Home MusicaDischi in uscitaBiagio Antonacci e «Dediche e manie»: «Questo nuovo album lo devo ai miei figli»

Biagio Antonacci e «Dediche e manie»: «Questo nuovo album lo devo ai miei figli»

Il cantante ci racconta tutti i segreti del suo nuovo album: «È il disco più bello che ho fatto negli ultimi dieci anni»

16 Novembre 2017 | 18:02 di Francesco Chignola

«Guardate che roba, sembra un quadro!». La voce di Biagio Antonacci risuona nei corridoi, tra le grandi vetrate degli uffici della sua casa discografica. Se amate la sua musica è probabile che abbiate già comprato il suo nuovo album, «Dediche e manie», uscito lo scorso 10 novembre. Ma noi di Sorrisi vi riportiamo indietro di un paio di settimane per assistere a un momento davvero speciale: la prima volta che il cantautore si è trovato tra le mani una copia del suo disco. E noi eravamo al suo fianco.

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«Che bello! A questo punto se le canzoni fanno schifo non importa, giusto?» scherza Biagio, facendo sorridere i suoi discografici. Lo accompagna il figlio Paolo, 22 anni, che immortala la scena in una «storia», un breve video pubblicato su Instagram. In effetti l’album fa una bella figura, soprattutto in formato vinile, gli «Lp» di una volta: la copertina non è il solito «faccione del cantante» a cui ci ha abituato la musica italiana, ma uno scatto inatteso, quasi pittorico. Da una finestra, Biagio si sporge e scatta una fotografia; nella finestra accanto c’è una ragazza misteriosa dai capelli lunghi, il volto nascosto da un cappello. «Nessun segreto, è una modella che ha lavorato con noi quel giorno» ci svela Biagio. «Si vede che è una donna, ma non è così importante: per me quella è semplicemente una persona».

La foto è stata scattata a Bologna, città adottiva di Antonacci, durante un servizio-lampo: «Se c’è una cosa che non mi piace è farmi fotografare, mi annoiano i lunghi servizi e non mi vanno a genio i paparazzi... così per il libretto del cd ho voluto passare “dall’altra parte”, gironzolando per Bologna con la macchina fotografica in mano. E in mezza giornata abbiamo fatto tutto» spiega. «Quello scatto non era previsto per la copertina, è una foto nata per caso. Ma quando l’ho vista non ho avuto dubbi».

Sul tavolo davanti a noi c’è anche la versione «deluxe» che contiene, oltre al disco in vinile, al cd e a una t-shirt, anche una musicassetta, di quelle che fino a pochi mesi fa pensavamo «estinte». Biagio la prende in mano e scoppia in una risata: «Adesso ci sembra “vintage” ma vedrete, succederà la stessa cosa ai cd: diventeranno oggetti da collezione, e questo li renderà ancora più speciali» dice. «Ed è tutto a causa di questo piccolo oggetto (tira fuori dalla tasca uno smartphone, ndr) che è entrato nelle nostre case come un cavallo di Troia. La tecnologia ti dà l’illusione che tutti possano fare tutto, ma poi quelli bravi si distinguono comunque: ci sono artisti che fanno milioni di visualizzazioni su YouTube ma poi non riempiono un piccolo club».

Ci sediamo a parlare. Di fronte a noi, tre grandi casse «sparano» ad altissimo volume le 13 canzoni di «Dediche e manie», una dopo l’altra. Noi di Sorrisi siamo i primi ad ascoltare l’album fuori dalla cerchia degli amici e della famiglia di Biagio. Che non contiene il suo entusiasmo: «È l’album più bello che ho fatto negli ultimi dieci anni» dice con sicurezza.
«È il 14° che faccio ma potrebbe essere il migliore».

Parliamo del titolo, tratto da una frase del brano «Fortuna che ci sei», e Biagio ci regala un’immagine della sua infanzia: «Nella mia stanzetta a Rozzano (alle porte di Milano, ndr), avevo un muro con la tappezzeria di un bosco, come si usavano una volta. Mettevo su un pezzo dei Deep Purple, prendevo in mano un battipanni come una chitarra e mi esibivo in playback, dedicando le canzoni a un pubblico immaginario» racconta. «Le dediche per me sono una serenata collettiva, ogni volta che canto una canzone la sto dedicando a qualcuno.

«Le manie invece sono tutto ciò che fa parte di me, la mia voglia di essere sempre istintivo, di non “preparare” mai niente. L’unione di queste due parole mi rappresenta alla perfezione».

L’album parte con uno dei pezzi più veloci e convincenti, «Il migliore». È un brano con una narrazione imprevedibile: parte con chitarra e voce e alla fine sfocia nella dance. «Ci aprirò i concerti» ci rivela. «È la preghiera di una generazione stanca che chiede, almeno per un giorno, di essere migliore, non degli altri ma di sé stessi. È quello che cerco di insegnare ai miei figli, riguardo alla scuola: non dovete essere dei fenomeni, ma fate quello che sapete fare e fatelo al meglio».

