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“I mortali”: Colapesce e Dimartino in un disco pop che celebra la vita

La mortalità come inno alla vita, l'adolescenza, la collaborazione con Carmen Consoli. Abbiamo parlato con i due autori del loro primo album di inediti insieme

05 Giugno 2020 | 18:29 di Manuela Puglisi

I mortali siamo noi, “I mortali” è il nuovo album di Colapesce e Dimartino che dopo tanti anni hanno finalmente fatto il grande passo che li ha portati a scrivere questi 10 inediti. Il risultato? Una voce nuova, una creatura mitologica che fonde senza sforzi i due autori, un ”disco pop di canzoni di oggi”.

Come la gran parte delle cose che vedono la luce nel 2020, “I mortali” ha subito ritardi nell’uscita e per il momento rimane orfano di un tour rimandato a data da destinarsi. Colapesce e Dimartino hanno però deciso di andare avanti, di trovare altri modi per portare al pubblico un lavoro pieno di vita e mortalità, che esplora la natura umana. L’immaginario classico del cantautorato italiano si trasforma con contaminazioni elettroniche, urban e rock anche grazie ai produttori: Federico Nardelli e Giordano Colombo, Frenetik&Orang3 e Mace. Un esempio perfetto è proprio l’ultimo singolo “Luna Araba”, una fluida collaborazione con Carmen Consoli che attinge alle sonorità dei Beatles e dei Tame Impala, i Cure e Battiato, ed è impreziosita da un video realizzato dall’artista Tommaso Buldini.

Dal 5 giugno i dieci brani che compongono “I mortali” sono a vostra disposizione, ma per capire meglio le loro sfumature lasciamo la parola alle quattro mani che li hanno partoriti.

Vi conoscete da molti anni, come avete deciso di fare questo grande passo?

Colapesce: Io e Antonio ci conosciamo da circa dieci anni, abbiamo lavorato spesso insieme come autori per altri interpreti. Era nell’aria quest’idea di fare prima o poi un disco insieme già da tre o quattro anni, però non avevamo ancora a fuoco l’idea.

Quando scrivete insieme cosa succede? Sono due voci che si fondono o l’unione di Colapesce e Dimartino dà vita a linguaggio nuovo?

Dimartino: Adattandoci ognuno alla scrittura e alla personalità dell’altro abbiamo creato quasi un nuovo cantante. Magari Lorenzo diceva delle parole a cui non avevo mai pensato, io gliene suggerivo delle altre e quindi in qualche modo le canzoni appartengono a un’altra entità.

Colapesce: In genere quando scrivi per altri è un un lavoro di sartoria, ti adatti al linguaggio e cambi il vocabolario di volta in volta. Invece in questo caso abbiamo scritto in maniera completamente diversa anche dalle nostre carriere soliste, in qualche modo viene meno l’io autobiografico.

Il disco si apre con “Il prossimo semestre"

Colapesce: è una meta-canzone, prende in analisi i cliché classici del mondo degli autori. È come fosse un prosieguo de “Il merlo” di Piero Ciampi in cui lui parla con questo merlo e gli chiede di cantargli qualche cosa di avvincente da presentare al suo editore, farsi dare dei soldi e comprarci lo champagne. “Il prossimo semestre” fa riferimento al semestre Siae che non si sa mai quando arriva.

Alla fine non vince forse il “cantautore poco attuale” di cui parlate?

Dimartino: Andando per la propria strada, facendo dei dischi per se stessi e non per assecondare i gusti del pubblico, si costruisce un percorso che alla fine dei conti paga, perché la gente in qualche modo lo capisce e non ti abbandona facilmente se a un certo punto fai un disco più strano degli altri.

Colapesce: fortunatamente negli ultimi dieci anni si è creata una solida nicchia che mi segue. È un pubblico diverso da quello causale, perché è disposto a investire di più, a venirti a vedere a teatro, a comprare il merchandising. Il pubblico che magari ascolta la trap fondamentalmente non spende. Il nostro è una nicchia ma c’è un’economia maggiore: vendere mille vinili è come fare trenta milioni di play su Spotify. Sono due mondi che non sono in contrapposizione.

Com’è nata la collaborazione con Carmen Consoli per “Luna Araba”?

Colapesce: con Carmen ci annusiamo da qualche anno, quando abbiamo finito di scrivere il singolo ci mancava una voce femminile. È un brano pieno di riferimenti alla Sicilia, piccoli quadretti dell’isola, e lei ci sembrava la voce ideale.

Dimartino: in effetti non è un vero e proprio featuring, fa quasi parte della band: entra nei cori e la parte in cui rimane da sola è quel pre-ritornello che sembrano quasi parole scritte da lei. Abbiamo pensato a Carmen non solo perché è una voce siciliana, ma perché è una di quelle artiste del patrimonio musicale italiano che si è sempre distinta per la coerenza. È una che ha fatto i dischi soltanto quando aveva voglia di farli.

In questo brano emerge uno dei temi de “I mortali”: l’adolescenza. Non è proprio il momento in cui ci si sente, invece, immortali?

Dimartino: è vero quando sei adolescente alla morte non ci pensi, ti sembra la cosa più lontana del mondo, però proprio per questo è l’apice della vita. Il disco alla fine parla della vita e lo fa parlando anche di morte. L’essere umano in quanto mortale è inconsapevole di quello che gli succederà, per cui l’adolescente ci sembrava il personaggio che potesse incarnare al meglio l’idea di mortalità. Molte cose che scrivo nelle canzoni vengono da esperienze fatte nell’adolescenza che all’improvviso escono da una chiacchierata, da un odore, da una visione. Per me è una fonte inesauribile di ispirazione.

