Home MusicaDischi in uscitaPearl Jam: la recensione di “Gigaton”, il primo album rock di una primavera complicata

Pearl Jam: la recensione di “Gigaton”, il primo album rock di una primavera complicata

Quasi sette anni ci hanno messo Eddie Vedder e soci per farci ascoltare nuova musica. E il risultato rispecchia le nostre attese: rock vecchia maniera, ballate talvolta intense e un po' di sperimentazione

Foto: I Pearl Jam  - Credit: © Danny Clinch

27 Marzo 2020 | 14:35 di Simone Sacco

A leggere quel che si scrive in rete di "Gigaton", undicesimo album in carriera per i Pearl Jam, c'è da farsi venire il mal di testa. A volte, più che alla recensione di un disco rock, sembra quasi di assistere ad una severa lezione di show cooking con il professore/chef attentissimo a bacchettare lo studentello alle prime armi affinché non peschi dal mucchio l'ingrediente sbagliato.

Ecco quindi che l'atteso comeback della band di Seattle, quasi sette anni di latitanza dal mercato discografico, si riduce a: canzoni minuziosamente scorporate a livello di stili ed influenze (tranquilli, in parte lo faremo anche noi), testi di Eddie Vedder sviscerati accademicamente manco fosse ancora il 25 marzo e il cantante originario di Chicago scrivesse di suo ardite metafore dantesche, ricerca spasmodica di qualsisi invettiva politica lanciata contro Donald Trump, addirittura una disamina della copertina di "Gigaton" (un bello scatto naturalista del fotografo Paul Nicklen) in chiave National Geographic, dibattiti social a non finire sul reale significato di quel font e di quel logo che, a prima vista, parrebbe frutto di un banale sismografo. E via dicendo. Evidentemente i Pearl Jam, pure nel 2020, restano uno di quei pochi gruppi che fanno ancora opinione, ma attenzione ad ascoltare questi 57 minuti di nuova musica solo con l'ausilio del cervello. "Gigaton", difatti, è ben altro. Volente o nolente è già nella storia.

È il primo album rock (l'unico?) che esce a livello globale da quando siamo tappati in casa pur di sconfiggere in fretta un maledetto e doloroso virus. È un disco vecchia maniera per il quale, proprio oggi, ci piacerebbe uscire, col sole, per andare a comprarlo nel nostro negozietto preferito. E invece, per il bene di tutti, non possiamo in alcuna maniera (rivolgendo di conseguenza un sentito grazie allo streaming che ce lo recapita nelle nostre orecchie). 

È un'opera controversa - dove il bello talvolta sublima nel noioso - che ci offre nuove chance di socializzazione come non ci capitava dai tempi eroici di "Vitalogy" e "No Code". Metterà carne al fuoco quando ne parleremo via Skype con i nostri migliori amici e amiche sciorinando le nostre canzoni preferite e quelle che, invece, non ci hanno detto granché (con leggera prevalenza di queste ultime).

In definitiva - concedetecelo - è un bel mattone di musica rock non contemporanea che, in giornate difficilissime come queste, ci invita alla banale speranza del quotidiano. Nonostante il futuro sia ancora incerto, il cordoglio nazionale tanto e lo stesso tour mondiale dei Pearl Jam (compreso l'unico concerto italiano del 5 luglio prossimo in quel di Imola) verrà al 99% riprogrammato a data da destinarsi. Meglio così.

Il punto focale, però, è un altro: può "Gigaton" rivaleggiare con i colossi del passato (non dico "Ten", ma perlomeno con "Yield", forse uno dei lavori più sottovalutati della band di Seattle) oppure, di suo, preferisce rifugiarsi nella comfort zone di un suono pseudo-hard affogato nelle atmosfere del classic rock? Ci vuole poco a capirlo. A parte il primo singolo "Dance of the Clairvoyants" che tanto deve ai The Rapture e ai gruppi punk-funk di inizio millennio (e di conseguenza agli inevitabili convitati di pietra Talking Heads), direi che qui siamo nuovamente nel bigino pearljamiano perfetto: rock secchi (come nell'iniziale "Who ever said" o nel tiro alla Who di "Never destination") e ballate dolenti. Paradigmi entrambi imprigionati dal baritono stordente di Vedder.

Eppure "Gigaton", a un primo ascolto, funziona. Aperture melodiche che faranno la gioia dei fan (la corposa "Seven o'clock" dove provano un ardito ibrido tra Bruce Springsteen e i Pink Floyd), ma anche tanto mestiere (i R.E.M. un po' post rock di fine carriera evocati nella monotona "Alright" scritta dal bassista Jeff Ament) più i cari vecchi amori garage (una "Superblood Wolfmoon" che però deve qualcosa anche ai mai troppo lodati Knack) e punk ("Take the long way", questa composta dal batterista Matt Cameron) che non potrebbero mai mancare in un disco dei Nostri.

Esattamente come la vistosa "quota Vedder" che prende il sopravvento nelle tre ballad conclusive ("Comes then goes", "Retrograde" e "River cross": troppe? Forse sì) confinando l'antico talento di Stone Gossard in una canzone piccola piccola come "Buckle up". In compenso l'altro chitarrista Mike McCready suona qua e là come un tornado continuando a mostrarsi al mondo come un perfetto incrocio tra Eddie Van Halen, un pizzico di Hendrix e tanto Stevie Ray Vaughan. Trent'anni fa nascevano i Pearl Jam e, nello stesso periodo, moriva Stevie durante un tragico incidente in elicottero, esattamente come accaduto per il povero Kobe Bryant: solo un caso? Un metafisico passaggio di consegne? Chissà.  

Mentre piccola senz'altro non è "Quick escape", il pezzo decisamente più memorabile di "Gigaton" e quello che porterà sangue fresco in una setlist del gruppo desiderosa di nuovi classici. Il terzo singolo dell'album pare infatti una "When the leeve breaks" dei Led Zeppelin aggiornata (ma non perfezionata: impossibile migliorare gli Zep...) per il terzo millennio. Drumming possente di Cameron, chitarre urlate alla Jimmy Page, Eddie che canta un testo escapista degno di "Into The Wild". Più una pazzesca armonia che spunta dietro al chorus e mette i brividi da quanto ricordi il compianto Chris Cornell (pare celebrato dall'amico Vedder nella stessa "Comes then goes"). Una canzone micidiale.

L'avessero offerto al globo così, con quattro o cinque "Quick escape" in più, ora staremmo urlando al miracolo e parlando di un nuovo "Temple Of The Dog". E invece "Gigaton" piace ma, credetemi, è come se stasera andasse in onda in prima serata Real Madrid-Manchester United. In uno stadio chiuso al pubblico e con gli introiti pubblicitari devoluti interamente in beneficenza all'Organizzazione Mondiale della Sanità. Scommetto che milioni di tifosi - al momento orfani di campionato e Champions League - la guarderebbero entusiasti. Magari pure commuovendosi per il calcio d'inizio tirato dallo special guest David Beckham o Raul. Salvo poi scoprire, al novantesimo, di aver assistito solo a una amichevole di lusso.