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Una giornata a casa di Gianni Morandi

Il cantante bolognese, che ci ha accolto nella sua casa, ha chiamato a raccolta come autori Fossati, Ligabue, Sangiorgi e altri big: «Nel mio disco ho voluto solo i migliori»

Foto: Morandi nella sua tenuta all’interno del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa

16 Novembre 2017 | 18:20 di Andrea Di Quarto

Il gorgoglio avverte che il caffè è pronto. A casa Morandi si prepara rigorosamente con la moka ed è Gianni stesso a farlo. Oggi ci ha invitato nella sua bella tenuta alle porte di Bologna per farci ascoltare il nuovo album «D’amore d’autore», il 40° disco d’inediti della sua carriera, composto da brani scritti da otto «campioni» della musica italiana.

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Come è nata l’idea?  
«Dovendo preparare il tour, avevo voglia di canzoni nuove. Il pubblico vorrebbe sentirti cantare all’infinito i brani che ama, ma il cantante vuol sempre fare un passo avanti e io stavolta avevo voglia di cantare autori che non avevo mai interpretato. Perché io, praticamente, ho cantato tutti nel corso degli anni, da Battiato a Dalla, da Ramazzotti a Ruggeri...».
Non deve essere stato facile mettere insieme tutti questi nomi.
«Devo dire, invece, che tutti sono stati molto disponibili. Semmai ero io, inizialmente, ad avere degli scrupoli. Perché sa, quando chiedi un brano a qualcuno è difficile che ti facciano un pezzo veramente ispirato. Io dicevo: “Non pensare che la canto io, pensa a fare una cosa bella”. L’interprete è un po’ come il regista che ha un copione che deve girare a suo modo. Qui hai un repertorio, devi amalgamarlo, farlo sentire tuo, devi fare capire che ti appartiene e che le cose che canti le pensi e le diresti tu».
Ha assegnato lei il tema?
«Tra le mie 600 canzoni il 98 per cento sono d’amore. Che poi, se non si canta l’amore che cosa si canta? Ho voluto fare un album a tema unico: la passione, l’amore per la vita, come comportarsi quando arriva l’amore, l’amore universale. Inizialmente avevo chiesto a Luciano Ligabue se avrebbe scritto una cosa per me. Ha funzionato talmente bene che abbiamo provato a cercare anche altri artisti. Fossati, per esempio, lo conoscevo, avevo cantato delle sue canzoni nel 1975 e poi l’ho avuto un paio di volte ospite in un programma che facevo in Rai, ma a lui non avevo pensato subito. Quando ho sentito il pezzo (“Ultraleggero”, ndr) cantato da lui…  mi ha commosso!».
Oltre alle firme di mostri sacri, nel disco ci sono anche degli emergenti.
«Tommaso Paradiso lo avevo conosciuto in un ristorante, me lo avevano presentato. Ero andato a sentirmi “Sold Out” e mi aveva impressionato. Per me ha scritto un gran pezzo: mirato, ispirato e intimo. “Parlando con te ho ripensato a tante cose” mi ha detto. E nel pezzo si sente. Anche Levante è una forte, mi piace tantissimo. Avevo in testa quella sua canzone... “sei un pezzo di me...” e l’ho chiamata: “Fai anche altre cose?”. E lei: “Ma figurati, quello era uno scherzo, un gioco”. La sua “Mediterraneo” è una gran canzone e pure difficilissima da cantare. E poi c’è Ermal Meta, un grande talento. Lo avevo sentito nelle preselezioni per un mio Sanremo, poi la commissione fece altre scelte».

