Con “Un meraviglioso modo di salvarsi”, i Coma Cose hanno ritrovato loro stessi e la loro storia

Esce il 4 novembre il nuovo album di Fausto e California

4 Novembre 2022 alle 08:33

“Un meraviglioso modo di salvarsi” è una sorpresa. È una sorpresa perché per certi versi è l’esatto opposto di “Nostralgia”, il disco che i Coma Cose avevano pubblicato dopo la loro partecipazione a Sanremo 2021. Compatto e conciso quello, ampio e variegato questo. Basti un dato: là c’erano sette tracce, qui sono quindici, più del doppio. Una durata che non è esattamente in linea con la moda attuale dei servizi di streaming, che prediligono i singoli agli album lunghi: “Non è di moda e forse è anche anti mercato”, scherza Fausto Lama, che divide con Francesca Mesiano (in arte California) il progetto Coma Cose.

Come siete arrivati a questo album?
Fausto: «Tutto parte un po’ dalla sensazione che avevamo dopo la promozione e il tour di “Nostralgia”. Tutto ciò che è arrivato dopo Sanremo è stata una bellissima stagione per noi, però avevamo comunque alle spalle già cinque anni di questo progetto, che abbiamo sempre vissuto quotidianamente e anche difeso con il coltello tra i denti. E quindi avevamo un po’ la necessità di isolarci. In primis per noi, che siamo anche una coppia e quindi viviamo le dinamiche normali di tutti i giorni. Questo isolamento ha prodotto un sacco di canzoni. Abbiamo chiuso i social e si è ravvivata la creatività. Sembra un’ovvietà, ma è così».
California: «Fa anche guadagnare un sacco di tempo».
Fausto: «Cavolo, scrollare è un lavoro, poco da dire. Abbiamo ritrovato tanta voglia di fare cose, di sporcarci con la musica e con la creatività».

"Nostralgia" è uscito a febbraio 2021. Di fatto è un anno e mezzo fa, ma l’impressione è che sia passato molto più tempo. Qual è stato l’impatto di Sanremo sul vostro progetto?
California: «Anche a noi sembra passato molto più tempo. È stato un frullatore di mille cose, siamo stati completamente sballottati. Avevamo talmente tante cose da fare che quasi non avevamo tempo neanche di pensare a noi stessi. Questo distacco da tutto è stata proprio la soluzione, abbiamo avuto bisogno di ritrovare noi stessi, perché ci eravamo un po’ persi in mezzo alle cose da fare».
Fausto: «Noi abbiamo fatto di tutto perché quest'anno durasse cinque anni, per poi staccare e ritornare. Abbiamo sentito l'esigenza di cambiare marcia, perché parlavamo a un pubblico più grande, che magari ti vede a Sanremo, ma non conosce il tuo storico. Però noi veniamo da casa, dal basso. E quella è la linfa che ancora ci porta ad andare avanti, perché questo è un progetto che nasce zoppo. Nasce quasi come un divertimento, una scommessa sghemba. Nasce con questi presupposti, che poi sono diventati un marchio di fabbrica e la nostra misura. Il nostro metro è una formula strana, che però in qualche modo sta in piedi, ma che se volessimo cambiare non starebbe più in piedi. Lo spiego meglio: se volessimo diventare più mainstream, crollerebbe la piramide. Non siamo proprio fatti per quello, non è nel nostro dna. E lo dico anche a seguito di prove, anche di brani, magari di idee, per esplorare altri tipi di canzoni o di comunicazione».

Ci sono due pezzi in cui fate una sorta di bilancio del vostro passato: “Foschie” in cui Fausto parla dei suoi trascorsi nella musica e “Giorni opachi”, in cui California parla della sua adolescenza in provincia, a Pordenone. Questa pausa vi ha fatto fare anche un bilancio di quello che siete diventati?
California: «Ci siamo proprio imposti di metterci di nuovo in contatto con chi siamo oggi e fare un confronto con chi eravamo cinque, dieci o quindici anni fa, per tirare un po’ le somme. Quindi raccontiamo anche tanto della nostra storia, da dove siamo arrivati, dove siamo ora e dove vorremmo andare. Ci siamo resi conto che l'unico modo di riuscire a vivere bene la quotidianità è cercare di ricercare noi stessi, cioè mettere sempre in atto una sorta di ricerca per darsi delle risposte. Quindi questo forse è il modo che abbiamo di salvarci tutti i giorni, cercare di trovare qualcosa o comunque provare a cercarla. E poi devo dire che ogni volta che canto la parola “Pordenone” mi viene sempre un po’ di magone».
Fausto: «È indubbio che da tre-quattro anni la nostra vita è cambiata. Di lavoro facciamo musica e quindi siamo sottoposti a una quotidianità diversa. Però alla fine ci piace raccontare ancora com’era la nostra vita di prima. Siamo fortunati ad avere tanto pregresso rispetto al progetto».

Il pezzo che si impone su tutti, fin dal primo ascolto, è "Resistenza". In un passaggio cantate: “Crescere vuol dire adattarsi, mica rompersi i coglioni”. È per caso il sequel di “Mancarsi”, in cui cantavate: “Che schifo avere vent'anni?”
Fausto: «Innanzitutto sono contento che arrivi, perché sarà il brano su cui costruiremo un po l'immaginario del disco. L’abbiamo fatto per la prima volta ieri in prova ed è venuto subito bene».
California: «È la prima volta che succede: essendo in due a cantare, di solito è un casino, invece con “Resistenza” è stata una goduria».
Fausto: «Venendo al testo, sì, assolutamente sì. Il brano racconta il crescere e anche la miseria, purtroppo, di ritrovarsi magari non più giovanissimi a barcamenarsi in mezzo a quella che è la contemporaneità, senza mai sentirsi nel proprio posto. Partendo da questo concetto, anche piccolo, ci si può rendere conto che quel discorso nasconde una tematica un pochino più profonda, più globale. E questo è quello che fa la canzone, ti dice: “Oh, svegliati!”, partendo dal presupposto che alla fine stai crescendo e comunque i problemi ci saranno, è inevitabile. Però tu cerca di crescere nel modo migliore che puoi».

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