Home MusicaDischi in uscitaFrancesca Michielin: «“Feat (stato di natura)” celebra l’unione e la collettività»

Francesca Michielin: «“Feat (stato di natura)” celebra l’unione e la collettività»

Il quarto album dell’artista esce il 13 marzo: incontro, contaminazione e diversità sonora sono il fulcro di undici collaborazioni con i nomi più interessanti della scena musicale. Ce lo ha raccontato in una lunga intervista

Foto: Francesca Michielin  - Credit: © Roberto Graziano Moro

12 Marzo 2020 | 16:21 di Giulia Ciavarelli

«La musica non si ferma» è la frase che leggiamo sui social di molti artisti italiani, è quasi un mantra incoraggiante che serve al mondo della musica per rimanere uniti. Sono anche le prime parole che ci dice Francesca Michielin quando la raggiungiamo telefonicamente, è stata lei la prima a trasmettere due concerti in streaming: per svelare ai fan alcuni brani del nuovo album si è collegata prima dallo studio di registrazione Officine Meccaniche per il set Urban Orchestral, poi dalla Triennale di Milano dove ha messo in piedi un’affascinante Milano Multietnica Set.

Un percorso di avvicinamento che ci conduce all'uscita del suo quarto album "Feat (Stato di natura)" in uscita venerdì 13 marzo su tutte le piattaforme digitali e negli store. Le undici tracce sono frutto di collaborazioni con i nomi più interessanti del panorama musicale attuale: all’appello hanno risposto i Maneskin, Fabri Fibra, Gemitaiz, Shiva, Elisa, Dardust, Coma_Cose, Takagi&Ketra, Fred De Palma, Max Gazzè, Carl Brave, Charlie Charles e Giorgio Poi.

È un disco ricco di voci ma anche denso di suoni e argomenti, di contrasti e confronti. Ce lo racconta bene Francesca: seria e concentrata, ci parla con orgoglio di quello che è riuscita a creare nelle undici tracce dove «tutti gli artisti si sono messi in gioco e hanno sperimentato con me».

Francesca, con quale stato d’animo hai affrontato queste settimane?
«È un momento straordinario, assurdo, che non si poteva prevedere. Siamo di fronte a qualcosa che non abbiamo mai vissuto, per me la cosa importante era reagire: portare il messaggio che la musica non si ferma continuando a lavorare per il pubblico. Sempre rispettando tutte le norme, i concerti a porte chiuse sono stati un bel modo per far capire che bisogna continuare».

Pubblicare ora un album potrebbe sembrare una mossa rischiosa.
«È un atto di coraggio e di rispetto: la musica non è un paio di scarpe, ha un’utilità anche molto spirituale ed è stato importante continuare. Ogni settimana il pubblico aspettava con entusiasmo l’uscita di un nuovo brano, è stato bello ricevere il loro affetto e percepire lo stupore per questo disco molto particolare».

In cosa si differenzia dai precedenti progetti?
«In "Di20" (2015) l’approccio era fatto di sentimenti eterei mentre, con un linguaggio concreto, il successivo "2640" (2018) si è basato molto sulla quotidianità. Ora avevo bisogno di unire questi aspetti per creare qualcosa che diventasse evergreen: un disco di brani atemporali con testi in cui le persone possono rivedersi».

Musica e parole: quali sono i cambiamenti tangibili?
«C’è una maggiore consapevolezza a livello musicale perché sono riuscita ad assimilare tanto delle mie esperienze sia di vita che scolastiche. C’è un cambiamento anche nella scrittura: l'approccio viscerale e fluido ai testi, sono dei fiumi in piena».

È sempre presente la componente geografica?
«Ho sviluppato molto il tema dei viaggi, in questi anni diciamo che ha preso il sopravvento nelle mie produzioni. Ora mi piaceva riflettere sulla natura in senso ampio».

