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Mario Biondi festeggia con ”Dare” 50 anni dalla parte del soul

Esce il 29 gennaio ed è il modo in cui la grande voce black della nostra musica ha scelto di festeggiare il suo importante compleanno

Mario Biondi
28 Gennaio 2021 alle 15:00

Sul tavolo di Mario Biondi c'è un nuovo album, “Dare”. Esce il 29 gennaio ed è il modo in cui la grande voce black della nostra musica ha scelto di festeggiare i suoi 50 anni: il 28 gennaio spegne le candeline e il giorno dopo riprende a cantare.

“Dare” è un album in “stile Biondi” al cento per cento. Lo è per il mix delle canzoni, che come al solito fanno muovere sia il cuore sia i piedi. Lo è per il coro di ospiti, ampio e multiforme, da Il Volo agli Incognito passando per l'High Five Quintet di Fabrizio Bosso e per DJ Meme, il deejay di Rio de Janeiro che ha remixato per Biondi il singolo di lancio del disco, “Cantaloupe Island” (si ascolta già in radio e sulle piattaforme digitali). E lo è anche per la scelta sfiziosa delle tre cover che nella tracklist accompagnano dieci pezzi inediti. C'è appunto “Cantaloupe Island”, il capolavoro di Herbie Hancock; c'è poi “Jeannine”, uno standard del jazz poco praticato che apre il disco a tutto swing; infine c'è una “Strangers in the Night” che accende di ritmo lo storico successo di Frank Sinatra.


Sul tavolo di Mario Biondi, però, ci sono anche nocciole, mandorle e cioccolata fondente: sono i rifornimenti necessari a sostenere una lunga chiacchierata con “Sorrisi”, che sarà intervallata da tante piccole esibizioni di Mario, che non manca mai di canticchiare la canzone che cita o di imitare i vari personaggi evocati. A partire da Fantozzi, che segna la partenza di un incontro in cui ci si dà subito del “tu”.

Mario, vado con le domande?
«Vadi! Vadi!».

Grazie, “capo varo”: vado! Ma non tiro la bottiglia contro una turbonave, come faceva la fantozziana contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare: la stappo per i tuoi 50 anni. Anni che, praticamente, hai passato sempre cantando. Se non sbaglio hai esordito a 12 o a 13 anni…
«Sai che non ho capito neanch'io quando ho iniziato? E non ho capito neppure quando finirò. Non presto, però. Qua bisogna fare come i grandi cantanti, come i Tony Bennett e i Toots Thielemans, cioè arrivare a 90 anni e ancora cantare. Anche perché c'è da mantenere una famiglia importante: ho investito molto in “vita” (in settembre Mario è diventato papà per la nona volta: è nata Mariaetna, ndr) e questo investimento devo mantenerlo, non posso a un certo punto abbandonare le armi e andarmene».

Ti ricorderai, però, qual è stato il tuo primo concerto “ufficiale”…
«Credo che risalga al 1984. Avevo 13 anni e mi esibivo con l'orchestra di mio padre, Stefano Biondi (cantante e autore, particolarmente popolare in Sicilia, ndr). L'anno prima avevo iniziato a fare il corista, poi è arrivato il momento di fare anche il solista. Io non volevo, perché ho sempre avuto un carattere low profile, ma poi ovviamente ho imparato a mascherare questa parte un po' timida. Parliamo del concerto, però: eravamo in una piazza di Giarre e ci sarà stato qualche migliaio di persone. Ho cantato un pezzo di Luis Miguel, “Noi, ragazzi di oggi” naturalmente; poi ho fatto “Miraggi” di Miguel Bosé, che non è stato un suo grande successo ma rimane un brano particolare e grazioso; e per finire uno dei primi pezzi di Eros Ramazzotti, ma non ricordo quale».

Qual è il tuo album “fondativo”, quello che tuo padre ha messo sul piatto dicendoti: “Questo devi ascoltarlo!”?
«Non lo devo a mio padre, ma a qualcuno dei suoi musicisti che mi diede una musicassetta con “Jarreau” di Al Jarreau (1983). Nella cassetta c'erano anche i Doobie Brothers e Donald Fagen: doveva essere una di quelle cassette lunghe, da 120 minuti… E ti dirò che credo di averla ancora».

