Home MusicaDiodato: «Tutto quello che ho lo devo solo alla musica»

Diodato: «Tutto quello che ho lo devo solo alla musica»

Abbiamo incontrato il vincitore del Festival di Sanremo 2020, per farci raccontare la sua vita, dalle lezioni di violino al palco dell’Ariston

Foto: Antonio Diodato sarà in concerto il 22 aprile a Milano e il 29 aprile a Roma

20 Febbraio 2020 | 8:40 di Francesco Chignola

L’ultima volta che abbiamo visto Diodato era notte fonda, aveva appena vinto il 70° Festival e stava brindando nella nostra redazione di Sanremo. Lo incontriamo pochi giorni dopo a Milano alla Carosello, la sua casa discografica. È stanco, ma quel sorriso non se ne va più via.

Antonio, ci racconti cosa hai fatto sabato dopo averci salutati?
«Sono crollato! Mi ero ripromesso di continuare a festeggiare, ma poi mi hanno fatto l’elenco dei miei impegni del giorno successivo e mi sono detto: “Forse devo provare a dormire”».

E ci sei riuscito?
«Solo qualche ora. Sto cercando di recuperare in questi giorni, ma ho ancora tantissimi messaggi in arretrato a cui rispondere, amici e parenti che mi cercano...».

La gente che ti sta conoscendo si fa un sacco di domande su di te. Per esempio: se sei di Taranto, perché sei nato ad Aosta?
«Per caso. I miei genitori erano in vacanza lì vicino e sono nato in anticipo. Non ci sono mai tornato. Spero di suonarci presto».

Ricordi com’è iniziato il tuo rapporto con la musica?
«Alle medie c’era un indirizzo musicale, all’inizio facevi un esame con il Conservatorio per capire quale fosse il tuo strumento. Io risultai primo in tutta la scuola, così mi proposero il violino. Non durò tanto, era troppo dura, anche per i miei che mi sentivano esercitare tutto il giorno. Dopo un anno e mezzo ho detto: “Non so se mi va di continuare”. E mia madre ha risposto: “Nessun problema” e l’ha messo in alto, dove non potevo più toccarlo (ride)».

Sei passato subito alla chitarra?
«No, lì si è interrotto per un po’ il rapporto con la musica. Alle superiori è ripreso, grazie al film “The Doors” di Oliver Stone».

Avevi il mito di Jim Morrison?
«Rimasi fulminato dall’immagine di questo poeta maledetto e dalla sua vita “rock and roll”».

Quando hai iniziato a suonare?
«Nel mega-condominio dove vivevo a Taranto ero sempre in giro con un gruppone di amici, da cui ho imparato tanto e con cui sono rimasto in contatto. Uno di loro, un chitarrista, era incendiato dalla passione per la musica e cercava di trasmetterla a tutti noi».

Ti convinse a fondare una band?
«Ci chiamavamo Toluda ed eravamo in tre: voce, chitarra e batteria. Qualche volta suonavamo alle feste, ma ai compleanni uno si vuole divertire... noi facevamo i Pink Floyd e la gente dopo un po’ si scocciava (ride)».

E poi sei andato a Stoccolma.
«Rimasi per un paio di mesi. Il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle ero in Svezia. Fu un trauma, mi sentivo smarrito, lontano da casa senza conoscere la lingua. Rimasi più del previsto perché non c’erano i voli. Al ritorno il mio aereo era semivuoto».

Cosa ci facevi lassù?
«Sebastian Ingrosso, che poi sarebbe diventato una star con gli Swedish House Mafia, è mio parente: sua nonna è cugina di mia madre. Per mantenersi faceva delle compilation, in una cantai anch’io. La loro passione mi ha insegnato che per fare musica devi lavorare duro. Quando sono tornato ho iniziato a provarci».

Ed è partita la tua gavetta.
«È stata molto, molto lunga. Poi un giorno ho incontrato Daniele Tortora, produttore del mio primo album, che mi propose di provare Sanremo. Le case discografiche ci rifiutarono, così andammo con le nostre forze. Ci comprammo pure un “gratta e vinci”, ma anche quei cinque euro sparirono (ride). Alla selezione per le Nuove proposte, la Commissione venne a farmi i complimenti. E alla fine arrivai secondo. Questa cosa mi ha dato molta forza. Fisicamente io non sono mai stato un personaggio incisivo, ho conquistato tutto solo grazie alla musica».

Hai qualche rimpianto?
«Mi sembra che sia andato tutto bene... Forse avrei potuto accelerare un po’, ma di questi tempi la mia lentezza la considero una virtù».

La tua vita è già cambiata?
«Mi è arrivata una valanga d’amore, la gente mi riconosce e mi fa i complimenti per strada. Ma rimango con i piedi per terra, sono già concentrato sul disco e sul tour».

Infatti l’album “Che vita meravigliosa” è uscito da pochi giorni.
«Come dice il titolo, è un tributo alla vita e ai regali che mi ha fatto. Credo di avere la maturità per affrontare il tema, ma cerco di farlo con l’occhio di un bambino. Dentro c’è la mia intimità ma non mi limito a parlare di me stesso, c’è anche uno sguardo sul mondo e sulla società, ciò che mi piace e ciò che mi spaventa. Credo che questo disco sia arrivato nel momento giusto».