Colpaesce: anche nella mia scrittura è molto presente. Non si parla mai di mortalità, soprattutto nel pop, e invece l’idea del disco è quella di fare pace con questo concetto che fa parte della vita stessa. Con Antonio abbiamo fatto la nostra piccola ricerca sull’argomento e la Sicilia è una terra piena di scrittori che l’hanno affrontato in maniera eccelsa. In particolare un libro di Bufalino ci ha illuminato. S’intitola “La luce e il lutto” ed è una sorta di micro-guida, una serie di aneddoti legati all’isola e alla mortalità. Si apre il libro con questo riferimento: quando arrivi in Sicilia in macchina la prima cosa che prendi è questo traghetto che ti porta da Villa San Giovanni a Messina e l’agenzia si chiama Caronte. Già da lì sei traghettato all’inferno, il primo riferimento alla morte ce l’hai appena arrivato.

Nel disco sembra aleggiare un certo pessimismo, in “Le cicale” scrivete: “forse potremmo andarcene sì ma dove”, “paese che vai stronzi che trovi” e “solo i peggiori sopravvivono alle estinzioni”. Tutto questo prima di una pandemia globale.

Dimartino: prima della pandemia non eravamo tutti messi benissimo, è stata proprio il colpo di grazia. L’idea di “paese che vai stronzi che trovi” è nata osservando come negli ultimi anni sembrava che avessero quasi un’etnia. La gente che arrivava dai barconi, lo erano a prescindere in quanto africani. Volevamo ribadire un concetto banale: che si trovano in tutte le nazioni. Per Platone le cicale del mito erano uomini trasformati in insetti, mandati nel mondo per spiare gli altri uomini e riferire quello che dicevano degli dei. Nel mio paese alcuni anziani potrebbero benissimo essere due di quelle cicale: è una vita che stanno seduti sulla panchina e dicono “ce ne dobbiamo andare da questo paese” e poi non se ne vanno mai.

Colapesce: Però il disco non è tanto pessimista, c’è “Rosa e Olindo” che in realtà è una canzone d’amore. Il pop è rassicurante per antonomasia, invece noi siamo affascinati dalle canzoni che in qualche modo danno fastidio. Dai classici di Leonard Cohen a quelle più nuove, come Kanye West, quelle che ti danno una sberla a. L’idea era un po’ questa: fare un disco che avesse degli elementi di disturbo, linguistici e di produzione.

Quando si parla di pop in Italia viene spesso da precisare che è pop, ma “d’autore”. Come definireste voi “I mortali”?

Colapesce: Io l’avrei definito un disco pop e basta, ma specificare in Italia è sempre un bene. Penso alla parola "indie", com’è stata abusata negli ultimi anni. Per me l’indie rappresenta quasi una cosa politica. Io mi sento indie tra virgolette, ma per me vuol dire essere indipendente, non scendere a compromessi discografici. In Italia svuotiamo le parole e resta un significato e basta. Idem per il pop, per me pop è anche Neil Young, se dovessi definirlo: è una cosa popolare in cui uno si può identificare. Questo è un disco di canzoni d’autore, quindi “d’autore” può aiutare a capire che non è un tipo di scrittura rassicurante o che ha una tridimensionalità.

Dimartino: è un disco di canzoni pop di oggi, scritte nella contemporaneità.

Com’è stato dover rimandare l’uscita del disco e cosa farete per il tour?

Dimartino: il tour è rimandato a quando si potrà fare, volevamo portare uno spettacolo che in questo momento è impossibile da fare per i costi di produzione. Il disco abbiamo deciso di farlo uscire anche se tutto intorno a noi si era fermato. Ci sembrava giusto nei confronti del lavoro che abbiamo fatto, della gente che si aspettava da noi questo segnale. Quindi alla fine non ci è pesato tantissimo dover rinunciare ad alcune cose, perché comunque stiamo trovando modi alternativi per promuoverlo.

Colapesce: ci sembrava scorretto bloccare il processo, fare delle scelte legate più alla discografia e alla promozione, la musica deve esistere a prescindere. Non è un disco che scade. A breve forse faremo qualche evento in acustico, stiamo valutando.

Di cosa avreste bisogno dalle istituzioni per ripartire?

Colapesce: dovrebbero dare un aiuto a tutte le figure che girano intorno alla musica, quelle invisibili che però fanno sì che lo spettacolo si possa fare in maniera professionale e senza rischi. Sono da tutelare nell’immediato più dell’artista stesso che in qualche modo trova sempre la forza di esprimersi. Io ho fatto una piccola operazione: un disco di cover donando i ricavati ai tecnici, è un piccolo segnale da dare agli altri e alle istituzioni.

Dimartino: Le istituzioni dovrebbero pensare da capo il sistema musicale, che non significa solo quello dei concerti. Significa anche ripensare il modo di insegnare la musica, di farla fruire nei piccoli centri, i finanziamenti da dare alle piccole associazioni per portare avanti dei provvedimenti di educazione musicale all’interno delle comunità. Penso ad alcuni paesi dell’entroterra siciliano che sono abbandonati, non hanno teatri, le uniche cose culturali che fanno sono le feste di piazza coi cantanti di grido, quella non è educazione musicale. Se dobbiamo ricominciare seguendo quella logica secondo me non ha senso neanche ripartire, andiamo al disastro. Il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) dev’essere ripensato, dev’essere ripensata l’Iva sui dischi, le tutele per i musicisti più piccoli.