Hai citato i Doobie Brothers e la tua voce fa pensare subito a…
«A Michael McDonald! Eh, magari! Lo adoro, e con lui si va sempre a nozze, perché è un musicista tutto istintivo, un artista di quelli veri e non uno di quelli “super studiati”, se mi passi il neologismo, che stanno a questionare se l'accordo non è proprio quello giusto giusto giusto».

Arriviamo a “Dare”, il nuovo disco. Mi hanno colpito le cover che hai scelto…
«Parto da “Cantaloupe Island” e devo citare un altro artista che mi ha segnato e che in Italia è pressoché sconosciuto: Mark Murphy. Un giorno trovo questa sua canzone e mi dico: “Non sei solo un grande cantante, sei anche furbo! Hai preso un classico fantastico degli Anni 60 (Herbie Hancock la compose e la incluse nel suo album “Empyrean Isles” del 1964, ndr) e sei riuscito a mettergli un testo che funziona veramente bene!”. Così decido di provare a portare “Cantaloupe Island” nel mondo dell'High Five Quintet, che è poi il mondo del Mario Biondi primordiale… A loro l'idea è piaciuta moltissimo e si sono messi subito a disposizione. Quando l'ho poi fatta ascoltare a DjMeme, lui mi ha detto “Você é um gênio”, sei un genio!… Beh, se l'avessi scritta io avrei anche accettato l'idea. Diciamo che averla ripescata e riarrangiata magari può darle un po' di visibilità presso le nuove generazioni, che magari penseranno che è mia, come altre cover che faccio».

Ma lo “scandalo” dell'album potrebbe essere la sua vivacissima “Strangers in the Night”: tutti la ricordano come un classico del Frank Sinatra più romantico.
«Sono d'accordo, ma qui mi ha dato un assist interessante James Brown! Eh, sì… Invito chiunque non la conosca ad ascoltare la versione di “Strangers in the Night” che ha fatto lui: è completamente fuori di testa, com'era James Brown, del resto. Lui aveva deciso che l'avrebbe cantata a modo suo e così ha fatto. E mi ha dato uno spunto per provare a darle una veste un po' più Motown».

Al Jarreau, Michael McDonald, Mark Murphy, James Brown… Hai sempre seguito la strada tracciata dai tuoi gusti non certo popolarissimi. Quanto è stato faticoso?
«Non è che io abbia seguito una strada determinata. È che nasco come ascoltatore: sono uno di quelli che ascoltavano dischi a ripetizione, in maniera ossessivo-compulsiva. Gli lp di Al Jarreau, per dire, li sentivo decine di volte, portavo avanti e indietro la puntina per capire bene come usasse lo scat in quel passaggio, o come fosse quell'altra invenzione, o quale sonorità scegliesse… Io ho sempre ascoltato e poi fatto quello che mi piaceva, perché non ho mai avuto velleità di successo. Devo dire che, in un certo senso, nel 2006 “Handful of Soul” e “This Is What You Are” mi hanno fregato, perché mi hanno permesso di espandere la mia professione e farla diventare veramente worldwide».

Oggi quanta musica ascolti?
«Beh, meno di prima. Davvero, ero una specie di tossico: ascoltavo almeno sei o sette ore di musica al giorno, in qualunque modo e qualunque posto. Pian pianino ho cominciato a sentire il peso di un certo senso di colpa, perché ascoltare continuamente musica ti isola, ti allontana anche dalle persone attorno a te. Io mi vanto di essere multitasking, di poter ascoltare musica, parlare e, chessò, fare un puzzle… Però il tuo interlocutore a un certo punto ti dice che vuole parlare davvero con te… Tuo figlio ti dice che vuol giocare con te… E magari un po' puoi anche giocarci con lui e la musica, ma l'ascolto come lo intendo io è un'immersione totale nella canzone, è capire gli accordi appoggiati, è sentire l'emissione vocale e capire come l'artista proietta il suono, la voce, capirlo anche attraverso l'imitazione…».

