Home MusicaDischi in uscitaNirvana: i 25 anni di “MTV Unplugged in New York”, un disco che profuma di legno e di gigli

Nirvana: i 25 anni di “MTV Unplugged in New York”, un disco che profuma di legno e di gigli

Registrato nel 1993 ed uscito nei negozi il primo novembre del 1994, vi raccontiamo la storia di un album scambiato erroneamente per il testamento di Kurt Cobain

Foto: Kurt Cobain durante la registrazione di MTV Unplugged nei Sony Studios di New York

01 Novembre 2019 | 8:45 di Simone Sacco

«Scusate, posso avere una sedia più comoda? E se prendessi questa? Sì, penso proprio che userò questa qui…». Manca poco, pochissimo alla registrazione di quella che diventerà una performance storica e Kurt Cobain, il leader dei Nirvana, se n'è appena inventata un'altra. Dopo aver subissato di richieste su richieste i produttori del programma, ora si lamenta pure di dove dovrà andare a poggiare le sue terga. «Però, a quel punto, la scelta della sedia era il meno», ricorda Alex Coletti, responsabile numero uno di MTV Unplugged, uno dei più fortunati format televisivi degli anni ’90, quello dove artisti famosi e gruppi importanti si mettevano a nudo suonando la loro musica senza bisogno di amplificatori e relative scariche elettriche. «Noi avevamo preparato degli sgabelli da bar, quelli alti e in legno che puoi trovare in qualsiasi locale di questa Terra, ma lui preferì una normale sedia girevole da ufficio. Di quelle grigie, non so se hai presente? Ok, non sarebbe stato il massimo dell'estetica televisiva, ma l'importante era che quel ragazzo salisse una volta per tutte sul palco».

Sul palco dei leggendari Sony Studios di New York. Uno stage intimo quanto magnifico nella sua essenza. Profumato di legno ed essenze floreali. «Era davvero piccolo – ricorda Curt Kirkwood dei Meat Puppets – ma lo sentivi lontano un miglio che emanava qualcosa di speciale». Uno spazio dall'acustica perfetta, poco illuminato, invaso però di gigli bianchi e candele nere. «Quando Kurt mi mostrò il bozzetto con la sua idea dello stage – ricorda sempre Coletti – gli dissi di rimando: 'Hey, ma così sembrerà di stare ad un funerale!'. E lui, per nulla turbato, mi rispose: 'Yeah, sarà proprio come ad un funerale'. Boom!». Coletti, nonostante abbia reso pubblico l’aneddoto, a distanza di ventisei anni non ne va ancora particolarmente fiero. «Sì, nonostante mezzo mondo ci abbia ricamato sopra, Cobain lo disse con assoluta nonchalance. Vi assicuro che non stava insinuando niente. Non partì una musica da paura, di quelle con l'organo che si sentono nei film thriller, quando pronunciò la parola 'funerale'. Era sereno».

E difatti sarebbe andata esattamente così. In un misto di serenità e tensione, come da ricetta della band più celebre della generazione grunge. L'Unplugged dei Nirvana, impresso su nastro il fatidico 18 novembre 1993 e uscito nei negozi il primo novembre 1994 col titolo di MTV Unplugged in New York, non nacque affatto con l'idea di far presagire il lutto incombente. Quel lutto che - come sapete tutti - sarebbe esploso con la potenza di un colpo di fucile il successivo 5 aprile del 1994. Eppure no, nonostante la temibile retorica popolare, quel disco non sarà mai il "testamento di Cobain", nonostante ancora oggi tutti amino definirlo così. Fu solo un concerto, nato male e venuto alla luce in maniera particolarmente struggente.

Un progetto complicato perché Kurt Cobain e soci non sapevano suonare unplugged/senza spina alla maniera dei R.E.M. o di Neil Young, ma nel frattempo si stavano esercitando. Portandosi in tour (l'indimenticabile tour di In Utero) la violoncellista classica Lori Goldston e concedendosi un paio di canzoni acustiche a sera. Quando l'atmosfera dei loro show si faceva rapire troppo dal testosterone maschile. «No, non eravamo esattamente quel tipo di band», fa notare Dave Grohl, il batterista che ora fa parte dei Foo Fighters. «Le prove, tenute pochi giorni prima in una vecchia fabbrica di flipper del New Jersey, furono un disastro. Pure quelli di MTV non erano contenti. Diverse canzoni (per la cronaca: Been a son, Heart-shaped box, Verse chorus verse, Rape me, Serve the servants e Sliver, ndr.) vennero tagliate dalla scaletta definitiva perché non riuscivamo a suonarle in quella veste. L'atmosfera non era delle migliori neanche quando arrivammo a New York; poi però salimmo su quel palco e qualcosa scattò nelle nostre teste».

