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Mr. Rain e il nuovo album Butterfly Effect, intervista

Scrive, si produce ed è regista dei suoi video: il self-made rapper della musica italiana si racconta nel nuovo album in uscita il 26 gennaio

Foto: Mr. Rain  - Credit: © Ufficio stampa

25 Gennaio 2018 | 10:00 di Giulia Ciavarelli

Da piccolo sognava di essere una rockstar con le idee abbastanza chiare su quello che sarebbe stato il suo futuro. Mr. Rain, al secolo Mattia Berardi, è uno degli artisti del nostro tempo: nel nuovo disco, «Butterfly Effect», c'è una scrittura limpida, poco filtrata da ciò che lo circonda ma concentrata sulla sua storia personale, sul suo vissuto più intimo. Vengono affrontati, con estrema lucidità, temi come il suicidio, la dipendenza, la solitudine ma anche l'amore, i sacrifici e la determinazione nel realizzare il sogno di una vita: è uno storytelling musicale in cui far riconoscere il suo pubblico, molto più variegato di quanto si possa pensare.

Il suo cammino inizia a 16 anni, e sin dagli esordi la sua forza creativa risiede nel saper e voler fare tutto da solo: il one man band (come intitola un suo brano) da milioni di visualizzazioni inizia ascoltando Eminem, dice di no alla visibilità di un talent come X Factor e sceglie di essere se stesso. E lo è anche quando ci incontriamo negli studi della sua etichetta discografica.

Si definisce un outsider del mondo hip hop, e forse lo è anche nei modi: schietto e di poche parole, a volte abbassa lo sguardo e disegna continuamente su un foglio. Un atteggiamento che forse nasconde una forma di timidezza che quasi ci sorprende: «Questo disco è un viaggio musicale composto da 13 tracce, un racconto che somiglia ad una sorta di seduta di gruppo» esordisce Mattia. 

Per i lettori di Sorrisi che non ti conoscono, partiamo dal principio: perché Mr. Rain?
«Perché scrivo sempre nei giorni di pioggia».


Davvero?
«Si, è uno pseudonimo che ho scelto agli inizi. Mi capita spesso che sia ispirato dal maltempo».

Su uno dei tuoi brani dici che da piccolo sognavi di diventare una rockstar.
«Era proprio così, mi affascinava molto quel mondo. Ora si può dire che le nuove rockstar sono i rapper».

Quindi, hai iniziato a 16 anni con le idee molto chiare.
«Assolutamente si, è sempre stato il mio sogno nel cassetto. Ho sempre fatto hip hop, all'inizio ascoltavo solamente Eminem. Ora ho aperto i miei orizzonti musicali, e ascolto davvero un po’ di tutto, compreso il pop».

Scrivi, produci e sei l'ideatore dei tuoi video: quando è nata questa indipendenza creativa?
«È cominciato per gioco con il primo mixtape e alcune basi scaricate, ma non mi trovavo bene e ho iniziato a produrle da solo. Guardando i tutorial su internet, ho imparato a suonare il pianoforte e la chitarra, poi ho aperto i primi software. Dopo le produzioni, ho iniziato a girare i miei video: prima era una necessità, ora è una vera scelta stilistica. Da qui è nato il mio primo album «Memories», una sorta di sequel 2.0 del nuovo progetto».

In che senso?
«Prima ero acerbo, ora sono migliorato sia come produttore sia come scrittore. Sono davvero soddisfatto, «Butterfly Effect» è un disco maturo».

Con l'entrata in Warner, e quindi la prima volta in una major, hai mantenuto tutto questo?
«Per me è stato un punto di partenza. E si, faccio tutto io: scelgo le basi, i testi, i singoli e mi trovo davvero bene. Sono contento».

In nome di questa libertà artistica, hai rinunciato a X Factor (anno 2013). Un scelta pensata, certo, ma lo rifaresti?
«Assolutamente si. Sono contento del mio percorso e dei risultati ottenuti».

Ora li segui i talent?
«No, in realtà non li ho mai guardati».

Guarderai, invece, Sanremo?
«Sinceramente no. Però, in futuro, mi piacerebbe portare un mio lavoro su quel palco. È un trampolino di lancio diverso, porterei solo la mia personalità».

A proposito di musica italiana, abbiamo visto recentemente il duetto tra Tiziano Ferro e Fabri Fibra. Te chi sceglieresti?
«Marco Mengoni. Aggiungo tre nomi del rap: Ghali, Coez e Salmo».