Hai detto la parola “figlio” e allora io devo chiederti dei tuoi figli. Tra loro c'è già il prossimo Mario Biondi?
«Il più grande, Marzio, ha 24 anni e canta sotto la doccia. Canta bene, ha una bella voce, ma non gli interessa: lui studia Giurisprudenza, è un appassionato mixologist, sai i creatori di cocktail?, fa molte cose e le porta a termine bene. Invece Zoe e Marica, 22 e 20 anni, cantano e hanno fatto da poco una tournée con Renato Zero, dopo averne fatta una con me. Renato mi aveva chiesto undici coristi per il suo tour e io le ho mandate senza dirgli che erano le mie figlie; lui poi mi ha chiamato col suo solito fare: “A ni', ma che fai!? Me mandi le figlie e nun me dici niente?”. Io: “Come vanno?”; lui: “Eh, so' bravissime!”… “E allora non c'è niente da dire”. A scendere c'è Chiara, che ha 18 anni ed è appassionata di musica: ascolta molto, ma al momento ascolta solo. Poi c'è Ray, 13 anni, che abbiamo iscritto ieri al Conservatorio di Parma. Poi c'è Luis, 12 anni, il nostro Speedy Gonzales, perché quando vuole è l'uomo più veloce della terra, ma può anche diventare lentissimo, e allora lo lasciamo giocare. La piccola Mia di 6 anni al momento è l'unica che non promette bene, perché non è proprio intonatissima… Avrà preso dalla madre? Ma va benissimo così, dai, e comunque ascolta un sacco di musica, le piace molto l'hip hop, il rhythm’n’blues, quella robina lì. E poi ci sono i più piccoli…».

In teoria dovresti presentare “Dare” dal vivo in due concerti: il 14 marzo all'Auditorium Parco della Musica di Roma e il 16 al Teatro degli Arcimboldi di Milano…
«Eh, molto in teoria…».

Quanto ti manca il palcoscenico?
«Guarda, ho paura di essere impopolare, ma la mentalità che mi ha sempre permesso di vivere bene è rappresentata da un detto napoletano: “Quanno si ’ncudine statte e quanno si martiello vatte”, quando sei l'incudine stai fermo e quando sei il martello batti. Insomma, devi agire quando è il momento di farlo. Se viviamo sempre di “vorrei”, di “avrei voluto”, di “mi sarebbe piaciuto”, allora viviamo di finzione. Ho chiesto per anni di avere un anno sabbatico, perché vivo nella musica da quando avevo 12, 13 anni e non mi sono mai fermato. A 16 anni cantavo già al Tout Va di Taormina per sette sere alla settimana, da giugno a settembre. E se non andavo a suonare dal vivo, ero in studio a registrare dei mix house e altre cose, o facevo i cori per un'artista messicana o per Andrea Mingardi o per Gianni Bella… Non mi sono mai fermato, quindi perché quest'anno dovrei lamentarmi per forza? Lo so che è brutto dirlo. Lo so che qualcuno potrebbe dirmi “Ma vaffanculo! Io sono fermo, non lavoro!”… Anch'io sono fermo e faccio fatica, certo, ma oggi va così e secondo me bisogna accettare la vita per quello che ti dà. Quando tutto ripartirà sono sicuro che mi emozionerò appena risalirò sul palco. Non prima, però. Sai, quando mi chiedono se prima di andare sul palco sono emozionato, io rispondo sempre di no. Io mi emoziono quando sono proprio sul palco: è lì che accendo davvero il motore e faccio bruciare la benzina, perché è lì che mi serve l'emozione e che la do tutta».

Ho una curiosità: tu li segui i talent musicali? Che cosa ne pensi?
«Li seguo, certo, anche perché mi piace capire il grado di alfabetizzazione musicale dei giovani e dei giudici. Mi piacciono. Come professore, però, sarei una rovina: mi sbatterebbero fuori perché sono troppo pignolo. Il giudice invece lo farei per due motivi: uno sono i soldi, l'altro è per sentire nuovi talenti e, sicuramente, emozionarmi, perché io mi emoziono quando vedo questi ragazzi tirare fuori davvero qualcosa, e spesso questo “qualcosa” è forte. Mi emoziono quando li vedo in tv e credo che in studio mi emozionerei anche di più».

