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Intervista a Marianne Mirage, da Sanremo a «Copacabana Copacabana»

Abbiamo incontrato la cantante che ha appena pubblicato il singolo dalle sonorità brasiliane

Foto: Marianne Mirage  - Credit: © Mattia Guolo

16 Luglio 2018 | 12:00 di Antonella Silvestri

Sulle prime, colpisce per quel viso dai tratti particolari e per quei capelli riccissimi. Quando canta, Marianne Mirage, nome d’arte di Giovanna Gardelli, romagnola di Cesena ma cresciuta a Forlì, ti rapisce. La sua voce, chiara, a tratti malinconica ma estremamente intensa, fa di lei una cantante di talento. «Noi che veniamo dal mondo delle case discografiche indipendenti puntiamo molto sul timbro particolare e sull’estensione della voce. E’ vero che è malinconica ma è carica di vita e di forza» racconta Marianne che è considerata una delle artiste emergenti più interessanti del panorama musicale italiano.

Perché ha deciso di chiamarsi Marianne Mirage?
«Il nome l’ho scelto io per tante ragioni. Prima di tutto, perché evoca la doppia M di Marilyn Monroe poi perché la M di mamma mi dava sicurezza e protezione. L’altro motivo, non meno importante, è legato alla figura di Marianne di Francia, portatrice di valori come libertà, legalità e fratellanza e Mirage come miraggio cioè qualcosa che apparentemente non esiste ma che poi all’improvviso si palesa».

Dalla bio leggo che lei si è diplomata presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano diretto da Giancarlo Giannini...
«Diciamo che non ho perso tempo anche perché non è l’unica cosa che ho fatto. Dai 14 anni in su, per guadagnare soldi, ho fatto la gelataia, la barista. Ho capito sin da piccola che dovevo cavarmela con le mie forze perché la mia famiglia d’origine è molto umile e quindi non potevo costringere i miei a darmi più di quanto non mi dessero già. Quando avevo messo da parte un gruzzoletto, partivo».

E i suoi, la facevano viaggiare da sola a 15 anni?
«Sì, poveri. Andavo all’estero e l’aspetto inquietante è che all’epoca non c’era il telefonino che potesse geolocalizzarmi per cui i miei erano sempre ansiosi e preoccupati perché per giorni non mi sentivano. Una volta si erano così
spaventati che vennero a prendermi a Parigi dicendomi “Ora non parti più…”.

Torniamo alla recitazione. Com’è nato quest’interesse?
«Per un coincidenza particolare. A Forlì ho seguito un corso di teatro dove per accedere, portai ai provini un’interpretazione di Billie Holiday. È successo l’incredibile da quel momento perché, attraverso la recitazione, ho scoperto il desiderio di stare sul palco e di illuminarmi. Cantando Billie Holiday ho capito che mi piaceva esibire ciò che avevo dentro attraverso la voce e la musica. Quel corso mi è stato utile perché mi ha insegnato ad abbandonare la strada maestra per lasciarmi andare alla ricerca di una dimensione che non conoscevo».

La recitazione l’ha portata a Milano?
«A vent’anni decisi di frequentare il Centro sperimentale di Cinematografia dove ho conosciuto Giancarlo Giannini, grande maestro. Ricordo ancora che quando comunicai ai miei amici che mi sarei trasferita a Milano, mi dicevano “Vedrai che conoscerai Caterina Caselli e ti produrrà…” Naturalmente pensavo che si trattassero solo di parole di circostanza e di incoraggiamento ma, alla fine, quello che in tanti pensavano si è avverato».

Incontrare Caterina Caselli per un aspirante cantante è un sogno. Ci racconti come è riuscita a conoscerla e ad arrivare, quindi, alla Sugar Music.
«Un ragazzo della Sugar, una sera, mi ha sentito cantare jazz allo “StraRipa Bar” di Milano dove non mi pagavano e cantavo solo a gin tonic (sorride). Mi ha chiesto di fargli sentire le altre canzoni che avevo. Da lì è partito tutto. Una grandissima fortuna anche se con Caterina Caselli bisogna lavorare tantissimo, mettersi in gioco e cominciare a crescere piano piano. La mia gavetta è cominciata così…».

