Motta: «Con “Semplice” ho sentito l’esigenza di usare il presente anche per immaginarmi un futuro»

Il 30 aprile esce il suo terzo album, che ha un titolo che è una dichiarazione d’intenti. La lavorazione, però, è stata tutt’altro che lineare

Motta  Credit: © Claudia Pajewski
4 Maggio 2021 alle 08:50

Quando risponde al telefono, Francesco Motta è appena tornato a casa, dopo una trasferta di qualche giorno, passata a provare e suonare con la sua band. Un evento che normalmente sarebbe routine, ma che, come tutto ciò che consideravamo quotidiano, è diventato un evento speciale dopo l’anno di pandemia. “Sono stato via pochi giorni - racconta - e ho faticato a fare la valigia come se dovessi fare un viaggio infinito. Però è stato liberatorio”.

Il 30 aprile esce il suo terzo album, che ha un titolo che è una dichiarazione d’intenti: “Semplice”. La lavorazione, però, è stata tutt’altro che lineare.

Avevi chiuso gran parte del nuovo album e poi è arrivato lo stop dato dalla pandemia: hai continuato a lavorare al disco?
«Ti dico solo che sono uno che potrebbe metterci un mese a scegliere il gusto del gelato, a decidere tra cioccolato e menta o limone e fragola. Figurati cosa vuol dire quando hai tutto questo tempo a disposizione. Di solito i tempi sono dettati da altri: a un certo punto devi consegnare e io comunque sono sempre stato fino all’ultimo a cambiare delle cose. Comunque ora sono contento, lo ascolto e mi dico che è quello che avevo in mente».

Ma quindi se fosse uscito un anno prima sarebbe stato molto diverso?
«Sì, sarebbe stato diverso. Con questo non voglio dire che sarebbe stato migliore, ma diverso sì, questo è sicuro. Anche se non ci fosse stata la pandemia sarebbe stato diverso, perché le stesse canzoni avrebbero potuto avere altri significati. Alcuni pezzi non hanno proprio retto il colpo con tutto quello che è successo, ho dovuto lasciarle fuori. E anche le canzoni, per quanto possano contare meno di tanto altro, hanno subito quello che è successo e alcune non hanno retto. Magari in un altro mondo sarebbero entrate nel disco, ma in questo mondo, in questo momento, no».

“A Te” è il pezzo che apre l’album ed è un po’ un manifesto di tutto il disco. Nel testo dici che “non te ne frega quasi niente”. In cosa consiste quel quasi?
«Sono abbastanza convinto delle mie fragilissime convinzioni. Quando in un testo dico una cosa, mi chiedo sempre se sono veramente sicuro. Dire che non me ne frega niente sarebbe stata un’affermazione troppo forte, in cui non mi sarei rispecchiato. Però è senz’altro il passaggio più importante di quella canzone, perché riflette una sensazione che ho avuto parecchie volte quest’anno. Mi sono ritrovato senza pacche sulle spalle, senza persone sotto il palco, quindi mi sono chiesto più volte: “Ma perché lo faccio?”. Tra l’altro, la mia musica da sempre ha a che fare con la realtà: se levi quella, levi tante cose. Allora davanti al pianoforte mi sono chiesto come fare per ritrovare le motivazioni per cui ho iniziato a suonare, che ovviamente non c’entravano niente con le economie, con le pacche sulle spalle e nemmeno con le persone sotto il palco. È stato come provare a tornare a vent’anni, senza averli più. E allora quella dichiarazione, quel “quasi” per me equivale a dire: “nonostante tutto, io ci voglio essere”».

Da artista, hai sentito come un obbligo di raccontare il presente?
«No, però per la prima volta ho sentito l’esigenza di usare il presente anche per immaginarmi un futuro. Da quando mi ricordo, sono sempre stato in giro, per strada. Con mia moglie capitava una volta ogni venti giorni di non ospitare qualcuno a cena. Il fatto che mi mancasse questo aspetto della mia vita mi ha spinto a guardarmi dentro più di prima e, partendo da lì, anche a immaginarmi delle cose».

Il video del primo singolo “E poi finisco per amarti” è semplicissimo, quasi essenziale, ma è pieno di tutta l’energia e la rabbia repressa di questi ultimi dodici mesi abbondanti. Come è nato?
«In tutto il disco ho cercato di semplificare, di andare a togliere tutto il superfluo e anche il video va in questa direzione e con i ragazzi di YouNuts che hanno curato la regia siamo andati a levare, a levare, a levare. Questa cosa ha permesso - forse per la prima volta in un mio video - di avere qualcosa di simile a com’è il mio live. Quando abbiamo girato, eravamo talmente carichi che ci siamo emozionati anche a fare il playback. Quest’estate faremo un tour, come tanti altri musicisti, anche se non sarà semplice e saranno concerti diversi da quelli a cui eravamo abituati. L’estate scorsa sono stato a un concerto dei Perturbazione, che è una delle mie band preferite, e non era facile restare seduti, con la mascherina per tutto il tempo. Però è importante suonare: mi sono ricordato di quando ero giovane e a Pisa non c’erano posti dove suonare e allora si andava a suonare per strada. È questo lo spirito di adattamento che servirà».

“Qualcosa di normale” ha ricevuto la benedizione di Francesco De Gregori, com’è andata?
«Una notte ho fatto un sogno assurdo: mio padre rispondeva al telefono ed era De Gregori che gli diceva che doveva venire a casa a sentire questa canzone. Il giorno dopo ho chiamato Caterina Caselli, che è la mia discografica, le ho detto di questo sogno e le ho spiegato che per me era ormai una questione etica: avrei dovuto far sentire il pezzo a De Gregori. È stato molto bello perché alla fine lui mi ha detto che gli è piaciuta te che, anche se non gli avevo chiesto indicazioni, mi consigliava di cantarla con una voce femminile. Io allora ho coinvolto la voce che mi piace di più, ovvero mia sorella Alice. E ovviamente il fatto che ci fosse lei ha cambiato un po’ il significato della canzone. Quindi devo ringraziare ancora di più De Gregori, che per me è uno dei punti fermi della musica italiana: se mi chiedono di dare qualche nome, io cito sempre e comunque lui e Lucio Dalla. O anche da Guccini: l’ho ascoltato molto in questo anno e un pezzo come “Canzone di notte n.2” non sembra scritto oggi, sembra scritto domani».

Durante il lockdown tanti si sono rifugiati nell’ascolto di canzoni vecchie, secondo te perché è successo?
«La musica porta sempre a creare dei ricordi. E credo che nessuno volesse farsi appiccicare addosso dei ricordi nuovi: io per tutto il primo lockdown avevo quasi paura ad ascoltare musica nuova e ho ascoltato quasi esclusivamente pezzi che si fermavano al 1978».

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