiando 30 anni dall’uscita di “Liberi liberi”.
«È stato un album fondamentale perché ho dovuto farlo tutto da solo, senza il mio gruppo: io avevo già cominciato a fare sul serio, mentre loro ancora scherzavano. Il “Liberi liberi tour” poi è stato decisivo perché mi ha permesso, un anno dopo, di fare il mio primo San Siro».

Fu un evento storico.
«Ha cambiato tutto, e non solo per me. Si è invertita la tendenza per cui gli stranieri riempivano gli stadi e gli italiani solo le curve. Aver dato alla musica italiana la stessa credibilità di quella internazionale per me è una medaglia, una delle mie più grandi soddisfazioni».

Ricordi cosa provavi quel giorno?
«Ero nervoso e agitato, ma a un certo punto Giovanni Gatti, il mio medico, mi disse: “Guarda, se non te la godi sei un cretino”. A quel punto ho capito tutto e “ho svoltato”. Da allora sul palco sono sempre presente e tranquillo, quando parte la musica tutto quadra. Magari fosse così anche nella vita».

E Milano cos’era per te?
«È la città della mia prima casa discografica, la prima ad avermi accolto e capito davvero, insieme con Torino e Brescia. Questione di mentalità. Ma la prima volta che sono andato a Milano era per comprare un trasmettitore dal grande Angelo Borra di Radio Milano International. Ci serviva per fare la nostra radio. In realtà era “un pacco”, non funzionava» (ride).

Con i sei San Siro di quest’anno arrivi a quota 29. Te li ricordi tutti?
«L’effetto è sempre pazzesco perché nessuno stadio è fatto in quel modo, ti senti la gente addosso. E quando siamo tutti sintonizzati su una canzone è una bella botta. E nessuno si distrae ai miei concerti! (ride)».

Una volta si facevano i tour per promuovere i nuovi dischi. E adesso?
«E ora invece il tour lo faccio sempre, i dischi solo se ho bisogno di dire qualcosa. Ho già un sacco di canzoni, dovrei fare dieci concerti di fila per cantarle tutte. Chi me lo fa fare di scrivere pezzi che magari non sono all’altezza? Non seguo più la logica discografica, solo la mia urgenza di comunicare. Sto lavorando a una canzone nuova che uscirà solo in autunno e chiuderà un’epoca. La considero un testamento».

Vasco, non dimentichiamo che suonerai anche alla Fiera di Cagliari.
«Esatto, sbarchiamo in Sardegna con l’intera produzione, niente mezze misure. Ho imposto io questa scelta all’organizzazione. È la regione più complicata e costosa dove suonare, devi portare tutto con i traghetti e se ti si rompe qualcosa sei a un giorno di distanza dal pezzo di ricambio. Ma ci tenevo, non ci andavo da anni».

E come mai non sei andato in uno stadio pure lì?
«Lo stadio era troppo piccolo per me (ride). Si potrà arrivare a Cagliari con una nave speciale che rimarrà nel porto due giorni. Ti puoi fare il concerto e tre giorni di crociera. Pensa che sballo».

Sanremo l’hai visto?
«Ero a Los Angeles, ho visto qualcosa. C’erano alcuni giovani interessanti, ma troppo rap e trap. Il rock ormai non lo fa più nessuno, anche negli Stati Uniti»

E ti dispiace?
«Sì, perché a me piace il rock. I rapper parlano troppo in fretta e non mi emozionano. Capisco che possa piacere ai ragazzini, perché i testi non scherzano, raccontano la realtà così com’è. Accusare Sfera Ebbasta di inneggiare alla droga è una scemenza. Se vuoi capire davvero come sono i giovani d’oggi, devi ascoltare lui».

Sui social però c’è una tua foto con Fabri Fibra.
«A Los Angeles faccio spesso delle feste a casa mia e una sera è venuto anche lui. Mi ha fatto un’ottima impressione. Mi ha detto che fatica a vivere bene la sua fama, con i ragazzini che lo insultano al supermercato. È una sensazione che conosco».

Ti piacerebbe tornare a scrivere per altri artisti?
«Ho scritto una canzone per una ragazza giovane, molto brava. Ma ne riparliamo tra qualche mese».

Ora pensiamo agli stadi.
«Eh sì, io sono qua che rido e festeggio, faccio il “re degli stadi”, ma i concerti... quelli devo ancora farli (ride)».

Le date del tour

MILANO 
1, 2, 6, 7, 11 e 12 giugno
Stadio San Siro, Milano

CAGLIARI 
18 e 19 giugno
Arena Fiera, Cagliari

PER INFORMAZIONI E BIGLIETTI: vascononstop.vivaticket.it