Lowlow: «Con “In prima persona” mi mostro per la prima volta senza filtri»

Da venerdì 30 luglio, su tutte le piattaforme digitali e in vinile: una lente di ingrandimento ricca di sfumature emotive sulla quotidianità e il vissuto del rapper romano

Lowlow
30 Luglio 2021 alle 17:26

«Tutto quello che sono, tutte le persone con cui parlo e i libri che leggo sono qui» esordisce Giulio Elia Sabatello, in arte Lowlow, prendendo tra le mani l’album appena uscito.

Da venerdì 30 luglio, su tutte le piattaforme digitali e in vinile, esce “In prima persona”: una lente di ingrandimento ricca di sfumature emotive sulla quotidianità e il vissuto del rapper romano, che sperimenta nuove sonorità mantenendo il sodalizio artistico con Big Fish e collaborando con numerosi colleghi, da Ghemon a J-Ax.

«La parola chiave per raccontare questo disco è apertura: arrivo da un periodo di “tranquillità umana” che mi ha permesso di togliere ogni filtro e far arrivare i riferimenti culturali in maniera più trasversale. È un disco variegato a livello sonoro, mi sono aperto con il pubblico e ho raccontato tanto di me. È un cambiamento nella sostanza» racconta.

Abbiamo voluto conoscere meglio non solo l'artista Lowlow ma soprattutto Giulio: dagli esordi nel freestyle al rapporto con il team di lavoro e la grande passione per la lettura.

Prima di parlare del tuo nuovo disco, facciamo un passo indietro: come molti, anche tu hai iniziato con le gare di freestyle.
«Sì, ho cominciato quando ero davvero piccolo! Si può dire che ho scoperto prima le rime che le ragazze (sorride). Sentivo un gran bisogno di farmi notare, all’inizio lo facevo in maniera molto goffa. Mi sono iscritto alla mia prima gara di freestyle a 13 anni, erano tutti più grandi di me e rimasero sbalorditi dalle mie capacità».

Cosa ti ha aiutato a “non perderti per strada”?
«Ho fatto sempre tutto con la massima serietà, con una fame e una passione travolgente. Ho avuto solo un momento di grande tensione dopo la fine di una storia d’amore, avevo 18 anni. Lì mi sono sentito perso».

Con il tempo diventa più facile o difficile superare i momenti brutti?
«Sono bravo a trarre esperienza dalle difficoltà, faccio molta autoanalisi».

Dalle gare di freestyle, scrivere è sempre stata la tua forza: credi si possa evolvere in altre forme di espressione?
«Dopo essermi avvicinato al cinema, ho iniziato a leggere tantissimo, in particolare Wallace, e questo mi ha anche permesso di avvicinarmi ulteriormente alla mia famiglia. Il rap mi ha dato identità e sicurezza, voglio tenere questa parte qui ma mi piacerebbe scrivere, perché no, anche sceneggiature e racconti».

E i libri che ti hanno segnato di più?
«”1984” di Orwell, “Le notti bianche” di Dostoevskij ma anche "Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino. Adesso, però, sono un lettore agguerrito di Wallace!».

Hai nominato molto il tuo team di lavoro: quanto conta il parere degli altri?
«Tanto, anche se non vado in crisi se ricevo una critica positiva. È bello avere intorno persone di cui mi fido».

Mi dai l’idea di essere un perfezionista in studio: c’è qualcosa che vorresti migliorare di te stesso?
«Si lo sono, ma rifletto molto su quello che faccio. Sto lavorando tanto su quest’ansia di arrivare, vivo le cose in maniera molto intensa. Devo coltivare il mio “essere dentro le cose” ma conservando un pò di distacco».

Nel tuo nuovo disco ci sono molti colleghi, cosa ammiri di loro?
«Per J-Ax, ad esempio, provo una grande ammirazione per le sue modalità di scrittura e racconto. Con Ghemon c’è stato uno scambio umano, ha una personalità magnetica e mi ha aiutato anche dal punto di vista tecnico».

Hai altri nomi con i quali ti piacerebbe lavorare?
«Mi piace molto Margherita Vicario, Blanco e Tedua».

Cosa sogni oggi?
«Voglio costruire per arrivare a fare un tour con una band, sono un rapper da racconto e meno da dj-set. Mi piace giocare con il tempo e mettere le mie parole a servizio di una struttura musicalmente più viva».

Seguici