Dargen D’Amico: è ora di scatenarsi con la danza

Nono al Festival, il dj e cantautore rap sta scalando le classifiche e il 4 marzo pubblica il nuovo disco “Nei sogni nessuno è monogamo”

Dargen D'Amico  Credit: © Iwan Palombi
4 Marzo 2022 alle 09:00

Tutti si scatenano sulle note della sua “Dove si balla”, arrivata nona al Festival di Sanremo. E Dargen D’Amico, con la sua simpatia e gli inseparabili occhiali da sole, impazza in tv, in radio e sui social. Il cantautore rap e produttore non è un volto nuovo: è sulla scena da 25 anni e ha collaborato con chiunque, da Max Pezzali a Orietta Berti (è tra gli autori del suo tormentone “Mille”). E ora pubblica il suo decimo album in studio, “Nei sogni nessuno è monogamo”.

Il disco esce il 4 marzo, data di nascita di Lucio Dalla, che ti ha sempre ispirato. Una data simbolica?
«Lo è, ma in modo casuale. Quando ho saputo della partecipazione al Festival, mi sono dato un paio di mesi per ragionare a freddo sulle idee e ancora un paio di settimane per lavorare al disco. Così siamo arrivati al 4 marzo: una coincidenza. Ma le coincidenze, si sa, non esistono».

Ogni brano dell’album aiuta a conoscerti meglio. Nel testo di “Patatine” hai scritto: "Dimmi cosa ci manca/Bella domanda". Visto che è bella, te la giro: cosa ci manca?
«Ci manca sempre ciò che non abbiamo. E lo vogliamo. Siamo fette di mercato, abituati a colmare bisogni che però in realtà non nutriamo».

In “Sei cannibale ma non sei cattiva", dici che "quest’Italia è stanca". Di cosa? E di cosa sei stanco tu?
«Siamo un Paese anziano, legato al passato, nostalgico. Viviamo guardando indietro e rischiamo di non vedere il muro verso cui forse stiamo correndo a folle velocità. Non facciamo nulla per salvare l’ecosistema, stiamo perdendo la capacità di trasformare i sogni in realà. Anch’io sono parte “integrata” di quest’Italia, sono costretto a specchiarmici. E sono stanco di essere stanco».

Tante canzoni del tuo nuovo disco sono romantiche. Ma cos’è l’amore per te? Lo cerchi? E… lo trovi?
«L’amore è attrazione verso qualcosa di diverso da noi, ma al tempo stesso profondamente insito in noi: la certezza di essere nel posto giusto al momento giusto. Non lo cerco con coscienza, ma è una scelta del mio organismo di dare un senso al rapporto con gli altri. E nelle mie canzoni l’amore è un modo per raccontare le fasi della vita e i cambiamenti che mi attraversano. Tutto questo al netto delle infatuazioni».

A proposito di infatuazioni, Mara Venier e Luciana Littizzetto ti trovano affascinante e hanno giocato a flirtare con te. E tu schivo… Ma non è che piaci alle donne perché in fondo sei un timidone?
«Potrebbe essere. Ma essere sinceri nelle interviste è pericoloso (ride). Non avevo mai notato prima questo ascendente sulle donne. Magari dipende dal fatto che a Sanremo volevo portare solo la mia metà artistica e non la vita personale. E forse quest’ingenuità nel poter suddividere in scomparti le due identità suscita tenerezza».

“Gaza”, “Ustica”… molti titoli delle tue canzoni sono nomi di luoghi perché ti piace viaggiare?
«Sì, in viaggio mi ricarico per poter scrivere musica: è stata durissima fermarsi nei due anni della pandemia e dover fare solo viaggi mentali».

Quale sarà la tua prossima meta quando ripartirai?
«L’Asia, perché il luogo contemporaneamente più lontano e più vicino alla mia anima. Perché ha tradizioni millenarie, ma è rivolto al futuro».

Perché in “Ma noi” ricordi i vecchi compagni di scuola?
È una canzone nata dopo Sanremo, perché si sono rifatti vivi in tanti e la cosa mi ha divertito molto».

Oggi invece chi sono i tuoi compagni di merendine?
«Quelli del gruppo di lavoro che ho costruito negli ultimi due-tre anni: Davide Simonetta, Edwyn Roberts, Andrea Bonomo, Gianluigi Fazio, Marco Zangirolami. Per fare canzoni insieme bisogna essere amici».

Nella canzone che dà il titolo all’album c’è una bella frase: "La vita è cinema straniero senza sottotitoli". Spiegazione?
«Mi fanno notare che è un mezzo plagio di un verso di “Fango” di Jovanotti: “La città un film straniero senza sottotitoli”. Bella frase, sì. Condivisibile».

Ma la tua vita che tipo di film è?
«Un film muto. Amo i film muti perché si basano sull’interpretazione: è un modo per tenere allenato il cuore».

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