Home MusicaDischi in uscitaDaniele Silvestri presenta «Acrobati», il suo nuovo album

Daniele Silvestri presenta «Acrobati», il suo nuovo album

Intervista integrale al cantautore, che ci racconta il suo disco in uscita il 26 febbraio

Foto: Daniele Silvestri  - Credit: © Daniele Barraco

23 Febbraio 2016 | 13:25 di Francesco Chignola

Dopo cinque anni e la lunga esperienza «in trio» al fianco di Max Gazzè e Niccolò Fabi, Daniele Silvestri è tornato con un disco che è un vero fiume in piena: «Acrobati», in uscita il 26 febbraio, contiene ben 18 canzoni. Ce lo siamo fatti raccontare da lui stesso, in una pausa nella preparazione del tour che lo vedrà girare per l'Italia dal 10 marzo a metà maggio.

Cosa ti ha spinto a fare un disco così lungo e denso?
«In realtà poteva esserlo ancora di più. Fino a pochi anni fa mi sembrava quasi di non avere più niente da dire, avendo scritto così tante canzoni. Ma dopo l'esperienza con Max e Niccolò l’esigenza di scrivere è tornata fuori, fortissima. Noi tre abbiamo messo un punto, abbiamo dato un senso ai vent’anni precedenti. Così ho avuto la sensazione di aver “resettato”, di avere la libertà di ricominciare da capo. Con stimoli differenti e anche con tecniche diverse per far nascere le mie canzoni. Ma in realtà è stato un percorso molto rapido: tutte le canzoni di questo disco sono nate in meno di un anno».

In che modo è cambiato tecnicamente il tuo modo di scrivere?
«A luglio mi sono trovato tre giorni a Lecce con la band, ma ho deciso di arrivare a questo appuntamento non con delle canzoni finite ma con dei semi, degli embrioni, degli spunti. Una quantità mostruosa. Nella mia produzione passata facevo il contrario: quando avevo un’idea stavo chiuso in studio per settimane a darle delle connotazioni precise. Stavolta volevo coinvolgere i musicisti nella nascita dei brani. E poi c'è un'altra cosa: ho fatto un lavoro più “illogico” sui testi, cioè ho scelto di non piegare la musica al testo ma il contrario. La sfida era rispettare la composizione musicale e riprodurla nelle parole».

Nel libretto di «Acrobati» citi il funambolo Philippe Petit, che camminò su un filo tra le due Torri Gemelle. Com’è nata l’idea dell’acrobazia come filo conduttore del disco?
«Lo conoscevo poco e in modo superficiale, avevo visto solo il film “The walk”. Ho scoperto il suo pensiero soltanto quando un amico, ascoltando una prima versione della canzone “Acrobati”, mi ha detto: “Stai parlando di Petit e non lo sai!”. E così mi ha regalato un libro di Petit ed è stata una folgorazione. A quel punto la canzone ha preso una piega ancora più funambolica e mi sono permesso anche di “saccheggiare” dal pensiero di Petit: “disobbedire alla gravità non è una cosa grave” è una frase ispirata al suo modo di parlare della ribellione alla gravità come forma espressiva rivoluzionaria. Petit è diventato l’emblema perfetto anche per il disco intero: la nostra vita sociale è un’acrobazia continua, un tentativo di trovare un equilibrio tra la difficoltà del quotidiano e l’impossibilità di avere un futuro a cui appigliarsi. Il nostro cammino è sempre senza rete e in mezzo alle nuvole».

C'è anche l'acrobazia del testo di «Quali alibi», una filastrocca dai temi profondamente politici.
«Questo brano è il ponte tra la mia produzione di oggi e quella precedente. Ed è l'unica canzone che parla davvero di attualità: nel resto del disco ho provato per una volta ad allontanarmi dallo sguardo diretto sul presente. Mi sembrava più interessante e potente, anche per questioni anagrafiche, fare un disco più “poetico”, cioè che portasse “altrove” chi lo ascolta. Tornando al brano, mi è sempre piaciuto affrontare temi importanti con leggerezza, penso che divertire o stupire, incantare con il “funambolismo” appunto, possa aiutare a trasmettere meglio un messaggio».

Ci sono diversi opiti nell'album, ma in «La mia routine» si sente anche la voce di Santiago, tuo figlio.
«Mai come questa volta i miei figli si sono appassionati al lavoro che stavo facendo, si sono mostrati entusiasti. Hanno entrambi talento, che io assecondo solo fino a un certo punto... perché poi magari faranno tutt’altro nella vita. Ma un giorno Santiago si era messo a giocare con la voce mentre ascoltavamo il pezzo, così io ho acceso un microfono... Si è divertito molto, ma non pensava mica di finire sul disco. Quel cattivone di papà gli ha fatto lo scherzetto».

Stai per partire per il tuo tour che ti impegnerà fino a metà maggio. Che tipo di concerti saranno?
«Ho preparato una quantità smodata di canzoni, saranno concerti molto lunghi. In teatro mi diverto molto, c’è la possibilità di usare altre forme di linguaggio. Anche nel concerto giocherò con il concetto dell'acrobazia. Il live poi avrà una parte “libera”, diversa di serata in serata. E farò succedere delle cose che non si vedono normalmente in un concerto: usando un paragone con la magia, voglio stupire ma poi... anche svelare i trucchi. Non ti dico di più...».

Ultima domanda: eri uno dei nomi che circolavano per Sanremo ma poi non ti abbiamo visto al Festival. Cos’è successo?
«Sono andato più volte a Sanremo, e l'ho fatto volentieri. In questo caso non aveva senso: il lavoro sull’album è stato così intenso che non volevo ritrovarmi a dover dedicare il 50% del mio tempo a un’unica canzone, dando meno importanza al resto di questo disco, che io considero davvero un percorso unico. E poi mi piaceva, per orgoglio e sfida, affidarmi solo alle mie forze. Sanremo è una meravigliosa scorciatoia per far arrivare una canzone alla gente, ma è molto più difficile far arrivare un intero album».

Daniele Silvestri
Daniele Silvestri

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