Home MusicaDischi in uscitaJack Garratt presenta «Phase», l’intervista

Jack Garratt presenta «Phase», l’intervista

Dopo il successo di «Worry», il 19 febbraio esce l'album di debutto. Dal lavoro di insegnante alla passione per Stevie Wonder, ecco la storia

Foto: Il giovane Jack Garratt  - Credit: © Ufficio stampa

03 Febbraio 2016 | 16:00 di Giulia Ciavarelli

È stato definito la nuova direzione della musica pop, Jack Garratt è la grande promessa del 2016. Il compositore, polistrumentista, one-man band e produttore inglese si è aggiudicato due dei premi più preziosi per un giovane artista: il BBC Music Sound 2016 e il Best Critics Choice Award, anticipo dei Brit Awards. Prima di lui, il premio è stato vinto da James Bay, Sam Smith e Adele.

Il suo suono è una continua sperimentazione e dal vivo Garratt è una vera forza. Sul palco si esibisce da solo: filtra la sensibilità e l'energia degli ascoltatori attraverso sonorità futuristiche e ritmi elettronici, sempre diversi. Ci incontriamo in un hotel di Milano: cappello bianco, t-shirt rosa e una gran voglia di raccontarsi.


Benvenuto in Italia! È la prima volta qui?
«No, sono stato a Torino due volte per suonare la batteria e il basso insieme ad un mio amico durante un tour europeo di un paio di anni fa. Sono tornato lo scorso anno per un festival ma è la prima volta a Milano. Almeno credo, sono stato in troppi posti!» [ride]

Hai vinto due premi importanti, come ti senti a seguire le orme di artisti come Adele, Sam Smith e James Bay?
«Non nascondo che c'è molta pressione, quei nomi hanno fatto grandi cose: James Bay si è esibito ai Grammy, è stato spettacolare e sono molto orgoglioso di lui. Sta vivendo un anno incredibile, se lo merita. Così come Sam Smith e Adele, sono due fenomeni mondiali. Non credo ci sia molta somiglianza tra me e gli altri artisti: il mio anno sarà sicuramente diverso da coloro che hanno vinto il premio prima di me. Quindi vedremo, continuo a lavorare duramente e a testa bassa».

Raccontami di te, come ti sei avvicinato alla musica?
«In realtà, è sempre stata una presenza costante nella mia vita poiché mia madre era un'insegnante di musica e mio padre impartiva lezioni di chitarra. A volte cercavo di parlare con i miei amici di musica e loro mi dicevano di stare zitto, per loro ero strano. E proprio qui ho iniziato a rendermi conto dell'importanza della musica: così quello che era un hobby, è diventato un talento e poi qualcosa che amo fare moltissimo. Ed ora è anche il mio lavoro».

Per un periodo sei stato un insegnante: come mai hai abbandonato questo percorso?
«Ho studiato per diventare insegnante più di due anni fa poiché volevo avere una sicurezza in più nel caso in cui il percorso musicale non fosse andato nel modo in cui desideravo. Ma stavo sbagliando: ho abbandonato l'università e ho iniziato a lavorare seriamente. Con i soldi che ho messo da parte, mi sono trasferito a Londra: da quattro anni è la mia casa ed è il posto dove sto crescendo come musicista».

Hai partecipato allo Junior Eurovision Song Contest ma non è andata bene. Ti ha reso più forte questa esperienza?
«Si, sotto tutti i punti di vista. Ho partecipato al concorso con la canzone ?The Girl? all'età di 14 anni arrivando ultimo: ho pensato che potesse essere un'occasione perfetta per condividere la mia creatività, senza però mettermi in mostra. Non è andata bene e la delusione è stata davvero tanta. Ad oggi, dico che la mia partecipazione non è stata un errore: mi ha insegnato tutto quello di cui avevo bisogno in quel momento. La musica non è competizione, non dovrebbe mai esserlo».

Sei un ?one man band? perché sul palco ti accompagni con numerosi strumenti (da solo). Quanti ne sai suonare?
«Mi piace provare più strumenti possibili, esplorare e sperimentare territori completamente nuovi. È troppo divertente! Ho imparato a suonare la chitarra, la batteria e da bambino ho preso lezioni di trombone, violino e pianoforte».

Hai mai considerato l'opportunità di aggiungere altre persone sul palco?
«Mi è capitato di suonare dal vivo accompagnato da un musicista ma il risultato non è stato lo stesso. Credo che il modo migliore per presentare e far comprendere le mie canzoni al pubblico sia stare sul palco, da solo. Non c'è nessun'altra ragione. In futuro non escludo una band ma per ora, mi diverto così e sto cercando di trasmetterlo anche a chi mi ascolta».

Il tuo riferimento musicale è Stevie Wonder: cosa ami di lui?
«La cosa che mi piace di Stevie Wonder è la potenza che ha avuto nel trasformare la musica pop in qualcosa di totalmente differente dalla concezione musicale di quegli anni. Ha scritto molte canzoni di successo in uno stile sempre diverso, utilizzando suoni che nessun'altro aveva provato. Era interessato alle emozioni che la sua musica poteva offrire al pubblico».

Ci sono altri cantanti che ti hanno particolarmente influenzato?
«Gli artisti che mi hanno ispirato sono stati sempre quelli che mi hanno regalato le sensazioni più inaspettate. Un altro esempio è David Bowie, colui che ha rimodellato il mondo della musica pop».

Ti abbiamo conosciuto con il singolo ?Worry?: c'è una storia dietro questo brano?
«La canzone racconta di un'ossessione verso se stessi: crediamo di fare qualcosa di buono per le altre persone ma in realtà lo facciamo solo per sentirci meglio. Questa è la ?preoccupazione? del singolo. Non voglio raccontare troppi dettagli: una volta uscito l'album, sarò contento di parlarne a chi ha avuto l'opportunità di ascoltarlo».

Ecco, il disco di debutto si intitola "Phase" e uscirà il 19 febbraio. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Niente. Penso che il modo migliore sia ascoltarlo dalla prima alla dodicesima traccia poiché credo che le canzoni riescano a ?parlare da sole?. Sono molto orgoglioso del disco e spero che diverta le persone tanto quanto mi sono divertito io nel realizzarlo».