In “Dare” canti in inglese e in italiano. Ma canti anche in portoghese, francese, spagnolo… È faticoso passare da una lingua all'altra oppure ormai neanche te ne accorgi?
«No, no, c'è una grande “lotta” interiore. Quando canto in inglese, so bene che cosa sto cantando, ma qualche volta metto in discussione una vocale e la faccio più o meno chiusa, oppure prendo un accento più british o più americano… Insomma, cantare in una lingua che non è la tua, genera sempre questioni… E poi quando mi ascolto mi faccio sempre cacare. Si può dire? Beh, diciamo che mi odio fortemente. Passato un po' di tempo, però, riesco a volermi bene di nuovo: “Beh, ma questa era una cosa di dieci anni fa, ero piccolo…”. Insomma, Mario diventa bonario. Ma ce ne metto a diventare bonario con me stesso».

Da bonario, non te la prendevi quando la Gialappa's Band ti prendeva in giro a “Mai dire martedì”? Quando Fabrizio Casalino ti imitava con quella sorta di infinito vocalizzo roco?
«No che non me la prendevo! E non capivo chi mi chiedeva perché non mi arrabbiavo. Eerché arrabbiarmi? Era un personaggio divertente ed era ovviamente un paradosso. Ha fatto ridere perfino Jean-Paul "Bluey" Maunick, il leader degli Incognito: la prima volta che l'ho incontrato mi ha chiesto “Where's the salmon?”, perché in una scenetta Biondi/Casalino si fregava una busta di salmone dal supermercato».

La tua canzone del cuore?
«C'è una canzone che mi piace tantissimo e ho detto che la vorrei al mio funerale. È brutto da dire? Sai che non l'ho mai detta a nessuno oltre a mia figlia e a mia moglie? Ma ora mi sento di dirlo e lo faccio. È “Not Like This”, una canzone di Al Jarreau, da quel famoso album “Jarreau”. È così densa di parole e di armonia! Ha una melodia che ci vuole uno scienziato della Nasa per tirarla giù. La prima volta che l'ho cantata mi ha ricordato la prima volta che ho cantato “Moody's Mood for Love” di George Benson: ci sono dei salti tonali che uno dice “Ma come le fanno queste canzoni?”. Oh, ho George Benson che mi sta guardando dalla foto qui di fianco…».

Grande cantante, George Benson… Ma ogni volta che lo sento, non posso che pensare che sarebbe diventato il più grande chitarrista jazz di sempre e invece sta lì a cantare. Ma perché l'ha fatto?
«Sì, era il Chitarrista con la “C” maiuscola… Con lui mi sono preso un'ubriacatura storica in un hotel di Roma. Io sono tornato in camera a quattro zampe e lui era fresco come una rosa, tanto che gli ho detto “Ma che cos'hai nelle vene? Il kerosene?”. La storia lui me l'ha raccontata così: non voleva cantare, ma solo suonare la chitarra, però si trovò un giorno con la sua band a cercare il cantante giusto per l'album “Breezin’”. C'era una canzone come “This Masquerade” (anche lì, porca boia, come canta!)… Insomma, il bassista gli disse: “Scusami, ma te canti bene: perché non la canti tu?”. Lui si tirò subito indietro, che è molto tipico dei musicisti bravi che sanno anche cantare (lo vedo col mio pianista Massimo Greco, che ha una voce meravigliosa). Ma lo spinsero a forza!».

Oramai sei un'icona…
«Il gigante buono… Un mio capo-orchestra mi diceva che per fare il cantante non bisogna avere la voce, ma il fisico, perché devi viaggiare, muoverti sul palco, mangiare poco, dormire poco… A me quel che non mi ha ammazzato, mi ha ingrassato: pesavo 75 chili e oggi sono 100 e rotti».

Poi c'è il tuo look: quanto lo hai studiato?
«No, sono proprio così. Io non studio niente. Anzi, appena capisco di aver capito qualcosa, tendo a dimenticarla. Seguo il principio dell'“impara l'arte e poi mettila da parte”».

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