Per lei è un gran momento: la tournée con Baglioni, una hit con Rovazzi, la fiction «L’isola di Pietro».
«In realtà non avevo tutti questi progetti. “L’Isola” era precedente come impegno, ma proprio nei giorni in cui stavano scrivendo la sceneggiatura c’è stato l’incontro con Claudio e sono partito col tour. Anche la collaborazione con Rovazzi è nata casualmente. Avevo parlato di lui sulla mia pagina Facebook e mi ha chiamato proponendomi “Volare”. Forte quel ragazzo li, eh? Pensi che ha solo 23 anni! Alla fine sa, qualcosa va bene, qualcosa meno, ma è un modo per non sedersi su questo divano con la coperta di lana. Sono cose che ti spingono, l’una trascina l’altra. A febbraio si parte in tour, poi si parla della seconda serie de “L’isola di Pietro”... ma bisognerà pure fermarsi a un certo momento».
Forse dovrebbe riprovarci con il cinema. Dopo i «musicarelli» degli Anni 60 si è fermato.
«Pure il cinema? Troppa carne al fuoco! Qualcosa avevo provato a fare, ma non fui fortunato. Feci “Le castagne sono buone” di Pietro Germi, un maestro straordinario. Forse adesso ho la faccia giusta, segnata, magari mi vede Sorrentino e dice: “Il prossimo film lo faccio fare a Morandi”» (ride).
Eppure c’è stato un momento, negli Anni 70, in cui la bella favola sembrava finita.
«Sì, io ho avuto due carriere, una grande prima parte, poi una lunga pausa e poi è ripartito tutto. Non pensavo nemmeno di poter riprendere a fare questo lavoro. Credevo che avrei fatto il produttore, l’arrangiatore, ero pronto a voltare pagina».
Poi, nell’81, ci fu l’incontro con Mogol e nacque un grande pezzo, «Canzoni stonate»
«Pensi che a Mogol non piaceva, preferiva “Immaginando” che è sparita. La canzone non ebbe un successo immediato, ma chi l’ascoltava nell’ambiente sentì che aveva un sapore diverso da tutto quello che facevo prima. Era  riflessiva, forse rispecchiava il momento. Quando dico “canto insieme a pochi amici” era vero, le grandi folle erano sparite. E invece, pian piano, mi chiamarono a fare le fiction che mi riportarono nelle case, sono venuti altri successi e abbiamo ricominciato. È stato faticoso ripartire, ma anche vitale, erano gli anni in cui Renato Zero vendeva milioni di dischi, Dalla milioni, Baglioni milioni, noi diecimila, però era quello il seme della ripartenza».
C’è un pezzo in cui credeva ma che non ha sfondato?
«Le canzoni sono un fatto misterioso, non si capisce mai come funziona. Se fosse così facile tutti faremmo grandi successi, non sbaglieremmo mai un colpo. Quando realizzi un disco sei concentrato, poi tre o quattro mesi dopo ti accorgi che effettivamente quella canzone non era all’altezza. Ma capita anche il contrario: “Banane e lampone” ha avuto un grande successo, cover, pianobar: mi ha salvato il disco. Eppure non le davamo importanza. Ci sono tante storie del genere».  
Lei che rapporto ha con la scrittura?  
«Una cinquantina di pezzi li ho scritti, ma i grandi successi li hanno fatti gli altri».
Chiede mai pareri sulle sue canzoni ai figli?
«I due più grandi vivono a Roma. Pietro, il più piccolo, su Rovazzi mi ha detto: “Io lo farei”. Le mie canzoni, però, non vuol sentirle. Si sorprende che la mia pagina Facebook sia così seguita o che un palasport sia pieno se canto... Gli ho detto che deve farsene una ragione. Lui arriva coi suoi Salmo, Cane Secco, Ghali, tutti i rapper con nomi strani. Un altro mondo. Però Ghali e quel suo produttore Charlie Charles piacciono un sacco anche a me. “Ninna nanna” è un pezzo commovente».
Significa che dobbiamo aspettarci un duetto con un rapper?
«Intanto ho cantato con Rovazzi. Poi vedremo».
Un’ultima cosa. Vorrei correre alla maratona di New York. Ha un consiglio da veterano?
«La prossima? Probabilmente ci sarò anch’io. Servono almeno quattro allenamenti settimanali. Io corro 45-50 chilometri a settimana».