Parliamo della tua musica: non è sempre necessario catalogarla, perché quello che ci rimane sono le canzoni. Ma se dovessimo definire il tuo genere, lo mettiamo nel grande contenitore del rap?
«È un ibrido: dal pop a basi più hip hop, è un insieme di cose delle cose mi piacciono. Trovo stupido etichettare un certo genere di musica: come dici te, rimangono solo le canzoni»

Per citare la decima traccia del tuo album, ti senti mai "fuori luogo"?
«Si, sono un outsider. Facendo questo genere, sono fuori dalla scena rap e non c'entro nulla. Anche se non escludo future collaborazioni».

L'album esce il 26 gennaio: perché «Butterfly Effect»?
«Si dice che un battito d'ali di una farfalla può causare un tornado dall'altra parte del mondo. Piccole cose causano grandi conseguenze. E queste piccole cose, negative o positive che siano, mi hanno portato dove sono ora. È un diario musicale con tanti piccoli (e diversi) pezzi di me».

Quando hai ideato i testi del nuovo album?
«Gli ho scritti in due mesi, e non riguardo mai quello che scrivo, per me è buona la prima! Però la scrittura è l'ultimo tassello: prima ci sono le basi, sono molto pignolo e quindi ci dedico più tempo. Alcune volte, invece, il processo è inverso: parto dall'idea del videoclip, per poi arrivare al testo e al suono».

Parli di temi molto forti, dal suicidio alla dipendenza, con estrema lucidità: è un modo anche per lanciare un messaggio ai giovani che ti ascoltano.
«La musica è un ottimo strumento di comunicazione, bisogna stare attenti perché all'ascolto ci sono i ragazzi ed è importante dare un buon esempio».

Nella tua scrittura c'è molta emotività e voglia di mettersi a nudo. Ti poni dei limiti nel raccontarti?
«No, scrivo quello che sento e parlo di tutto».

Hai messo nero su bianco la tua vita, funziona come autoanalisi?
«È terapeutico, questo si. Scrivere aiuta principalmente me e poi anche le persone che si ritrovano nelle canzoni».

È successo con «I grandi non piangono mai», il brano dedicato a tua madre. Che figlio eri?
«Un bambino come tutti gli altri, con tanti sogni. Ho fatto anche molti sbagli, cercando sempre di recuperare. Mi ha cresciuto mia madre, i suoi preziosi consigli me li porto ancora dentro».

Funzioni molto sul web, ti infastidisce il fatto che le radio ancora non danno attenzioni ai tuoi brani?
«È l'unica cosa che mi manca. Anche se so che sul web sono forte, per orgoglio mi piacerebbe passare anche in radio».

L'unica collaborazione del disco è con Osso in «Superstite». Vi lega una lunga amicizia, ma ho letto che avete altri progetti insieme.
«Si, da poco ho cominciato a produrre i suoi pezzi. Il brano del disco è un inno a quelli che, con costanza, ce l'hanno fatta. E che nonostante le porte in faccia, hanno raggiunto ciò che desideravano. Sono dei superstiti».

Devi sapere che abbiamo una passione musicale in comune: Macklemore.
«È fortissimo! Tratta spesso di argomenti forti e non si adegua alle mode attuali, parlo di produzioni. L'ho visto a Lucca e lo rivedo il 21 aprile».

Tra poco parte il tuo primo Instore tour, ma a quando i concerti?
«Non ci sono ancora le date, ma sicuramente tra qualche mese partirò in tour. Intanto, incontrerò i fan in questi dieci giorni di firmacopie».

Il 2017 è stato un anno di cambiamenti, ora qual è il prossimo obiettivo?
«Spero che l'album venga apprezzato da tutti, come lo sto facendo io. Voglio puntare sempre più in alto, mi aspetto grandi cose».

LE DATE DELL'INSTORE TOUR

26 gennaio- Verona Feltrinelli / Brescia Mondadori
27 gennaio - Como Frigerio Dischi / Milano Mondadori Duomo
28 gennaio - Genova Mondadori / Torino Mondadori
29 gennaio - Forlì Mondadori C/O / Bologna Mondadori
30 gennaio - Lucca Sky Stone / Firenze Galleria del Disco
31 gennaio - Roma Discoteca Laziale
1 febbraio - Napoli Feltrinelli / Salerno Feltrinelli
2 febbraio - Andria Mondadori / Bari Feltrinelli
3 febbraio - Reggio Calabria Centro Commerciale Porto Bolaro
4 febbraio - Palermo Feltrinelli