Molto si è romanzato (o meno) su cosa accadde esattamente nelle ore precedenti la registrazione. Le ripetute crisi di astinenza di Cobain. Lui che vuole il "pollo fritto" (slang per l'eroina) e le segretarie di produzione che ingenuamente pensano ad una banale richiesta di catering. Un fan che accompagna lo stesso Kurt, senza guardie del corpo, a farsi una passeggiata rilassante attorno all'imponente edificio dei Sony Studios. La regista Beth McCarthy che sbianca quando un cameraman, con tutta l'innocenza del mondo, si rivolge al nervosissimo leader dei Nirvana chiedendogli di spostarsi mezzo metro per esigenze d'inquadratura. «Il clima era talmente teso che pensai: 'Bene, ora Kurt abbandonerà la sala e ci licenzieranno tutti!'. E invece, con fare cortese, Cobain obbedì». Oppure Dave Grohl che riceve dallo stesso Coletti un paio di bacchette marca Hot Rod (ideali per un drumming più leggero…) avvolte in una ingannevole carta natalizia. «Gliele regalai perchè eravamo sotto Natale!», ridacchia. «No, la speranza era che le usasse proprio quella volta. Perché se il batterista suona rumoroso (e Grohl è il drummer più potente del mondo!), il gruppo gli va dietro e tanti saluti alla qualità dell'Unplugged». Dave sorride, sta al gioco e quella sera si presenterà di fronte alle telecamere col suo nuovo dono stretto in pugno. Percuotendo i tamburi con mani di fata.

Così come Cobain strimpellerà a pochi centimetri di distanza dal suo inseparabile amplificatore (il famigerato Bassman o Fender Twin Reverb), munito a sua volta di una chitarra elettroacustica Martin D-18E con tanto di pedaliera ed effetti. Sempre Coletti: «Quando vidi tutta quella roba mi rivolsi al suo fidato roadie Ernie dicendogli: 'Un ampli sul palco? Hey, ma questo è uno show unplugged!'. E lui, pacifico: 'Serve a Kurt per fare la cover di Bowie'. In pratica dovetti chiedere a un falegname di costruire in fretta e furia un mobile di legno in modo da poterlo spacciare per un monitor...». La trovata fulminea del produttore, oltre all'estro di Kurt, donerà al mondo la versione epocale di The man who sold the world; canzone scritta da David Bowie nel lontano 1970 e consegnata alla generazione grunge in pieni anni '90. Narra la leggenda che una volta il Duca Bianco sia stato raggiunto da un fan dei Nirvana nel backstage di un suo concerto. Bowie aveva rimesso da poco in scaletta proprio quel pezzo, colpito dalla naturalezza con la quale Kurt l'aveva riportato in vita. «Grazie per aver suonato la mia canzone preferita dei Nirvana, David!», gli disse tutto eccitato il ragazzino. Il Duca, elegantemente, sorrise.

Chi non sorrise, invece, furono gli alti dirigenti di MTV. Dai Nirvana si aspettavano uno spettacolo chiaramente commerciale, pieno di hit acustiche che avrebbero trasmesso fino alla nausea. Roba tipo Smells like teen spirit, Lithium, Polly e Come as you are. Ecco, queste ultime due il gruppo le eseguì, ma in mezzo a sei cover, tre pezzi tratti da In Utero, uno da Bleach e altri due "minori" da Nevermind (nella fattispecie On a plain e Something in the way che restano sì canzoni enormi, ma non da un punto di vista dell'airplay televisivo). E poi qualcuno mise addirittura in giro la voce delle ospitate importanti. Alla regista McCarthy viene ancora da ridere quando ci ripensa: «C’era gente ai piani alti che si aspettava un autobus in arrivo da Seattle con all'interno rockstar del calibro di Eddie Vedder, Chris Cornell, i ragazzi degli Alice In Chains ecc. Ed invece, con tutto il rispetto, i Nirvana si presentarono da noi con i Meat Puppets…». La cult band dell’Arizona formata dai fratelli Curt e Chris Kirkwood, una specie di divinità alternativa per chi ascoltava punk/hardcore negli anni '80, accompagnerà quindi Cobain e soci in ben tre pezzi (Plateau, Oh me e Lake of fire) provenienti dal loro repertorio. Una scelta di classe, l'ennesima compiuta dal gruppo di Aberdeen nel nome di una purezza artistica più volte raggiunta.

