Home MusicaDischi in uscitaJames Blunt e «The Afterlove»: quattro risate sull’amore

James Blunt e «The Afterlove»: quattro risate sull’amore

In questa intervista la popstar britannica ci racconta il suo quinto album e ridimensiona Twitter: «Tutti lo usano per darsi delle arie, io per prendermi in giro»

Foto: James Blunt  - Credit: © Warner Music

11 Aprile 2017 | 11:25 di Simone Sacco

Tutto è cominciato con un tweet birichino lo scorso 23 gennaio. Una breve clip dove si vedeva James Blunt (quel James Blunt di «You're beautiful», «High», «1973» e tante altre ballate strappalacrime: la quintessenza del maschio romantico) completamente nudo, immerso in una vasca da bagno e inneggiante al suo "12 inch", ossia la copia in vinile del suo nuovo album «The Afterlove» uscito poi il 24 marzo, preceduto dal singolo «Bartender». E nel frattempo già vendutissimo.

E il gioco "bluntiano" mica si è fermato a quel freddo giorno d'inverno: come un novello Vasco Rossi dell'estate 2011, il cantautore inglese con un passato nell'esercito di Sua Maestà si è via via lanciato in battutacce-social su Springsteen, i Metallica, Ed Sheeran (di cui è molto amico), se stesso, la sua musica, le sue canzoni più amate e vendute, la sua icona di uomo sofferente. Facendoci capire - in un 2017 funestato da odio e malessere sociale - che una sana risata vale più di mille flame contro questo o quello. Che ridere di sé stessi fa dannatamente bene.

James Blunt, in parole povere, è una splendida fenice caciarona che è riuscita a rinascere dal più pericoloso dei luoghi comuni. Quello che ci vuole sempre immutabili e uguali a noi stessi, nel bene e nel male. Lui invece ha scardinato il suo mito partendo intelligentemente dalla sua immagine pubblica (negli ultimi tempi gira spesso con una t-shirt dei Nirvana: non proprio il gruppo più "soft" del mondo...) e arrivando fino alla musica, mai così "tastierosa" e urban come in questo suo nuovo album. A lui la parola per tutto il resto.

«The Afterlove» a livello di sonorità e feeling suona molto contemporaneo: c'è dentro parecchia elettronica, fragranze hip hop, rimandi alla musica black attuale, synth che avvolgono la tua voce, perfino un po' di autotune. Dimmi la verità: ti è mai venuta la nostalgia di qualche sacrosanta ballad vintage come quelle che popolavano il tuo capolavoro «All The Lost Souls» di dieci anni fa?

«Assolutamente no perché ora mi sento un artista differente. E comunque non sto disconoscendo quel 'vecchio' James Blunt dato che pure in questo disco, tra un esperimento e l'altro, c'è ancora quel tipo di atmosfera in pezzi come «Make me better» e «Time of our lives». A entrambe ha collaborato Ed Sheeran e per quanto riguarda la prima mi ha detto: «James, questo è il mio modo per farti sapere quanto mi ha influenzato un album come "Back To Bedlam". Non sapevo come esprimertelo a parole così ho scritto "Make me better" per te.". E mi ha recapitato questa melodia bellissima che ho subito messo nella tracklist definitiva.».

Cos’aveva quel James Blunt delle origini in cui non ti riconosci più?

«Niente. Io scrivevo cose intriganti anche nel 2004, ai tempi di "You're beautiful", però era l'opinione pubblica a vedermi come un cantante da matrimoni che si esibiva di fronte a duecento persone ubriache. Un guitto, insomma. Spiacente, ma le cose non stavano così allora. E non stanno così neppure adesso visto che quelle di "The Afterlove" sono canzoni decisamente più mature e strutturate.».

Il titolo del disco, tra l'altro, è davvero emblematico. E chi ha orecchie per intendere intenda...

«Esatto. Sai, io non sono mai stato granché ferrato sull’amore perché il 99% delle mie composizioni sono dedicate al 'dopo', a quando quel benedetto sentimento non c’è più, al dolore che ne segue. Queste tempistiche dell’amore me le hanno insegnate i The KLF grazie al loro pezzo iconico "What time is love?" (un classico dell’acid house uscito in Gran Bretagna a fine anni ’80, Ndr): una vera bomba, quella. Diciamo che ci ho preso gusto a raccontare la fine di una relazione e da lì non mi sono più fermato.».

Ti consideri un romantico tout court?

