Home MusicaDischi in uscitaI Negrita: «Non potremmo mai fare musica deprimente e questo per noi è un bene»

I Negrita: «Non potremmo mai fare musica deprimente e questo per noi è un bene»

Il gruppo aretino torna a farci compagnia con l'album numero dieci. Li abbiamo incontrati in occasione della presentazione di «Desert Yacht Club»

09 Marzo 2018 | 16:12 di Simone Sacco

Erano in California qualche tempo fa, poco prima dell'elezione di Donald Trump (autunno 2016) e fortunatamente non si sono beccati le tremende "bad vibrations" legate alle scomparse più celebri del 2017: Chris Cornell dei Soundgarden (sepolto al cimitero di Los Angeles) e Chester Bennington dei Linkin Park che proprio nella contea statunitense del sole, nel luglio scorso, si è levato la vita.

• Desert Yacht Club è il decimo album dei Negrita, in uscita il 9 marzo

«No - mi spiega Drigo, una delle due chitarre dei Negrita (l'altra è quella di Mac) presentandomi in un locale di Milano il nuovissimo «Desert Yacht Club» - e comunque non è stata solo una questione di mere tempistiche. Noi quando andiamo in America portiamo là la nostra cara, vecchia Italia e contaminiamo le due provenienze geografiche. Come quando cucini e metti un po' dei tuoi gusti e un po' delle loro spezie. E poi non riusciremmo mai ad incidere un disco triste. In questo album io mi sono lasciato andare un po' di più da un punto di vista personale ed introspettivo (la splendida chiusura di "Aspettando l'alba", ndr), ma alla fine della fiera i Negrita restano un gruppo sincero, consapevole e positivo.».

Da qui l'approfondimento su quest'opera numero dieci che il gruppo ci ha presentato tramite il suo contingente storico (il trascinante Pau, lo stesso Drigo più un silenzioso e beato Mac) partendo da un concetto chiave: la band aretina di «Cambio», «Mama Maè» e «Rotolando verso Sud» è andata fin nel deserto californiano (dove sorge il resort Desert Yacht Club fondato dal nostro connazionale Alessandro Giuliano) non per ritrovare sé stessa, ma per intensificare quello sfuggente marchio di fabbrica che - come spiega bene il frontman Pau - è riassunto nel «Oh no, sono tornati i Negrita e anche stavolta non si capisce che razza di album abbiano fatto!». Ragion per cui vediamo di fare un po' di sacrosanta chiarezza col trio toscano.  

Musiche rilassate (se si esclude la carica electro-rock di «Siamo ancora qua»), testi decisamente meno. Si può riassumere così il vostro nuovo lavoro?
PAU: Non lo so. Questo forse dovresti dirmelo tu che fai il giornalista.  Ed hai una visione più esterna rispetto alle dinamiche emozionali vissute dal gruppo. Per me «Desert Yacht Club» è un album eterogeneo con un po' di tutto al suo interno: ci sono le parti pesanti e leggere, le atmosfere che ti portano via col pensiero, qualche sperimentazione sonora qua e là...

Io ci sento tanto anche gli amori musicali e indissolubili dei Negrita: il Sud America, la Giamaica, i ritmi ondeggianti alla Manu Chao, un certo modo di trattare le chitarre alla Noir Désir. Una sintesi impeccabile, insomma.
DRIGO: Dici bene. Come gruppo, fin dai nostri esordi, abbiamo avuto il rock classico come cannovaccio di partenza, ma siamo sempre stati incuriositi dalle musiche attuali. Nel 1994 "attuale" poteva essere John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers, per me uno dei pochi veri innovatori dopo Jimi Hendrix. Questa volta - e ovviamente prendi questa definizione con le pinze - potrebbe esserci un po' di trap ben amalgamata nel nostro DNA. D'altronde ci piace ascoltare di tutto e poi rielaborare "alla Negrita". Non potremmo fare altrimenti.

Vi piace la trap? Non ci vedrei nulla di male se mi diceste di sì...
PAU: Ci piacciono le vecchie batterie elettroniche 808 della Roland perché, sai, io ho fatto cinquanta primavere nel giugno scorso e gli anni '80 me li ricordo ancora bene. E visto che quello è lo strumento principe con cui si produce trap... (sorrisino)

E la dubstep? La citate esplictamente in «Milano Stanotte». Che canzone avete tirato fuori dal cilindro?
PAU: Quello è un puzzle di tante piccole Milano che, come band, abbiamo affrontato finora. Sai, è dagli anni '90 che viviamo le notti meneghine perché qua risiede la nostra casa discografica fin dai tempi della gloriosa Black Out e quindi di locali notturni direi che ce ne intendiamo parecchio! (ridacchia) Mi piace quel pezzo: c'è tanta oscurità lì dentro più che umanità tout court. Non è stata scritta pensando nello specifico a "stanotte", ma ad una Milano di notte in generale. Prendilo come un omaggio ad "un'ora di ricreazione" molto in voga in questa città...
DRIGO: Forse molti non ne sono a conoscenza, ma alcuni di noi fanno anche i DJ sporadicamente. Non siamo solo chitarre e riff, rock e assoli. Nei Negrita c'è sempre stato molto di più a causa delle nostre orecchie aperte e interattive.