«Il fatto – spiega il grande Charles R. Cross, uno dei biografi più seri e preparati dell'intera vicenda legata ai Nirvana – è che non credo esista un altro Unplugged paragonabile a questo. E ti sto parlando dell'intera storia della trasmissione, quel format che ogni tanto ripropongono ancora nel 2019 facendo esibire gli artisti odierni (lo scorso agosto, ad esempio, è toccato a Liam Gallagher, ndr.). I Nirvana fecero qualcosa di unico perché si focalizzarono su del materiale dal quale non avrebbero mai tratto profitto. Credimi, quel concerto non fu messo in piedi per ricavarne una hit radiofonica o per spingere una determinata canzone».

Cross ha ragione. Chi avrebbe mai scommesso su pezzi come Jesus doesn't want me for a sunbeam (vecchio inno cristiano coverizzato per la prima volta dai Vaselines nel 1990), Pennyroyal tea (eseguita acustica dal solo Cobain), la ruvida All apologies o la conclusiva Where did you sleep last night, una antica melodia folk statunitense di cui non si conosce neanche il nome dell'autore? Aggiunge Alex Coletti: «Quando eseguì In the pines (altro titolo con cui è conosciuta Where did you sleep last night, ndr.) pensavamo tutti che il concerto non sarebbe finito lì. Kurt andò dietro le quinte e io lo spinsi a concedere almeno un bis: s'era parlato di Marigold o di Verse chorus verse, ma lui stoppò subito qualsiasi mia richiesta. 'No, impossibile: nessun'altra canzone raggiungerà l'intensità di quest'ultima'. Beh, ovviamente aveva ragione lui».

Ecco perché MTV Unplugged In New York resta, a distanza di un quarto di secolo, così importante e, allo stesso tempo, fragile. Unico. Perché fu fatto con il trasporto del cuore e con la forza irriducibile dell'istinto. Si tratta di un disco bellissimo, definitivo, che tutti dovrebbero avere a casa propria. Un album che parla di vita anche se molti, erroneamente, lo associano alla morte cruenta del suo autore.

In conclusione, sentite ancora questa: il giorno prima dei Nirvana, il 17 novembre 1993, nei Sony Studios di New York si tenne un altro MTV Unplugged molto meno pubblicizzato. Protagonisti principali: gli Stone Temple Pilots, band grunge di seconda generazione, quelli del compianto cantante Scott Weiland. I rocker di San Diego ci misero quattro ore a mettere su nastro e video la loro performance. Non erano mai contenti. Vollero rieseguire le loro canzoni una per una con il preciso intento che, alla fine, tutto fosse assolutamente perfetto. E suonarono le hit, naturalmente. Del loro show, però, se ne ricordano in pochi. Cobain e soci, invece, realizzarono tutto in un'oretta scarsa. E oggi ne stiamo ancora a parlare col fazzoletto a portata di mano. Potenza di un dramma, ok, ma quanta assurda sincerità in quelle note…

MTV Unplugged in New York dei Nirvana uscì originariamente il primo novembre del 1994. Viene ripubblicato in questi giorni dalla Universal in formato doppio vinile. La sua facciata più collezionistica è la quarta (la D) in quanto contiene le prove di cinque canzoni uscite finora solo in DVD: 'Come as you are', 'Polly', 'Plateau', 'Pennyroyal tea' e 'The man who sold the world'. Sulle prime tre facciate, invece, è riproposta la scaletta integrale del concerto registrato ai Sony Studios di New York il 18 novembre del 1993. Il resto è Storia.