«Anche qui c’è da cadere spesso nell’equivoco: più che un romantico, mi sono sempre visto come un perdente! (sorride) Sapessi quante ne ho combinate in amore prima di darmi una bella regolata, ascoltati "High" nel caso... È per questo motivo che non finirò mai di ringraziare il successo di un pezzo come la stessa "You’re beautiful": non ci fosse stato quel singolo milionario non sarei mai riuscito a far breccia nel cuore di mia moglie.».

Sbaglio o con «You're beautiful» continui ad avere un rapporto di amore/odio? Ultimamente ci hai pure ironizzato su Twitter piazzandola tot volte in una tua immaginaria scaletta ed alternandola a «Enter Sandman» dei Metallica. 

«Scherzi? Quel brano mi ha donato la popolarità e i soldi per comprarmi la bella casa dove vivo tuttora. Poi, ovviamente, c’è la faccenda dei concerti: quando eseguo "You're beautiful" i giornalisti mi contestano e mi danno del venduto, se non la faccio volano gli insulti da parte del mio pubblico più fedele. Insomma, quel singolo è diventato con gli anni la mia dolce ossessione. Al giorno d'oggi una canzone così pop forse non la riscriverei, ma poi un attimo dopo mi do dell’ingrato da solo. Perché quello resta un classico e devo sentirmi fortunato ad averlo nel mio repertorio.».

Ultimamente fai un uso di Twitter al limite dei Monty Python o per meglio dire dell'auto-trolling (nel senso che ti prendi in giro con una certa soavità): è anche quello un modo per dire che sei cambiato?

«Il fatto è che non conosco i milioni di persone che mi seguono e devo comunque comunicare in maniera universale con loro: è un gran casino...».

Potresti dirgli dove suoni, cos'hai mangiato o che hai un singolo in arrivo, come fanno tutti.

«No, così appoggerei la tattica della mia casa discografica. Sai, fosse per loro dovrei twittare solo frasi come 'comprate la mia musica' oppure 'prenotate i biglietti dei miei concerti'. Una noia mortale. E allora ho preferito seguire il consiglio dei miei genitori che da piccolo mi ripetevano sempre: "James, non parlare sempre dei fatti tuoi: non va bene, non è educato.". Così mi sono messo ad ironizzare su di me e il mio mestiere. Mentre tutto il resto del mondo naturalmente, continua a parlare del suo privato con una certa vanità.».

A proposito di tweet, Bruce Springsteen è a conoscenza del fatto che hai paragonato la copertina di «The Afterlove» a quella del suo «Greatest Hits» del 1994? Sostenendo, con un acuto paradosso temporale, che lui avesse copiato da te…

«Perché secondo te il Boss non mi ha copiato? (ride) E comunque lui non c'entra e non si è neanche fatto sentire. In realtà mi sono ispirato a "Bad" di Michael Jackson per la copertina del mio CD! (sghignazza ancora più convinto) Perché imitare è un complimento, mica un plagio.».

Parliamo dei tuoi futuri concerti italiani: so che arriverai dalle nostre parti il prossimo novembre.

«Prima però avrò tre lunghi mesi di concerti negli Stati Uniti con Ed Sheeran e vediamo se sopravviverò all’esperienza! Per quanto riguarda l’Italia, invece, il mio manager mi ha comunicato che avrei suonato a Firenze il 13 novembre (Mandela Forum) e a Milano il giorno successivo (Mediolanum Forum). "E Roma?", gli ho ribattuto immediatemente io, un po' indispettito. Tant'è che abbiamo aggiunto la Capitale il 12 novembre (Palalottomatica). Ora sì che mi sembra un bel tour italiano e non vedo l’ora che arrivi l’autunno per suonare da voi. Ed Sheeran permettendo! (ride)».

Congediamoci con un appunto sulla maglietta dei Nirvana che stai indossando durante questa intervista: hai pensato alla figura di Kurt Cobain lo scorso 5 aprile, ventitreesimo anniversario della sua scomparsa?

«Nella maniera più assoluta. Io d'altronde ho quarant'anni, sono cresciuto con la musica di Kurt. E le prime canzoni che ho imparato sulla chitarra acustica erano proprio quelle dei Nirvana. Il successo, per me, era ben lontano all'epoca.».

Poi sei diventato Blunt, un fenomeno da quaranta milioni di copie tra album e singoli.

«Ebbene sì: sognavo di diventare un rocker famoso. E poi, sfortunatamente, mi sono ritrovato a essere una popstar...».

E l'ultima frase la dice così, con una nonchalance pazzesca. Non ho contato i caratteri, ma qualcosa mi suggerisce che sarebbe stato un tweet perfetto. L'ennesimo. Per farsi ancora quattro risate.