Rolling Stones, lo spettacolo del rock nel concerto a San Siro

“Sixty” è l'ennesimo “ultimo tour” dei Rolling Stones: vogliamo, dobbiamo, possiamo sperare in un “Sixty-one”

22 Giugno 2022 alle 11:00

Nel pomeriggio di martedì 21 giugno, graziate da un dignitoso calo di temperatura, 57mila persone sono andate allo stadio milanese di San Siro rimuginando su due questioni. La prima più che normale: Mick Jagger si sarà sbarazzato di quella positività Covid che ha fatto saltare i concerti di Amsterdam e Berna? La seconda più che triste: ma che Rolling Stones vedremo in quest'unica tappa italiana del loro “Sixty Tour”? Dai, il batterista Charlie Watts è morto dieci mesi fa, Jagger appunto non è stato bene, Richards è sempre un incantevole “mah…”, e comunque sessant'anni di carriera picchiano duro…

Ma i Rolling Stones picchiano ancora più duro del tempo che passa, e a chi potrebbe voler pensare di rider loro dietro rispondono con le auree parole di “Street Fighting Man”, il pezzo del 1968 che alle 21.15 apre il concerto: “Che altro può fare un povero ragazzo se non cantare per una rock'n'roll band?”. Gli Stones non sono poveri e non sono ragazzi (età medià del trio Mick Jagger/Keith Richards/Ronnie Wood: 77 anni), ma restano una rock'n'roll band. Anzi “la” Rock'n'roll Band, e anche queste due ore di concerto entrano nella storia del rock in Italia.

Il palco è perfino semplice: visual show ridotto al minimo, la band suona in una “conchiglia” che ha il profilo dell'iconica bocca con la linguaccia, e propone 19 pezzi che pencolano tra il mitico e il più che mitico, con Jagger che stupisce chiacchierando amabilmente in italiano: «Che bello essere di nuovo sul palco anche se è più caldo che nel quinto girone dell'”Inferno”!». E visto che Dante in quel girone aveva sbattuto gli iracondi, ci sta bene anche l'unica battuta in italiano di Richards: «Alla faccia di chi ci vuole male!». E con l'ira, la furia, l'allegria, il gigionismo, il blues e il rock che da sessant'anni spargono a piene mani per il mondo, gli Stones prendono in ostaggio i sogni di San Siro e ci confermano che non sono sogni, ma solo rock'n'roll. E ci piace moltissimo.

La serata parte veloce come un treno. Dopo “Street Fighting Man” arrivano “19 th Nervous Breakdown”, “Tumbling Dice”, “Out of Time”, “Dead Flowers” e un uno-due con “Wild Horses” e “You Can't Always Get What You Want” che frantuma qualunque cuore di pietra per caso presente allo stadio. “Living in a Ghost Town” (l'unica concessione al repertorio recente della band: è del 2019) e “Honky Tonk Women” sono il break più forte dal punto di vista visuale, ottimo per cedere il passo ai due pezzi cantati da Richards, “You Got the Silver” e “Connection”. Poi il microfono torna a Jagger, che prima fa ballare San Siro con “Miss You” (e tanti saluti a tutti quelli che nel '78 temevano che con questo pezzo gli Stones si “vendessero” alla disco music), poi guida una tostissima “Midnight Rambler” e, correndo e ballando come solo lui sa fare e come tutti i frontman venuti dopo di lui hanno cercato di fare, infila il treno della musica all'ultima curva del concerto. Curva pericolosissima, che fanno a tutto gas: “Start Me Up”, “Paint It Black”, “Sympathy for the Devil” e una “Jumpin' Jack Flash” tonante che chiude il set. Ma non è finita: pochi minuti di pausa e partono le immagini di un mondo devastato da guerre e angosce su cui Jagger duetta con la corista Chanelle Ramsey in “Gimme Shelter”. E infine la canzone definitiva: attacca il riff di “Satisfaction”
e letteralmente trema lo stadio.

Riassunto finale: i Rolling Stones sono ancora il più grande spettacolo del rock. Portano in scena una ventina di canzoni che potrebbero essere sostituite da altre quaranta e la temperatura non scenderebbe di mezzo grado. Ronnie Wood sembrerà appena sceso da una passerella, come dice Jagger presentandolo, e Keith Richards passerà la serata tenendo la testa al caldo in un buffo cappelletto giallo, ma quando questi vecchioni (terrificanti i primi piani sulle dita nodose di Keith) prendono i loro assoli è come sfogliare il manuale della chitarra rock. E Mick Jagger, alla faccia del Covid, è il diavolo che ha le chiavi del paradiso del rock. Impeccabile la band di contorno guidata, ormai da anni, dal tastierista Chuck Leavell. Steve Jordan non è un'icona come Charlie Watts (ricordato da un lungo video prima dell'inizio del concerto e poi salutato, in italiano, da Mick: «Questo è il nostro primo tour senza Charlie e ci manca moltissimo») ma la sua batteria è potente. Li rivedremo? “Sixty” è l'ennesimo “ultimo tour” dei Rolling Stones: vogliamo, dobbiamo, possiamo sperare in un “Sixty-one”.

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