Home MusicaDischi in uscitaIntervista a Go Dugong: diventiamo esploratori con «Curaro»

Intervista a Go Dugong: diventiamo esploratori con «Curaro»

Miti, leggende, spiriti e suoni della natura. Il nuovo album del producer piacentino è un viaggio immaginario che attraversa foreste tropicali e tribù sconosciute

Foto: Giulio Fonseca, in arte Go Dugong  - Credit: © Riccardo Fantoni Montana via Ptwschool.com

06 Aprile 2018 | 15:29 di Valentina Cesarini

Go Dugong, al secolo Giulio Fonseca, è un producer piacentino (con base a Milano) che da anni è diventato una delle voci italiane della musica elettronica contaminata. Chiamatela global, world o cosmic music, il nocciolo rimane comunque quello: un mix tra suoni ambientali (naturali, sarebbe corretto dire) e strumenti sia elettronici che non, che dà vita a un flusso musicale esotico senza precisi confini geografici e strutturali. Lo scorso 23 marzo Giulio ha pubblicato l'album «Curaro» (42 Records, la stessa etichetta di Cosmo), composto da 12 tracce che si ramificano e intrecciano come fronde di piante tropicali, e rispecchiano nei titoli ciò che rappresentano (Mandragora, Nommo, Yakumama, etc): miti, mostri, dei, spiriti e tributi a grandi menti come Herzog e John W. Allen.

«L’ispirazione di "Curaro" nasce dalla fascinazione per le prime civiltà, i cui miti e leggende sono inevitabilmente legati alla natura e all’universo; si generano così canzoni ispirate a credenze tribali, figure mitologiche, rituali ed esoterismo che, non a caso, hanno spesso riferimenti a divinità o civiltà superiori arrivate dallo spazio. Il risultato è di nuovo un ibrido di ritmi, stili e generi musicali: musica afro, andina e amazzonica, dub e psichedelia cosmica si fondono con l’intento di raccontare un viaggio», scrive Go Dugong.

(Grazie a Riccardo Fantoni Montana di Ptwschool.com per l'immagine di apertura).

Ciao Giulio, ascoltando il tuo disco ho fatto caso ai suoni nati grazie al field recording. Potresti spiegare a un pubblico che è poco esperto di elettronica in cosa consista questa tecnica?
Penso che si possa usare la definizione di field recording per qualsiasi suono registrato al di fuori di uno studio di registrazione, che sia in mezzo alla natura o in un contesto più urbano. Io ho usato, per esempio, questa tecnica durante un viaggio in India, sia nella giungla (riprendendo versi di animali o uccelli, la pioggia o un fiume), sia nei centri più abitati (radio di taxi, musicisti di strada, processioni, ecc.). Molti suoni naturali e percussioni di “Curaro” vengono da lì, così come tutto il materiale che ho usato per comporre “(Indian) Furs” un EP uscito lo scorso anno. Ora comincerò a lavorare su tutti i suoni e strumenti registrati in Marocco con la medesima tecnica.

Le influenze delle tracce sono africane e andine: come mai? Conosci bene le zone geografiche che ti hanno ispirato?
È vero, c'è anche molto dub e psichedelica. In realtà sono territori che ho esplorato solo attraverso l'immaginazione, i documentari e i racconti. Molte delle idee da cui sono partito per la realizzazione di questo disco sono state composte in treno. Mi capita spessissimo di viaggiare e approfitto di questi tempi morti per infilarmi le cuffie e lasciarmi ispirare. Molto spesso però, viaggiando tanto per lavoro nella pianura padana, i paesaggi che scorrono dal finestrino sono abbastanza desolanti e nebbiosi. Penso che questo incida in qualche modo sulle mie ispirazioni. Gran parte delle mie produzioni, ora che ci penso, nascono come in reazione a qualcosa. Anche in questo caso forse, immagino di essere in zone geografiche opposte, calde e più ricche dal punto di vista della biodiversità.

Grazie al tuo lavoro mi hai fatto viaggiare con la mente fino alla Boiler Room di Tulùm con Nicola Cruz, Matanza, El Buho, Siete Catorce e Sidartha Siliceo: cosa accomuna un artista come te a producer così “lontani" culturalmente?
Probabilmente l'attitudine alla rielaborazione di suoni e tradizioni, che siano suoni appartenenti alla nostra cultura o ad altre (El Buho è inglese per esempio e Sidartha Siliceo è messicano). Il nostro approccio riguarda più l'ispirazione e contaminazione rispetto a quello più scientifico di un etnomusicologo o di un antropologo.

Natura, cosmo, miti e leggende: come ti sei avvicinato a questi temi e perché?
Prima ti dicevo che spesso le mie produzioni nascono come reazioni a ciò che mi circonda, che non mi fa star bene in un modo o nell'altro o a un qualcosa che non riesco a controllare in nessun modo, se non con la musica. In questo caso, vivendo a Milano e avendo viaggiato in luoghi simili in quanto caos e input urbani, sonori e visivi di origine artificiale, ad un certo punto ho sentito il bisogno improvviso di recuperare un contatto con la terra, con la natura e con le nostre radici. Ho realizzato di aver raggiunto la saturazione definitiva in mezzo a un incrocio di Shibuya, a Tokyo, per intenderci. Tornato a casa da quel viaggio, non potendo andarmene da Milano, ho cercato nella lettura e nell'ascolto ciò che la realtà quotidiana non poteva offrirmi. Tutte letture che hanno poi ispirato la scrittura di Curaro.

Chiudendo gli occhi, è facile immaginarsi alcune scene cinematografiche accompagnate da questo disco. Ci hai pensato? Se sì, che tipo di film ti piacerebbe musicare?
“Curaro” è di per sé una colonna sonora di un documentario immaginario. L'approccio è stato proprio questo: leggere di storie, leggende, miti e tradizioni e provare a musicarle, come se fossi stato lì, come se le avessi avute davanti agli occhi. Uno dei pezzi del disco è dedicato ad Herzog, uno dei miei registi preferiti dalla cui estetica ho preso molto per l'immaginario di “Curaro”.

Sappiamo che dietro a un lavoro di questo tipo c’è una ricerca molto appassionata che guarda verso mondi lontani. Ma se dovessi parlare di artisti italiani, anche pop, che in qualche modo ti hanno insegnato qualcosa, che nomi faresti e perché?
Molti artisti italiani pop hanno contaminato la propria musica con suoni provenienti da altri mondi, basti pensare a Battiato o Jovanotti, i quali, anche se ne rispetto la ricerca, non hanno mai contribuito in nessun modo alla mia formazione artistica e musicale. Tutto quello che ho imparato lo devo a tutto quel sottobosco italiano di artisti appassionati come me di certe sonorità, con cui mi confronto quotidianamente da anni e che parla una lingua più vicina alla mia. Ti potrei fare un lungo elenco, giusto per farti capire in quanti siamo: Populous, Godblesscomputers, Clap! Clap!, Dj Khalab, Palm Wine, Capibara, Lorenzo BITW, Mace, Ckrono, prp, Biga e molti altri ancora.