Ha pubblicato poi il primo disco “Quelli come me”…
«Era una produzione piccola, senza grandi pretese. Era stato pensato come un biglietto da visita per trovare musicisti a cui potesse piacere il mio stile dopodiché la Sugar ha deciso di portarmi a Sanremo nel 2017 con il brano “Le canzoni fanno male” scritto da Kaballà e Francesco Bianconi dei Baustelle. È stato un grande onore portare sul palco dell’Ariston quel brano perché in realtà il pezzo non era stato scritto per me. Era piaciuta la mia interpretazione per cui alla fine mi dessero “Questa canzone la diamo a te”. Ancora non ci credo…».

Sanremo è stata una grande rivincita ma anche una batosta visto che venne eliminata la prima sera…
«Fu un duro colpo anche se la canzone girava nelle radio e per me quella fu comunque una bellissima soddisfazione».

L’estate scorsa ha aperto le sette date italiane di Patti Smith. Però…
«Eh sì… La Smith mi sentì cantare invitandomi a duettare con lei sul palco “People have the power”. Ancora oggi quel pezzo cantato insieme lo sento ancora risuonare. È stato il più grande regalo ricevuto negli ultimi anni…».

È stata a contatto con un mito vivente. Com’è la Smith?
«Non è una figura terrena. È un angelo. Ha dentro si sé tanta conoscenza ed è estremamente mistica. Praticando yoga, credo che la Smith sia sempre in una dimensione di meditazione perenne. È meraviglioso tutto questo. Conoscendola, mi è venuto in mente che, quando all’età di 13 anni scrissi la mia prima canzone in inglese, la conservai in una pagina di un libro di poesie di Patti Smith… Ogni tanto mi sento con alcuni suoi musicisti e in particolare con il bassista il quale mi dice che, qualora andassi a New York, potrei contattarli».

Il Festival di Sanremo le aprì anche un’altra strada…
«Lì conobbi Paolo Genovese che, scherzando, mi disse che prima o poi avremmo lavorato insieme. In realtà mi mandò una piccola parte della sceneggiatura del film “The Place” per il quale ho realizzato il brano dal titolo omonimo che ancora oggi considero un altro importante traguardo. Ho cantato una canzone con il solo scopo di far sentire a chi ascoltava il peso specifico del cuore…».

Visto che lei ha esordito nella recitazione, se Genovese le dovesse proporre un ruolo in un film?
«Sono talmente concentrata sulla musica che non penserei ad altro e poi la vedo dura una parte in un film. Ci vorrebbe un ruolo di una donna riccia ed esplosiva (sorride)…».

In questi giorni gira in radio e in tutti gli store digitali “Copacabana Copacabana” dalle sonorità brasiliane…
«Non è la solita canzone estiva che parla di mare e di sole. È un brano ritmato. Quando si accende, il ritmo non si ferma più nemmeno nei ritornelli. È un mantra elettronico e sono orgogliosa di averla realizzata grazie alla scrittura di Mario Cianchi, Kaballà e Stefano Della Casa. Le sonorità sono di Big Fish che ha prodotto il disco. All’inizio pensavo che i fan rimanessero spiazzati mentre mi hanno apprezzato. Qui ho tirato fuori il mio lato più esplosivo».

Progetti?
«Intanto sto ultimando il mio album e porterò “Copacabana Copacabana” nei festival. Il 21 sarò a Gravina per il “Mondo Beats Festival” e al “Magna Graecia Film Festival” dove ci sarà Paolo Genovese e Oliver Stone…».

Lei non perde proprio tempo visto che è anche laureata in Lettere e Filosofia...
«Ho studiato a Bologna e mi sono laureata con una tesi sulla Fotografia dal titolo "La malattia dell'immagine". Nella vita serve tutto».