In questo disco rappa Ensi in «Talkin' to you», penultima traccia in scaletta. Io ci avrei visto anche una bella collaborazione con Ghali visto il calore del vostro sound...
PAU: Scusa, tu fai il produttore di mestiere?

No, scrivo di musica ed altro.
PAU: E allora lascia fare a noi! (ride) Scherzi a parte, Ghali è bravo ma non lo conosciamo personalmente. Ensi sì e quindi, di conseguenza, è nata quella canzone col suo intervento rap. Non faremmo mai un featuring per ragioni di marketing o convenienza. Noi gli artisti dobbiamo fiutarli a lungo e passarci delle belle serate assieme, portarli a bere, prima di invitarli in studio.

Vasco Rossi in «Eh... già» (2011) cantava «Sono ancora qua!». Voi nel 2018 replicate con «Siamo ancora qua». C'è stato forse un piccolo, velato omaggio nei suoi confronti?
PAU: No. Abbiamo usato il plurale perché noi siamo una band e comunque le parole sul vocabolario sono proprio quelle, non ne esistono di altre. Penso si sia trattato di un caso anche se, effettivamente, abbiamo speso nove giorni a casa di Vasco in quel di Los Angeles durante la lunga lavorazione di «Desert Yacht Club»...
DRIGO: Sia ben chiaro: per i Negrita uno come Vasco è un maestro.
PAU: E noi al massimo potremmo essere i suoi bidelli! (ride)

In «Non torneranno più», forse il brano più intenso del disco assieme ad «Aspettando l'alba», citate personaggi anni '90 come Kurt Cobain e Roberto Baggio. Nostalgia o voglia di guardare avanti dopo aver fatto i conti col passato?
PAU: Prendilo come uno sfogo. Quella frase - «Non torneranno più» - è saltata fuori da una jam che abbiamo tenuto un giorno a San Diego e da lì è nato tutto il pezzo. Tra le righe viene evocata una persona che purtroppo non è più tra di noi. E il resto del testo verte sugli effetti collaterali di questa enorme amicizia. Rimpianto? No, direi più mancanza e... realismo. Realismo adulto, se mi passi il termine.

Recentemente sono stato al concerto di Zucchero e lui suona ancora, in apertura del suo spettacolo, ben nove canzoni tratte dal suo album più recente, vale a dire «Black Cat». Vi piacerebbe fare altrettanto ad aprile con il materiale di «Desert Yacht Club» quando terrete tre grossi show nei palasport?
DRIGO: Lo facessero anche i miei amati Rolling Stones di suonare del materiale recente! (ridacchia) Credo sia bellissima questa cosa di puntare sul claim del tuo nuovo album e Zucchero, da questo punto di vista, merita assoluto rispetto: ci piace la sua propositività. (il chitarrista toscano elude però di rispondere alla domanda di Sorrisi. Probabilmente i Negrita stanno ancora lavorando sulla scaletta definitiva che porteranno in scena tra breve. Ndr)

L'anno prossimo, discograficamente parlando, festeggerete le nozze d'argento visto che «Negrita» uscì nei primi mesi del 1994. State pensando anche voi, come hanno fatto gli Afterhours per il loro trentennale, ad un boxset celebrativo?
PAU: Noi più che altro vi manderemo per posta delle belle bomboniere! (ride) Battute a parte, un boxset avrebbe senso solo se contenesse molti inediti, chicche e materiale d'archivio. Noi un'operazione del genere l'abbiamo già fatta l'anno scorso con la ristampa di «XXX», il nostro bestseller del '97, perché c'era parecchia musica rimasta sepolta da qualche parte che, ad un certo punto, ci è piaciuto far ascoltare ai nostri fan... (riflette) Chissà cosa faremo in vista del 2019 e di questi primi venticinque anni. A essere sincero ancora non lo sappiamo.

Ultima domanda: siete andati a votare lo scorso 4 marzo?
PAU: Sì, tutta la band al gran completo, nessuno escluso. Ma mi sembra che l'esito abbia generato un pareggio. «X», come si scriveva una volta sulle schedine del Totocalcio...