Già dal primo singolo “Cheyenne” avevi svelato la storia di contrasto e unione tra natura e urban, ora è molto più chiara.
«Ho voluto sdoganare il concetto di identità: viviamo in un momento storico in cui siamo ego riferiti, abbiamo bisogno di mostrarci e farci vedere. Mi è piaciuto ribaltare i cliché su tutti i piani».

In che modo?
«Esempio: il gospel da sempre legato a tematiche sacre è associato al “monolocale”, manifestazione molto sintetica ma anche demotivante per chi va a vivere da solo per la prima volta in una grande città. In “Riserva naturale” ci sono sonorità alla “Annie Lennox” insieme a una presenza quasi prepotente dell’urban con la metropolitana; lo stesso in “Yo no tengo nada” dove all’ermeticità del nord si accompagna il ritmo del flamenco».

Questi concetti si ritrovano molto bene nella prima traccia.
«"Stato di natura" è un brano che vuole concentrarsi sulla violenza verbale declinata poi sulla figura femminile. Ci sono le dimensioni attuali del linguaggio: la donna che non sa guidare, ma il navigatore ha la voce femminile, la donna che deve essere o madre o pin up, il seno usato per fare audience e pubblicità ma “se allattiamo in pubblico mi fai la morale”. Ci sono molte riflessioni da fare, e l’artista ha anche questo ruolo».

A proposito di donne: nella musica sembra ci siano ampi margini di miglioramento.
«C’è molta più consapevolezza da parte delle artiste, celebriamo ognuna la nostra diversità. Sento che tutte stanno facendo una ricerca interessante, nessuna sta cercando di assomigliare all’altra. Sono fiduciosa perché le generazioni future possono visualizzare una società in cui i ruoli sono di tutti».

La bellezza di questo album è la varietà e sembra che tu ti sia amalgamata bene a livello sonoro con tutti gli “ospiti” del disco. Sbaglio?
«Non so cosa è successo, o forse sì, ma è stato un insieme di consapevolezze. In virtù dei cliché di cui ti parlavo, non sono duetti canonici ma c’è stata la volontà di tutti gli artisti di sperimentare: quando sono andata da Fibra con il brano “Monolocale”, lui era felice di fare una cosa diversa dai brani del suo repertorio. Così è successo anche Elisa, i Coma_Cose, Shiva. Ho sentito da parte di tutti questa grande voglia di sperimentazione, un approccio che sposava l’eterogeneità».

Tra i brani c’è uno in francese con Max Gazzé.
«Giocare con la lingua ti dà una possibilità sonora sempre diversa. È un brano stilistico fatto per stare insieme e divertirsi. Max è un maestro ed è stato un vero onore lavorare con lui».

C’è una collaborazione che ti ha sorpreso più di altre?
«Sono tutti brani diversi e sono soddisfatta del risultato. Forse quello che mi colpisce di più è “Monolocale”: penso a quando l’ho scritto e ora è nel disco con Fabri Fibra, un idolo per me. A livello sentimentale è quello che mi emoziona di più».

Stai continuando ad immaginare come sarà il concerto al Carroponte?
«Sto facendo una cosa alla volta, questi mesi sono stata impegnata con l’album e i concerti. Ora riuscirò a concentrarmi sulla data di settembre: l’idea è celebrare la diversità sonora, lo faremo anche attraverso arrangiamenti. Vogliamo creare qualcosa di unico».

LA TRACKLIST

1. Stato di natura feat. Måneskin
2. Monolocale feat. Fabri Fibra
3. Sposerò un albero feat. Gemitaiz
4. Gange feat. Shiva
5. Yo no tengo nada feat. Elisa e Dardust
6. Riserva naturale feat.Coma_Cose
7. Acqua e sapone feat. Takagi&Ketra e Fred de Palma
8. La vie ensemble feat. MaxGazzè
9. Star Trek feat. Carl Brave
10. Cheyenne feat. Charlie Charles
11. Leoni feat. Giorgio Poi