I figli, dal canto loro, ricambiano l’insegnamento riempiendo il padre di consigli e suggerimenti che Antonacci trasforma in oro. «Paolo fu il primo a farmi scoprire i Club Dogo, con cui collaborai in “Ubbidirò”: ora sarebbe un duetto normale, ma sette anni fa era una novità». Al figlio minore Giovanni, 16 anni, Biagio deve invece la scoperta della trap, ramo del rap in voga tra i più giovani («Prima non l’avevo mai sentita nominare» ammette) e l’incontro con Laïoung, rapper italiano nato a Bruxelles da madre inglese originaria della Sierra Leone. A Laïoung tocca il momento più sorprendente dell’album: in «Sei nell’aria» canta in francese su una melodia avvolgente. «Giuseppe (il vero nome di Laïoung, ndr) è un ragazzo straordinario e un grande artista nonostante abbia solo 25 anni, la sua parte l’ha scritta e arrangiata da solo» racconta Biagio. Un incontro voluto dal destino: «Vent’anni fa ero in Belgio a lanciare un disco e uno speaker radiofonico, dopo l’intervista, mi chiese di fare una foto con suo figlio: quelli erano Laïoung e suo papà!».

Il rapper non è l’unico ospite di «Dediche e manie»: in «Il migliore» c’è un intervento di Ziggy dei Soul System (vincitori di «X Factor» nel 2016, ndr) in stile reggae e in «Mio fratello» c’è Mario Incudine, un musicista di Enna che porta nell’album una ventata di sicilianità: «Fa una specie di rap in dialetto chiamato “cuntu”» spiega Biagio. «Mario non è ancora popolare a livello nazionale, spero che questa canzone gli dia la fama che merita».

Antonacci ci tiene molto a farci sapere quanti giovani ed emergenti hanno lavorato con lui, anche nella produzione dei brani: «Se c’è una musica nuova dobbiamo sposarla» ci dice. «Anche noi da giovani eravamo visti come “di rottura”, ma gli artisti più “anziani” ci hanno visto lungo e ci hanno coinvolti: dobbiamo fare la stessa cosa e non perdere mai la voglia di scoprire nuove sonorità». Anche perché i tempi sono cambiati: «Oggi devi dare il massimo, sempre, per distinguerti in un’offerta così ampia» dice. «Ai miei tempi era più facile: all’inizio della mia carriera ho avuto ben tre occasioni per farcela, e solo al terzo album ci sono riuscito: i ragazzi di oggi se non azzeccano al primo colpo rischiano di scomparire».

Sono passati quasi trent’anni dal suo debutto a Sanremo 1988 e Biagio se lo ricorda bene. All’improvviso, scambia un sorriso con il figlio: «Poco tempo fa abbiamo rivisto su YouTube quell’esibizione: era anche la mia prima volta in tv» racconta. «Pensate che lavoravo ancora in cantiere. Quando sono tornato a casa mi sentivo come Springsteen. E invece gli operai mi accolsero con un silenzio impietoso».

Continuiamo, intanto, l’ascolto dei brani. Anche «Un bacio lungo come una canzone» ha una genesi curiosa: «L’ho scritta dopo aver visto il concerto di Vasco a Modena in tv: c’erano tutti quei ragazzi che si baciavano...» spiega. «Così ho voluto raccontare un bacio in cui il corpo va a tempo con gli strumenti musicali». Molto sensuale anche l’origine di «Perché te ne vai»: «L’ho immaginata durante un momento di intimità con la mia compagna. Mi sono chiesto: perché questo momento, il più bello della nostra vita, deve essere così passeggero?». «Fortuna che ci sei» è dedicata a una figura astratta («Potrebbe essere tua moglie o tua madre: in ogni caso è qualcuno a cui non hai dato abbastanza») e «L’addio che mancava» sarà sicuramente una hit. Il disco termina con «Annina piena di grazia», la canzone più intima: «Anna era una mia cara amica che ha combattuto a lungo contro un tumore» racconta Biagio. «L’ultima volta che l’ho vista non sapevo che se ne sarebbe andata: questa canzone è il saluto che non sono riuscito a darle».

Di brano in brano, Biagio ascolta e scruta ogni nostra reazione mimando la chitarra elettrica, i tantissimi fiati («Sono tutti strumenti “analogici”, non abbiamo campionato niente con il computer»), agitando le braccia come un batterista. «Questo album mi entusiasma perché ogni canzone è uno slogan: c’è un motivo per ogni brano, niente è buttato via» spiega. «Ho la fortuna di poter scrivere senza l’ansia della “consegna” e così ci ho lavorato per un anno e mezzo. Volevo fare un album pieno di stimoli, che entrasse sotto la pelle delle persone. Ho scritto così tanto che avrei già un altro disco pronto, tutto diverso. Sarà meno pop e meno “Anni 90” di questo, più acustico, voglio farlo uscire già l’anno prossimo». Intanto, però, lo aspetta il tour, da dicembre a gennaio, che poi riprenderà a maggio: «È una grande soddisfazione aver venduto così tanti biglietti prima ancora che l’album fosse uscito» dice Biagio, che non nasconde un filo di commozione.

«Si vede che ho lasciato davvero qualcosa nel cuore della gente. Credo di essere stato ripagato più di quanto abbia dato».