Home MusicaDischi in uscitaMaurizio Vandelli e Shel Shapiro: «Altro che rivali, adesso suoniamo insieme»

Maurizio Vandelli e Shel Shapiro: «Altro che rivali, adesso suoniamo insieme»

L'ex leader dell'Equipe 84 e quello dei The Rokes si sono rappacificati per realizzare un album e un tour in coppia

Foto: Maurizio Vandelli e Shel Shapiro  - Credit: © Oliviero Toscani

20 Settembre 2018 | 16:50 di Enrico Casarini

La questione è aperta dal 1964, da quando esordirono con i loro gruppi, i Rokes e l’Equipe 84: Shel Shapiro e Maurizio Vandelli erano veramente rivali o era tutta una messinscena? Li abbiamo incontrati per parlare del loro nuovo progetto: l’album «Love and peace» (cioè «amore e pace», simile al motto dei «figli dei fiori», pace e amore), che uscirà il 21 settembre e contiene 13 brani, 12 classici «rivisitati» e un inedito, oltre a una serie di concerti che partirà il 10 dicembre.

In questi anni vi eravate tenuti in contatto?
SHEL: «No. Al massimo per un buon Natale».
MAURIZIO: «Ma neanche quello! Non è che siamo nemici, non c’è odio tra noi: semplicemente non ci vediamo, ecco».

Che cosa vi faceva arrabbiare dell’altro?
MAURIZIO: «Racconto sempre il nostro primo incontro. L’Equipe 84 e i Rokes suonavano al Piper di Roma e a me venne in mente che a fine serata avremmo potuto fare una canzone insieme, così andai in camerino da Shel e glielo proposi. Lui sollevò gli occhi dal libro che stava leggendo e mi disse: “Nessuno può venire a dirmi cosa fare o non fare”. L’ho mandato a quel paese e sono uscito».
SHEL: «Vedete che è proprio irritante? (Sorride) In realtà, dopo qualche giorno abbiamo iniziato a suonare insieme dopo l’orario di chiusura del Piper».

Come avete scelto le canzoni per l’album?
MAURIZIO: «Per ora abbiamo deciso di dare una bella “colorata” ai nostri classici. Magari in futuro arriveranno anche delle novità».
SHEL: «È il nostro passato che decide in questo progetto. Non possiamo scappare da quello che abbiamo fatto, non ce lo lasciano fare. Ci picchierebbero se non facessimo certe canzoni, anche se riviste “all’oggi”».

Nei concerti, invece, potrebbero esserci anche canzoni nuove?
MAURIZIO: «Ci saranno pezzi dal nostro repertorio e altre canzoni che abbiamo “vissuto” da vicino. Però ci sarà una canzone nuova, tratta dall’album: “You raise me up” (“Tu mi porti su”, ndr). La canteremo alla fine, per ringraziare il pubblico».
SHEL: «Dobbiamo riuscire a raccontare il passato come memoria e non come nostalgia, cioè dargli un senso e non togliergli valore. È una sfida difficilissima».

C’è una canzone che rubereste all’altro?
SHEL: «All’Equipe 84 invidio “Bang bang”, che per me è una delle canzoni più grandi della musica leggera mondiale».
MAURIZIO: «Per la sua atmosfera, io direi “È la pioggia che va”».

Avete vissuto anni leggendari, incontrando tutti i grandi del rock…
MAURIZIO: «Una sera Jimi Hendrix era mio ospite a cena, a Milano. In una botta di entusiasmo eccessivo decisi di fargli ascoltare una canzone dell’Equipe 84, “Nel ristorante di Alice”, in cui copiavo malissimo un suo assolo. Mi aspettavo che mi dicesse chissà che cosa e invece alla fine si alzò e mi ringraziò: fu dolcissimo».
SHEL: «In quegli anni a Londra, in un negozio di chitarre a Charing Cross Road, incontrai Eric Clapton. Lo avevo incrociato qualche anno prima, quando eravamo tutti agli inizi, nel ristorantino di Londra dove andavamo quando avevamo qualche soldo. Eppure in quel negozio mi salutò come se lo avessi visto veramente da pochi giorni».

Maurizio, una canzone dell’Equipe 84 racchiude uno dei più grandi segreti della musica leggera italiana: di chi è la voce dello speaker radiofonico in «29 settembre»?
«Io volevo Riccardo Paladini, che era la voce per eccellenza della televisione di allora, ma non accettò. Forse non ebbe il permesso dalla Rai. Così usammo uno speaker, di cui però non ricordo il nome».

Shel, nel film «Rita, la figlia americana» del 1965, con Rita Pavone, Totò cantò con voi la canzone «Malvagità» indossando perfino una parrucca da beat. Che cosa ti ricordi di quell’episodio?
«Totò era già cieco e lo accompagnavano ovunque sul set. Con noi fu amichevole, di una dolcezza infinita, ma ricordo anche che mi sembrava molto triste. Il fatto che avesse accettato di fare un film così, non da protagonista, mostra quanto avesse ancora voglia, o bisogno, di lavorare».