Lo Stato Sociale festeggia i 10 anni di “Turisti della Democrazia”: «Il nome della ditta sta sull’insegna»

«Continuiamo a fare musica con passione e divertimento per stare in mezzo alle persone»: nel decennale ecco la ristampa dell’album d’esordio

Lo Stato Sociale  Credit: © Francesca Sara Cauli
29 Giugno 2022 alle 15:27

Dieci anni dall’esordio discografico dei regaz e sembra di conoscerli da una vita: sono iniziati i festeggiamenti per l’anniversario di “Turisti della Democrazia” (2012), il primo disco de Lo Stato Sociale che portò con sé un successo inaspettato e un lungo tour di 199 date in giro per il Paese.

Per celebrare una ricorrenza così importante, ecco una ristampa in edizione limitata e autografata di quel fortunato album, impreziosita da numerose novità. Per la prima volta su vinile anche tutti i brani dell’EP “Amore ai tempi dell’Ikea”, le bonus track della versione deluxe di "Turisti della democrazia", una selezione di esecuzioni live e le illustrazioni originali.

A raccontarci questo lungo viaggio musicale è Alberto “Bebo” Guidetti, che snocciola ricordi del passato, tra gli esordi e le esperienze sanremesi, fino ad anticiparci il ritorno con un disco e un tour tutti nuovi.

“Turisti della democrazia” è stato un disco fondamentale, ma anche un tour memorabile.
«Nel 2013 chiudevamo all’Estragon di Bologna un tour da 199 concerti, una cosa matta e mai più replicata…anche perché non abbiamo più il fisico! Con quell’esperienza abbiamo messo le prime marce a una carriera completamente inaspettata: continuiamo a fare musica con la passione di quelli che la vorrebbero fare come hobby, senza aspettative, ma cercando di divertirsi per stare in mezzo alle persone. Il biennio 2012-2013 è stato l’inizio di una cosa speciale che ancora oggi va avanti».

Prima dell’esordio discografico suonavate già insieme: ti ricordi il primissimo incontro?
«Ci conosciamo tutti dalle superiori e abbiamo fondato la band nel 2009. Eravamo universitari e lavoratori precari, ci siamo dati appuntamento per bere una birra in compagnia e vedere cosa poteva succedere. Da lì è nato tutto».

Matteo Costa Romagnoli, il produttore dell’album, fu il primo a credere in voi?
«Nel 2010 è venuto a vederci in un concerto a Bologna, eravamo ancora in tre, e lo abbiamo conosciuto in quell’occasione. Da lì è stata una piacevole sequenza di eventi che ci ha portato a costruire un rapporto più che decennale, è la sesta testa pensante della band».

Tutti i brani risultano ancora attuali, ma al giorno d'oggi qualcuno forse si sarebbe offeso?
«Alcune cose ci potrebbero essere rimproverate, forse del maschilismo. Bisogna essere capaci di inserire i prodotti all’interno del contesto da cui emergono, questa è la prima richiesta che farei a chi cerca di mettere le orecchie sulla musica o gli occhi su un libro».

In questi anni siete saliti anche sul palco dell’Ariston: è stato uno spartiacque per la vostra carriera?
«La grande esposizione di Sanremo è arrivata a sei anni dall’esordio, non era ricercata. Ci siamo confrontati con un mondo che non era giusto per la band. È stato divertente, ma è un posto che ti separa dalle persone: la nostra ambizione non è piacere a tutti, quel palco te lo richiede ed è un compromesso davvero forte».

Una parentesi da replicare?
«Come direbbe David Foster Wallace: “Una cosa divertente che non faremo mai più!”. La prossima volta che ci vogliono a Sanremo, vogliamo la direzione artistica (ride, ndr)».

Dagli esordi a oggi, come vedi oggi lo stato di salute della musica?
«Ascolto poche canzoni italiane, quando “vado in gita su Spotify” non mi entusiasmo molto. C’è tanta varietà, il mondo musicale è ancora vario e florido. Vorrei che si smettesse di guardare i numeri, è diventata una sorta di ossessione. Quello sì che è deleterio».

Il pubblico che vi segue è cresciuto insieme a voi, ma avete inglobato anche le nuove generazioni.
«Siamo rimasti stupiti quando abbiamo suonato, qualche settimana fa, allo Sherwood Festival: nelle prime file c’erano tanti giovani, molti ventenni, che praticamente avevano dieci anni quando è uscito il nostro primo disco. Questo ci ricorda che di “Una vita in vacanza” ne infili una, ma ce ne sono tante altre che ti porti dietro: il pubblico le comprende anche a distanza di tempo dalla loro uscita, è la figata della musica. Non ci interessa rimanere due settimane primi in classifica, questo è il motivo che ci spinge a fare sempre meglio».

Dieci anni, sempre insieme: è cambiato il vostro rapporto come band?
«Noi siamo un gruppo fondato sul conflitto. Passare così tanto tempo insieme è allucinante ma anche bellissimo, impari a convivere con dinamiche imprevedibili. Saper divertirsi e litigare al 100% è il modo migliore per far durare una band, non ci devono essere zone grigie».

Nel corso degli anni vi siete cimentati in tante esperienze: dalla scrittura di romanzi alle colonne sonore, alla radio. Vi piacerebbe continuare su questa strada?
«Sì certo, abbiamo cominciato nelle radio bolognesi molto prima di essere una band. Invidio i colleghi che fanno solo musica, noi ci annoiamo di brutto e facciamo tante altre cose».

Siete tornati sul palco per festeggiare il decennale con biglietti che si aggirano tra 1 e 5 euro. Come mai questa scelta?
«“Il nome della ditta sta sull’insegna” (sorride, ndr). Noi continuiamo a vivere il nostro piccolo privilegio, ma il Paese non è in salute e chiedere 30 o 40 euro ci sembrava ingiusto. Le persone sono dei portafogli con le gambe? Lo chiedo anche a tutti i colleghi e le colleghe. Noi facciamo questo mestiere per stare in mezzo agli altri: visto che siamo padri e padroni della nostra band, non dobbiamo nulla a major e agenzie di booking, decidiamo quanto far pagare ai nostri concerti».

È stato il primo vero ritorno dal vivo?
«Lo scorso anno il pubblico era seduto: mai più! È dal 2018 che non facevamo un tour con le persone in piedi ed è stata una pacca emotiva bellissima».

In programma ci sono altri concerti?
«Sì, non saranno più di sei date in totale quest’estate. Nei prossimi mesi, invece, pubblicheremo un po’ di discografia nuova e torneremo in tour nei club il prossimo anno».

Cosa ti auguri, altri dieci anni così?
«Molto più belli, fino a quando reggono le articolazioni!».

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